Posts Tagged ‘Giulio Ferroni’

Modernità e postmodernità di Mario Pomilio

9 novembre 2015

Intervista a Andrea Cortellessa

[Andrea Cortellessa, critico letterario, è il responsabile della collana fuoriformato, nata presso l’editore Le Lettere e oggi publicata dall’editore L’orma. In questa collana – molto particolare, come si vedrà – è stata ospitata la nuova edizione de Il quinto evangelio di Mario Pomilio].

Mi hai detto in privato, Andrea, di aver letto Il quinto evangelio «quasi vent’anni fa». Quindi, dato che siamo nel 2015 e tu sei del 1968, più o meno trentenne. Che ricordo hai di quella prima lettura? E quando l’hai riletto in vista della nuova pubblicazione in Fuori formato, ne hai ricavato un’impressione diversa?

pomilio_evangelio_LormaDoveva essere il 1996. Ci arrivai per una via doppiamente obliqua, che i pomiliani puri e duri (se esistono) potrebbero forse trovare offensiva, per la sua memoria, o comunque riduttiva. Offensiva spero non sia, riduttiva lo è senz’altro. Ha ragione Demetrio Paolin: all’Università, Pomilio, non si studiava (non credo si studi neppure adesso, se è per questo). Naturalmente ne avevo sentito parlare, però. Dai manuali ne usciva l’immagine di uno scrittore conservatore, un neorealista attardato con un di più d’inquietudine confessionale, cattolica (ma senza il torbido sensuale e controriformista che a noi miscredenti sessuomani fa tanto amare i cattolici veneti; il suo veniva presentato invece come un cattolicesimo socialdemocratico, pallidamente riformista, infeltrito e un po’ nasale, appenninico e terrone). Date queste premesse si potrà capire forse che, nella mia smania d’aggiornamento d’allora, sebbene leggessi un po’ di tutto e freneticamente, ritenessi che prima di lui c’erano tanti altri autori da leggere.

In particolare prima di lui avevo letto suo figlio Tommaso. Non dirò che per me Mario Pomilio fosse allora, prima di tutto, il padre di Tommaso; ma più o meno era così, in effetti. Anche perché Tommaso non era solo l’autore di libri esoterici e misteriosi, che mi affascinavano, ma era anche una persona, viva e squisita, ed esoterica e misteriosa, che mi affascinava (e tuttora mi affascina). Va aggiunto che Tommaso è stato il mio grande passeur, il mio iniziatore alla poesia contemporanea (per me allora la poesia si concludeva, come da programmi universitari, più o meno con la Z di Zanzotto; era luil’ultimo poeta, come da allora è continuato a essere per Giulio Ferroni, i cui seminari allora seguivo con passione); sottobanco, nei corridoi della «Sapienza», mi metteva a parte dei «sodalizi clos-iniziatici» (mi è rimasta impressa questa sua formula) in cui era coinvolto in prima persona. Ma con un di più di pudore mi faceva capire, in pari tempo, che quella scelta remota e per certi versi comprensibile – di cambiarsi il cognome da «Pomilio» in «Ottonieri» –, dopo la scomparsa di Mario aveva preso a pesargli. Perché a dispetto di tutto – dei conflitti che aveva avuto con lui e colla cerchia di amicizie che lui aveva avuto in vita, e che anche dopo la morte continuavano a soffocarlo nel cordone sanitario dello “scrittore cattolico” – lui, Tommaso, era convinto che si trattasse di uno scrittore importante. Non solo per lui, voleva dire (che in nome del padre ha poi scritto il suo libro forse più bello, Le Strade Che Portano Al Fucino: che la sorte vorrà sarò proprio io a pubblicare, nella prima fuoriformato, quella de Le Lettere). Così lessi Il quinto evangelio – e scoprii quello che era, non solo per me evidentemente, un capolavoro sconosciuto (non fu certo quella, del resto, né la prima né l’ultima mia lettura tardiva). Un libro di una modernità, o forse di una postmodernità, sconvolgente. Che fuoriusciva da tutte le scuole, che eccedeva tutti i canoni, che veniva da tutti i libri e da nessuno.

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Pulp oggi, quale domani? Il caso italiano (1996)

1 febbraio 2009

di giuliomozzi

[Questo articolo apparve, nell’agosto del 1996, nel periodico in rete Nautilus. E’ interessante confrontare le discussioni letterarie di dodici anni (e mezzo) fa con quelle di oggi. I prezzi, ad esempio, sono in lire. gm] [Sullo stesso argomento: Istruzioni per scrivere un racconto cannibale]

L’anno del pulp – Gli interventi di Giulio Ferroni e del Gruppo 63 – Un tentativo di definire il pulp – «Il pulp in letteratura», un incontro a Venezia organizzato dall’associazione Walter Tobagi

L’anno del pulp. Per la narrativa italiana il 1996 è stato, così si dice, l’anno del pulp. Durante la primavera e l’estate le cosiddette pagine culturali dei quotidiani e delle riviste illustrate ne hanno parlato a iosa, sostanzialmente dicendo: c’è una nuova anzi nuovissima generazione di narratori; il loro riferimento culturale è il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino; raccontano di orrori metropolitani con tanto sangue, liquidi organici vari, superviolenza ovunque e così via; oltre che pulp sono trash e splatter; seppelliscono il passato con uno sputo (catarroso); sono cattivi anzi cattivissimi, nonostante l’aria angelica che si danno nelle fotografie con occhi dolci e gattoni a pelo lungo; la loro morale, se ne hanno una, è il cinismo; sanno di essere, come scrittori, pura merce; e ne godono; e chi più ne ha più ne metta.
I campioni di questa nuova ondata sarebbero: Aldo Nove autore di Woobinda e altre storie senza lieto fine, Castelvecchi; Tiziano Scarpa autore di Occhi sulla Graticola, Einaudi; Nicolò Ammaniti autore di Fango, Mondadori; Giuseppe Caliceti autore di Fonderia Italghisa, Marsilio; e, un po’ meno citata, Isabella Santacroce autrice di Fluo, Castelvecchi.

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