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Dalla Bottega di narrazione / Francesca Branca

28 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Francesca BrancaSe dipendesse dalla sua volontà Saverio continuerebbe a parlare con la segreteria telefonica di sua moglie (che lo ha lasciato) per sempre. Invece lo raggiunge la notizia della morte del padre che lo costringe a ritornare nella casa della sua infanzia, il posto da cui è scappato vent’anni prima per tenersi lontano da una madre anaffettiva, un padre narciso e dal ricordo del fratello maggiore morto suicida. Mentre il passato ritorna e si intreccia al presente su piani non sempre distinguibili, Saverio cerca un modo per dipanare il bandolo della sua esistenza complicata e per venire fuori dalla claustrofobia dei rapporti familiari.
Sullo sfondo la difficile educazione sessuale degli anni Ottanta, quando un certo puritanesimo provinciale si scontra con i primi programmi ad alto audience della televisione commerciale.
Nell’estratto che segue il racconto del funerale del padre di Saverio. C’è la madre Enrica. C’è Cătălina, la badante polacca. C’è Mara la sorella maggiore. C’è il fantasma di Paolo. Ci sono frammenti di un
Piccolo inferno familiare. (f.b.)

da Piccolo inferno familiare
di Francesca Branca

Billie, età otto anni, dopo aver fatto visita ai suoi
nonni a New York, mi disse: «Mi torturano col cibo».
David Cooper, La morte della famiglia

Più che vedere la salma già concia nella cassa imbottita di seta bianca, Saverio ha realizzato che suo padre non c’è più leggendo i manifesti mortuari lungo la strada, affissi ai muri negli spazi elettorali o sopra le locandine delle passate rassegne estive.
Tutt’intorno c’è aria di scirocco, il sole è caldo, nonostante il novembre, Saverio è accaldato e si toglie la giacca, arranca con la valigia a braccio.
Quando arriva a casa, trova la porta aperta. Entrando viene assalito dall’odore di cera sciolta, di gambi macerati nell’acqua, di sudore insinuato nelle trame dei maglioni sotto le giacche della piccola folla che accalca la bara. Suo padre è steso a dita intrecciate, nel centro della stanza, Enrica gli sta accanto, è una macchia nel tubino nero, la sua faccia pallida mette paura. Resta seduta sulla poltroncina Luigi Filippo di velluto, sulla quale era vietato sedersi, non si muove ma geme, ancora non si è accorta di lui. Saverio le guarda le mani che si tengono ai braccioli, le nocche sono spigoli di muro, le fedi, la sua e quella di Giovanni sono troppo larghe per il suo anulare scheletrito. Qualcuno si accorge di lui e le tocca una spalla, le fa un cenno, indica la porta, Enrica si volta e vede suo figlio. Alla fine è venuto allora, pensa, non ha sperato per niente.

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