Posts Tagged ‘Giorgio Falco’

Esercizio di Morte / Giorgio Falco

26 luglio 2015

di Giorgio Falco

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Giorgio Falco ha pubblicato: Pausa caffè, Sironi 2004; L’ubicazione del bene, Einaudi 2009; La compagnia del corpo, :duepunti 2011; La gemella H, Einaudi 2014; con Sabrina Ragucci, Condominio Oltremare, L’orma 2014; Sottofondo italiano, Laterza 2015.

Preleva gratis il libro

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Immaginare la morte tutti i giorni, sempre e soltanto la propria, e dolersene; invece ci sono giorni in cui mi salvo, muoiono alcune persone che conosco, muoiono davvero. Una di queste è Giulio Mozzi. Giulio Mozzi è morto.

Il modo in cui apprendo la notizia della morte di Giulio Mozzi.
Facebook, Twitter? No, lì non esisto, e poi uso il cellulare come facevo nel 1998, quando ho incontrato per la prima volta Giulio Mozzi. Mi telefona qualcuno? Uhm, ricevo pochissime telefonate, lo tengo spesso spento.
Giulio Mozzi è morto alle 3.35 del mattino e non lo so ancora. Esco, faccio un po’ di spesa, un giro in bicicletta, scrivo una pagina del prossimo libro. Poi verso il tardo pomeriggio, quando mi collego e controllo la posta, leggo un messaggio arrivato al mattino, da una persona che nemmeno conosco: Gian Alberto Volpecin.
L’oggetto è uno sbrigativo morte mozzi, che stride con il tono seguente.

Ciao a tutt*,
scusate, con alcuni di voi non ci siamo mai incontrati né sentiti e mi rincresce contattarvi per una triste evenienza. Ho l’incarico di comunicarvi, con grande dolore, che Giulio Mozzi è venuto a mancare stanotte, alle 3.35 del mattino.
Chi vuole salutare la salma per l’ultima volta può farlo domani, presso l’obitorio dell’ospedale di Padova, in via Cornaro 2. Il rito funebre, celebrato da don Mario Boatto, si svolgerà alle 10.30, presso la chiesa Ognissanti, in via Ognissanti (dieci minuti a piedi dall’obitorio). Da lì la salma verrà tumulata al cimitero Maggiore.
Un abbraccio fraterno.
Gian Alberto Volpecin

Telefono subito a Giulio Mozzi, ma il numero è occupato. È chiaro, è uno scherzo. Anzi, è una performance dello stesso Giulio Mozzi. Gian Alberto Volpecin è una specie di Carlo Dalcielo, Giovanna Melliconi, Franco Brizzo, artisti che Giulio Mozzi aveva inventato anni fa, assieme a Bruno Lorini. E poi don Mario era il prete ucciso nel primo brano di Fiction, uscito nel 2001; lì era don Mario B., e adesso Giulio Mozzi, o meglio, il sedicente Gian Alberto Volpecin, per rendere più credibile l’identità del prete, ha aggiunto il cognome a colui che, sebbene sia morto il 23 maggio 1998, dovrebbe celebrare il funerale di Giulio Mozzi. Ma sì, è una performance, Giulio Mozzi è Gian Alberto Volpecin, Giulio Mozzi non avrebbe mai scritto «è venuto a mancare», avrebbe scritto «è morto»; non avrebbe terminato nemmeno con «un abbraccio fraterno»; in verità, Giulio Mozzi non si fidava dei pezzi che avremmo inviato per questo suo nuovo progetto, intitolato Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo.

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Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo (finalmente)

21 luglio 2015

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La formazione dello scrittore, 26 / Federico Platania

20 novembre 2014

di Federico Platania

[Questo è il ventiseiesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Federico per la disponibilità. gm]

La formazione del non-lettore

Tutti i miei compagni di scuola avevano la tv a colori. Io no. La mia casa era piena di statue. Nessuno dei miei compagni di scuola poteva dire altrettanto.
Credo che la mia relazione con la cultura sia stata segnata da questa diversità che io ho sempre vissuto con orgoglio. Mio nonno, Pasquale Platania, era uno scultore (ero il nipote di uno scultore!). La mia casa era piena di libri (quanti? sicuramente più di quanti ne vedevo nelle case dei miei compagni di scuola). A otto anni ero affascinato dall’atmosfera del salotto di casa mia con tutte quelle statue, quei libri e quel vecchio televisore dove mi rassegnavo a vedere Jeeg Robot D’Acciaio in bianco e nero.
Così affascinato che l’idea di prendere uno di quei libri per leggerlo non mi ha mai sfiorato. Per anni.
Ricordo però quel pomeriggio in cui mio padre, dopo aver preso un volume da uno scaffale, mi disse: vedi questo libro? Pensa che ci sono persone, anche molto intelligenti, che non sono riuscite a finirlo.
Quel libro era l’Ulisse di Joyce. Ecco. Se oggi sono un “lettore forte” è perché quel giorno mio padre (il quale, per paradosso, faceva parte di quel gruppo di lettori che non è riuscito a finire l’Ulisse) mi ha indicato una vetta da scalare, un traguardo da raggiungere. Sono stato folgorato sulla via della letteratura non grazie alla promessa di un piacere, bensì alla prospettiva di una difficoltà.
Dieci anni dopo sono sulla scalinata esterna dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Ho quella copia dell’Ulisse tra le mani. E non mi sembra vero. Mi sento come uno scalatore che dopo una serie di ferrate in montagna giunga finalmente al giorno in cui è pronto per affrontare l’Everest.

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Microfoni e macerie

21 marzo 2011

[…] Quella domenica mattina, avevo appena compiuto ventisei anni, Giorgio Medail aspettava con il microfono in mano un uomo che saliva i gradini della metropolitana. Si è avvicinato e gli ha chiesto un parere sull’entrata in politica di Berlusconi. L’uomo era entusiasta di Berlusconi, delle qualità imprenditoriali di Berlusconi, molto ottimista per il futuro politico di Berlusconi e dell’Italia. L’uomo era il figlio della vicina di casa di mia nonna. Aveva una dozzina d’anni più di me. Ovviamente non era un passante casuale. Emigrato dopo la laurea a Milano, lavorava a Canale 5. In seguito, sarebbe entrato nei Ds per diventare il vicesindaco di Arcore, con delega all’urbanistica, prima di fondare un gruppo neocon e prendere la tessera di Forza Italia, nel 2005. Attualmente lavora nella redazione di Studio Aperto. […]

Leggi tutto l’articolo di Giorgio Falco in memoria di Giorgio Medail, morto il 17 marzo 2011.

Una lettera e un articolo, seguiti da una conversazione

1 luglio 2010

Cari lettori,
Gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera si associano alla protesta di gran parte dei cittadini italiani contro il disegno di legge “bavaglio” che intende limitare l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, il diritto di informazione e la libertà di stampa nel nostro paese.
Questa legge, millantando di proteggere la privacy di molti, vuole salvaguardare l’impunità di pochi, stendere un velo di segretezza sulla criminalità organizzata e, contemporaneamente, reprimere ogni voce di dissenso.

Francesco Abate; Niccolò Ammaniti; Andrea Bajani; Eraldo Baldini; Giulia Blasi; Ascanio Celestini; Mauro Covacich; Giancarlo De Cataldo; Diego De Silva; Giorgio Falco; Marcello Fois; Anilda Ibrahimi; Nicola Lagioia; Antonella Lattanzi; Carlo Lucarelli; Michele Mari; Rossella Milone; Antonio Moresco; Michela Murgia; Aldo Nove; Paolo Nori; Giacomo Papi; Laura Pariani; Valeria Parrella; Antonio Pascale; Francesco Piccolo; Rosella Postorino; Christian Raimo; Gaia Rayneri; Giampiero Rigosi; Evelina Santangelo; Tiziano Scarpa; Elena Stancanelli; Domenico Starnone; Benedetta Tobagi; Vitaliano Trevisan; Simona Vinci; Hamid Ziarati; Mariolina Venezia.

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Tristissimi giardini

23 giugno 2010

di Giorgio Falco

[Questo articolo è apparso ieri nel quotidiano La Repubblica. gm]

A metà degli anni ‘70, leggevo il quotidiano quando mio padre ritornava a casa, dopo il lavoro. Mi soffermavo sulle piccole inserzioni immobiliari di Milano e provincia. A otto anni vivevo il territorio urbano e suburbano come il luogo dell’inatteso. Immaginavo possibilità di vita fuori dall’appartamento. Leggevo inserzioni tipo Il tuo prossimo vicino di casa potrebbe essere un pioppo. Vivevo il mio momento narrativo attraverso l’urbanizzazione del capitale, ignoravo che la coscienza di classe era già stata sconfitta anche grazie alla dispersione residenziale, alla rasatura di cento metri quadrati di giardino e alla distanza, a volte notevole, tra l’abitazione e il luogo di lavoro. Ero euforico e turbato, sembrava ci fosse qualcosa di inquietante in quelle teoriche infinite possibilità abitative, spacciate per opportunità. Benché di fronte al condominio ci fosse un terreno edificabile, il pianeta non pareva così grande da contenere le nuove inserzioni immobiliari.

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Carlo Dalcielo in “Best European Fiction 2010”

12 febbraio 2010

di Giorgio Falco

[Questo articolo è apparso in Repubblica l’11 febbraio 2010]

Otto chilometri a nord di Reggio Emilia, c’è un paese di novemila abitanti, Bagnolo in Piano. E’ probabile che i bagnolesi non sappiano di avere tra i loro nati uno scrittore, scelto per rappresentare l’Italia nell’antologia Best European Fiction 2010, pubblicata dalla casa editrice statunitense Dalkey Archive Press. Carlo Dalcielo è nato a Bagnolo in Piano nel 1980. L’ospedale in quel comune non è mai esistito e gli altri scarni dati biografici – reperiti da una mia chiacchierata amichevole con don Eugenio, l’anziano sacerdote della parrocchia di San Quirino, – confermano soltanto che la zia, Wilma Dalcielo, sorella di Mario, padre di Carlo, lavorava come ostetrica presso l’ospedale di Reggio Emilia, e proprio zia Wilma, oggi pensionata, pare abbia assistito Anna, madre di Carlo, nel parto a domicilio.

Nel 1998 Carlo Dalcielo è ufficialmente rinato dalla collaborazione tra l’artista Bruno Lorini e lo scrittore Giulio Mozzi. Dalcielo debutta in Fiction (Einaudi, 2001), quando ha preso la parola sottraendola a un Mozzi particolarmente prolifico in quel periodo. Da allora, Dalcielo ha continuato a scrivere, esposto in gallerie nazionali ed estere, nel 2008 ha pubblicato un libro anomalo, omaggio a Carver nel ventennale della morte: Il pittore e il pesce (minimum fax). Proprio il contributo narrativo di Dalcielo, intitolato Carlo non sa leggere, è stato scelto e ripubblicato nell’antologia citata.

Continua a leggere l’articolo nel sito dedicato a Il pittore e il pesce.

Giorgio Falco legge

8 febbraio 2010

Cliccate per ascoltare. Alzate il volume, ché è bassissimo.

Tentativo di descrizione di una tendenza in atto nella narrativa italiana (ovvero: come liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction)

19 agosto 2009

di giuliomozzi

Tanti anni fa il signor René Descartes decise di mettere tutto in dubbio. Dopo aver dubitato e dubitato, gli restò qualcosa, un resto, del quale non riuscì nonostante tutti gli sforzi a dubitare. “Poffarbacco”, pensò: “Sto pensando. E se sto pensando, esisto. Della mia esistenza, quantomeno della mia esistenza come essere pensante, non posso dubitare”.

Nel 2006 le acque di quel bicchiere che sono le pagine culturali dei giornali furono agitate da un breve saggio di Antonio Scurati: La letteratura dell’inesperienza. Due anni prima furono agitate da un articolo di Mauro Covacich apparso in L’Espresso con il titolo Ho le vertigini da fiction. Scriveva Covacich: “Ogni cosa per essere reale dev’essere trasmessa, ma non solo – questa ormai è roba vecchia – anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto la vita come un romanzo ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a la vita come un reality show“. Scurati non diceva cose tanto diverse: “La distinzione tra il finzionale (fictional) e il fattuale (factual) non è più rilevante, prima ancora di non essere possibile”, “Oggi il problema si riformula così: come trasformare in opera letteraria quel mondo che è per noi l’assenza di un mondo. Il mondo non c’è, e per questo diventa urgente raccontarlo”.

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Tirare nel traffico

30 luglio 2009
Il numero 8 in palleggio è un giovanissimo Drazen Petrovic (1964-1993), all'epoca diciassettenne, sotto lo sguardo preoccupato di suo fratello Aleksandar.

Il numero 8 in palleggio è un giovanissimo Drazen Petrovic (1964-1993), all'epoca diciassettenne, sotto lo sguardo preoccupato di suo fratello Aleksandar.

di Giorgio Falco

[Questo articolo di Giorgio Falco è apparso in Repubblica ieri 29 luglio 2009].

Immaginate di essere il regista di una squadra di basket. Avete ventiquattro secondi a disposizione e la palla tra le mani. Partite dalla vostra metà campo, palleggiate zigzagando per evitare la pressione del difensore avversario. Usate una parte del gomito, della spalla e dell’anca per proteggere il pallone, mentre palleggiate con l’altra mano. Il palleggio è una danza fluida, discreta, come quella del difensore, che segue i vostri cambi di direzione.

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L’ubicazione del bene

28 giugno 2009

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di Alessandro Beretta

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Otto anni non sono pochi / 14b

15 giugno 2009

[Ce lo dissero in tanti, all’epoca, che l’unico vero difetto di Pausa caffè era la mole: 352 pagine. Io non so. Mi pare che molti lavoratori dell’editoria abbiano stampata nella mente, come un imperativo categorico, l’intimazione: Tagliare!. Eppure, se scorro la mia biblioteca, vedo che molti grandi libri sono anche dei libri grandi. La mole ha la sua importanza. Questo articolo di Andrea Cortellessa apparve nel mensile L’indice del luglio 2004. gm]

Non è vero che la critica non serve più a nulla. L’articolo di Aldo Nove, su “ttL” lo scorso 8 maggio, ha colpito un po’ tutti. E quando è uscito il nuovo libro della collana diretta da Giulio Mozzi (che si conferma la migliore oggi su piazza), ci siamo precipitati a leggerlo. Il perché è semplice. L’articolo di Nove ha forza in quanto è di uno scrittore importante, ma soprattutto perché è raro. Laddove certi salamelecchi reciproci, fra scrittori compagni di merende, ormai non dicono più nulla. Invece se Nove, che di norma al blurb non indulge, dice che “Falco è l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”, io il libro di Falco lo leggo.

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Otto anni non sono pochi / 14a

14 giugno 2009

[Giorgio Falco è in questi giorni sugli scudi per L’ubicazione del bene, suo secondo libro, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Ma già il primo libro, Pausa caffè, fu accolto con grande attenzione. Questo articolo di Aldo Nove apparve in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, l’8 maggio 2004.]

Per parlare di un libro bellissimo e anomalo come Pausa caffè di Giorgio Falco voglio partire da lontano. Dall’epica. E’ strano, il sentire comune sull’epica. Sa di scuole medie, di ginnasio e si è abituati a pensarla, solo, come tematicamente legata alla guerra, alla sua celebrazione. Ma l’epica è innanzitutto l’inventario dei fatti o, meglio, delle divagazioni, che a partire da un mondo, da un’idea narrativa di mondo, lo saziano fino a dargli una forma che non ha centro, perché è un mondo e diviene. Un po’ il contrario del romanzo tradizionale, dove è la retta che conduce la narrazione a delineare il tragitto, e nella fine si dispiega e congeda fissandosi. L’epos si muove invece a zig-zag, continua a indugiare sulle periferie, trova il proprio focus dove il romanziere rischierebbe di perdersi. In questo senso, tracce di epos persistono in tutta la tradizione letteraria occidentale fino a oggi. Epiche sono le digressioni infinite di Dostojevskij, epiche erano, alle origini picaresche del romanzo, le avventure di Don Chisciotte, i cataloghi di Rabelais come epiche hanno continuato a essere, nel nostro Novecento, le “sbandanti” esasperazioni sintattiche e lessicali di Gadda (e Manganelli) e gli inventari di cronaca di quattro decenni italiani di Nanni Balestrini.

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La differenza

12 giugno 2009

di giuliomozzi

Ci sono tre libri italiani importanti in giro. Concordo con quel che dice Giuseppe Genna qui (nelle prime righe). Di due di questi tre libri si parla molto (cosa di cui sono felice); di uno non si parla quasi per niente. Indovinate qual è, e immaginate perché.

Perché vorrei conoscere Giorgio Falco

12 giugno 2009

di Ivano Porpora

Leggo Falco a letto, girato di schiena. Lo leggo sulla poltrona alle tre di notte, di ritorno da una serata passata a giocare a scacchi. Lo leggo in cucina, i piedi sulla seduta. Silvia passa, mi chiede (ha questo modo delizioso di chiedere) di leggere un passaggio ad alta voce.
Le leggo due righe sul fotografo di matrimoni.
«È un saggio», mi fa.
«No. È un romanzo».
Ci pensa un attimo; nell’uscire dice: «Sembra un saggio».
È questa, penso, la forza di L’ubicazione del bene. In uno dei miei continui lapsus stavo scrivendo L’illusione del bene, benché il titolo originale sia molto più forte, indubbiamente ben scelto. È un romanzo che è un saggio, e non viceversa. E quindi uno di quegli strumenti che si cercavano, di cui abbisogniamo per capire l’oggi – per situarlo in una topografia dell’essere umano, dell’Italia, del 2009, delle lettere.

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“La tragedia è un avvenimento quieto, senza sussulti”

7 giugno 2009

di Franco Foschi

Ora lo sappiamo: nelle incerte vite di tante persone dedite alla sopravvivenza quotidiana c’è una tragedia. Ma pur essendoci, in L’ubicazione del bene, il coro greco (la narrazione corale è intensa, e difficile da equilibrare – ma Giorgio Falco ci riesce), la tragedia è un avvenimento quieto, senza sussulti, più facile da ritrovare in un utensile arrugginito che negli urli spaventosi di una Medea.
Ecco, Falco si è dedicato alla tragedia non urlata dei nostri tempi con un piglio fermo tanto quanto malinconico.
In apparenza pare si tratti di narrazione oggettiva, scabra e lineare, priva di sussulti emotivi e quasi descrittiva, scientifica. Fredda, per intenderci. Poi il dramma immobile fa sentire il suo gelo, fa davvero rabbrividire e soffrire, perché chiarisce che anche la mediocrità può essere drammatica. Incontriamo ex-travet delle multinazionali che cercano di riciclarsi, fallendo, in attività lavorative indipendenti, incontriamo giovani coppie già ai ferri corti dopo pochi mesi di unione, incalliti solitari che guardano le vite attorno con gelida circospezione, e tutto, pur se in disfacimento, sembra sia preda di un tempo statico. Come quando dopo un tumulto si istituisce quella immobilità attiva che non fa muovere neppure la fiamma di una candela.

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Giorgio Falco, L’ubicazione del bene

4 giugno 2009

di Demetrio Paolin

Il libro di racconti di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, il suo secondo dopo l’esordio con Sironi (Pausa caffè), è certamente una delle uscite più interessanti del panorama letterario italiano. Mi piacerebbe quindi ragionarci, cercando di evidenziare quelli che a me sembrano i temi attuali e più stringenti.

Il titolo. Mi pare che il titolo possegga in sé una serie di notizie attorno ai temi del libro. L’ubicazione del bene è infatti un titolo polisemico, che si presta a diverse letture. In primo luogo rimanda ad un linguaggio notarile, soprattutto nell’ambito della compra-vendita di immobili. Il titolo quindi indicherebbe le coordinate catastali di un edificio che viene messo in vendita. In particolare nel libro di Falco si parla di una villetta messa all’asta (p. 17).
Il titolo, però, possiede altre suggestioni: ubicare il bene, situare il bene, Ovvero se il bene esiste dove lo trovo, come lo localizzo?

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E adesso, pover’uomo? (con un’idea segreta in fondo al post)

30 maggio 2009

di giuliomozzi

Ringrazio le persone che in questi giorni mi hanno espresso, pubblicamente o privatamente, il loro dispiacere per la fine della mia collaborazione con Sironi Editore (vedi qui e qui). Ovviamente la cosa dispiace anche a me, e molto, per le ragioni che tutti possono immaginare. Intendo smentire tutti coloro che hanno ipotizzato, anche qui in vibrisse – nei commenti – comportamenti poco chiari da parte dell’editore. L’editore ha presa la sua decisione nel gennaio scorso, e me l’ha subito comunicata. Abbiamo concordata la prosecuzione del mio lavoro fino a maggio, se non altro per seguire la promozione del Davide di Carlo Coccioli: al quale io tenevo e tengo moltissimo, e l’editore lo sapeva bene. Abbiamo concordato di aspettare la fine di maggio per divulgare la notizia (che peraltro, in forma privata, io ho comunicata a molti; e analogamente ha fatto l’editore). Abbiamo avuta qualche difficoltà negli ultimi giorni (vedi l’asincronicità della comunicazione), dovuta semplicemente al fatto che governare una separazione professionale quando gli affetti sono forti è complicato.

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Leggete assolutamente

26 maggio 2009

di Giuseppe Genna

[Questo articolo di Giuseppe Genna è apparso oggi nel suo sito. Del libro di Giorgio Falco scrive oggi anche Mauro Covacich nel Corriere della sera].

Mi occuperò di tre libri, appena avrò il fiato di farlo. Si tratta di tre romanzi perforanti: Il tempo materiale di Giorgio Vasta (minimum fax), su cui da mesi rifletto; Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (Transeuropa); e il libro che segnalo oggi, L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (Einaudi Stile Libero). Sono tre romanzi che mi appaiono fondamentali per il nostro tempo narrativo italiano.
Il libro di Giorgio Falco, che non c’entra assolutamente nulla a mio parere con Carver (così ho letto in giro), ma c’entra tantissimo con Cheever e con una tradizione italiana in cui vedo Volponi assai presente (congiunto obliquamente con una linea “impossibile” che da Leopardi, passando per Pascoli, attraversa Michelstaedter – ma sia chiaro: queste sono impressioni mie e soltanto mie), non è una rappresentazione mimetica e nemmeno allegorica del presente post-industriale o della faglia temporale che stiamo vivendo: è infatti un romanzo teologico e la post-industria non è un’ontologia, ma una sociologia. Se preso dal verso della rappresentazione cinica di un tempo umano spettrale, L’ubicazione del bene sarebbe un romanzo sociologico: lo sembra, in effetti, e non lo è. Se preso dal versante della meditazione sul Bene, immediatamente il Bene viene inteso come scelta morale, come opzione, come preterizione umana: e ciò anche sembra essere il libro di Giorgio Falco, ma non lo è.

Continua a legge l’articolo nel sito di Giuseppe Genna.

L’ubicazione del bene

19 maggio 2009

di Giorgio Falco

I topi annusano di notte lattine compresse nell’asfalto, muovono baffi, fiutano ruote, risalgono nei motori delle auto parcheggiate tra batterie, liquidi di freni e di raffreddamento, imbevono code nell’olio semisintetico, costeggiano marciapiedi, pronti a rifugiarsi nei tombini. Cercano cibo di giorno, impauriti dalla luce sfidano il disgusto dei passanti e tornano alle intercapedini delle cantine, ai cunicoli, alle discariche, ai magazzini dei supermercati, ai depositi di industrie dismesse, ai musei. Gli scarafaggi sono di più, più dei topi, più degli uomini, escono di notte, traboccano dalle macchine spente del caffè, camminano sulle tazzine rivoltate dei bar chiusi, sui cucchiaini pronti come soldati per le prime colazioni dell’indomani. Gli scarafaggi abbandonano il perlinato delle trattorie, lasciano le cucine dei self-service, gli interstizi d’acciaio dei forni e dei frigoriferi, escono dalle tubature dei palazzi, dagli scarichi rumorosi dei bagni, dei lavandini e delle cucine, dove marciscono litigi e avanzi di cibo.
I piccioni svolazzano da un cornicione all’altro, beccano la carne sotto le ali, solleticano le zecche, che si lasciano cadere verso una nuova prolificazione.
Pietro guarda le cartine, scrive, conta, consulta gli elenchi del telefono, sottolinea gli annunci immobiliari di uffici, capannoni, laboratori.
– Non puoi lasciare il lavoro.
– Non lascio il lavoro. Lo cambio. Sono stanco.
– E io no? Io non sono stanca?
– Se vai avanti non sei stanca.

Questa è la prima pagina di L’ubicazione del bene di Giorgio Falco, in uscita in questi giorni per Einaudi Stile Libero. Per leggere tutto il primo capitolo, premere qui.