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“Straordinariamente conseguente nell’affrontare le proprie ossessioni”

10 gennaio 2011

di Gianni Turchetta

[Questo articolo di Gianni Turchetta apparve nella rivista L’indice, nel numero 6 del 1998].

La caratteristica forse più vistosa dello stile di Giulio Mozzi è, mi si passi la contraddizione logica, il tentativo di sparire, di dissimularsi entro un linguaggio di calcolata, rigorosa sobrietà. Non c’è per esempio traccia di termini preziosi o colti o tecnici; anche le voci, per così dire, colorite, compaiono solo se necessarie a rendere il parlato: ma non è certo un caso che anche i dialoghi siano ridotti all’osso. Anche la sintassi appare sottoposta a un regime di drastica limitazione delle dipendenze complesse: stradominio della coordinazione; altissima percentuale di periodi monoproposizionali; i periodi materialmente lunghi, quando ci sono, rispondono all’esigenza di seguire il flusso di monologhi costruiti in genere per serie di elementi semplici.
Le scelte linguistiche di Mozzi discendono, in prima istanza, dall’esplicita opzione a favore di una poetica della “comunicazione”, programmaticamente opposta a una poetica dell’ “espressione”. Ma questa poetica dipende a sua volta, più in profondo, da un’etica “forte”, di non celate ascendenze religiose. Per Mozzi le parole devono essere al servizio della verità e delle “cose”: cose non solo da rappresentare, ma da “fare”. Sbaglierebbe di grosso perciò chi volesse accostare a una qualche forma di “minimalismo” la sua programmatica povertà stilistica, così come la sua minuziosa attenzione ai gesti e ai fatti minimi della quotidianità. Procedendo per slogan, Mozzi è piuttosto un narratore “massimalista”, forse anche il più massimalista fra i nostri giovani narratori.

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