Posts Tagged ‘Giornata della memoria’

La nostra testimonianza è veleno

27 gennaio 2012

di Demetrio Paolin

[Nella finzione del romanzo che sto scrivendo, questa lettera viene scritta da Enea, ex deportato, a Bruno Vasri, ex deportato e presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati), nel giorno della morte di Primo Levi, ex deportato. dp]

Caro Bruno,
oggi, uscito dal negozio, ho camminato senza una meta precisa e son finito in piazzetta Bodoni. Lì vicino a pochi passi c’è casa tua. E io avevo una voglia matta di salire e stringerti le mani, di abbracciarti con quell’amore che solo noi possiamo darci. Ho pensato di fare i pochi passi che mi dividevano dal tuo portone e suonare al campanello. Sentirne il suono e poi la voce di tua moglie che mi dice di salire.

Perché hai deciso di sposarti, Bruno? E Primo o Bepi? Perché vi siete sposati e avete avuto figli, dopo quello che ci è stato fatto? Certe volte quando ci incontriamo di questo dovremmo parlare; del dopo. Di quando tutto si è calmato, come il corpo alla fine di uno sforzo, e siamo tornati alle nostre case. Dovremmo parlare di come siamo tornati alla vita usata. Io, ad esempio, che ho patito come voi la fame, sono tornato schifiltoso tanto da togliere la pelle del latte, quando mi dimentico il pentolino sul fuoco e si crea patina spessa che proprio non sopporto.
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Una scheggia micidiale

27 gennaio 2009

di Demetrio Paolin

[Questo brano lo scrissi alcuni anni fa per la giornata della memoria. Mi è tornato in mente in questi giorni, in cui l’assenza di Bruno Vasari si è fatta per me dolorosa. E’ il mio modo di ricordare i morti, i sopravvissuti e tenere memoria di quello che è stato. dp]

Primo Levi, in un breve saggio, ne L’altrui mestiere, racconta come camminando e guardando i marciapiedi si scoprono tanti segreti di una città.
Io ho sempre avuto l’impressione che Torino parli una lingua difficile da districare: proprio come certi vecchi che ti raccontano una storia che fatichi a capire, perché è raccontata con parole che non si usano più, ma proprio perché così strane, extravaganti rispetto al nostro dire comune, alla fine ci colpiscono e ci affascinano.
Camminando per le vie di Torino e guardando non all’insù, ma all’ingiù, dice Levi (per Levi l’uso degli avverbi insù e ingiù è centrale: ingiù è l’uomo conficcato nell’inferno del lager, insù è il desiderio di uscirne), possiamo scoprire che alcuni marciapiedi sono feriti, bucherellati e colpiti da piccole pietre. Sono le schegge delle bombe, dice sempre Levi, che esplose in un punto si sono sperse in un raggio di chilometri.
Da quando ho letto questo racconto ho iniziato a guardare Torino, come una sopravvissuta, come una vecchia dalle rughe fonde che porta su di sé i segni di un oltraggio violento.
Una di queste schegge micidiali, di questi bolidi, è conficcata vicino a piazza Bodoni.

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