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La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani

27 ottobre 2014

di Sandro Campani

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Sandro per la disponibilità. gm]

sandro_campaniSono cresciuto in un paesino sull’appennino emiliano, in Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio. Mia madre era di lì, mio padre del reggiano. D’estate il paese raddoppiava la sua popolazione, con i villeggianti (che su chiamavamo i berligianti, cioè i calpestanti), ma d’inverno eri sempre da solo: nella mia classe delle elementari, la più numerosa, eravamo in sei (in quinta per esempio erano in due, e facevano lezione insieme a noi). Le strade per scendere a Sassuolo, a Modena o a Reggio, allora erano scomode e lunghissime, e andare giù era un avvenimento raro. Per cui, crescevi isolato, sempre nei boschi e nei campi, spostandoti in bici per chilometri in salita, e gli amici che avevi erano dati, non c’era tanto da scegliere. Io avevo Davide, con cui facevo tutto: giocare a pallone, andare in bicicletta e andare a funghi. Quando avevo cinque anni è nato il mio primo fratello, e siamo venuti su insieme.
A differenza di come poi sarebbe diventato lui, e poi anche l’altro mio fratello, il terzogenito, io ero un bambino un po’ imbranato nei lavori. Vangavo se c’era da vangare, ammucchiavo il fieno o aiutavo a potare, seguivo mio padre a far legna, mescolavo il cemento e gli passavo i sassi se c’era da murare, gli passavo il metro e le viti se faceva qualche mobile, ma sempre con una mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose, direi, che mi faceva sentire sbagliato. Ero privo di quella sicurezza nei gesti e nel contatto con gli oggetti che avrebbe dovuto far di me un uomo normale. A Natale (mio nonno era mezzadro giù a Scandiano, allora, poi sarebbe risalito a Carpineti) si parlava sempre di trattori, e io continuavo a non capirne niente, refrattario, proprio, e provavo un fastidio bruciante per la mia inadeguatezza. Guardare le bestie, tutte quante, mi piaceva tantissimo, ma anche lì da esteta, non con gli occhi di uno che avrebbe saputo come trattarle.
Hai il desiderio di muoverti dentro il mondo vero in cui si vive e si maneggiano gli oggetti con costrutto, e invece ti sembra di poterlo soltanto guardare, e parlarne, perché lo osservi irrimediabilmente dal di fuori: questa dissociazione è una cosa da cui temo non scapperò mai finché campo.

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Alessandra Sarchi, “L’amore normale”

7 maggio 2014

di Magda Guia Cervesato

[Ecco la prima recensione – spero non resterà l’unica – inviatami per il gioco che ho proposto qui. Magda ha letto il romanzo in edizione digitale. gm]

Istruzioni per ricevere in regalo una copia del romanzo "L'amore normale" di Alessandra Sarchi

Ricevi in regalo una copia di questo romanzo

“Era una domanda vera solo a metà” (p. 136).

Questa la frase simbolo del libro, espressa in forma di pensiero che attraversa la mente di uno dei protagonisti del quadrangolo amoroso messo in scena dall’autrice. Nello specifico Davide, marito di Laura innamoratosi di Mia nelle segrete di una biblioteca pubblica in un tardo pomeriggio di pioggia. Mia: l’unica libera sentimentalmente nonostante fluenti chiome di giovinetta, precoce abbastanza da domandare all’amante adulto una cosa qualsiasi di cui “…l’altra metà era un tentativo di mascheramento, legittimo e brutale…”.

Due ordini di persone necessitano leggere il nuovo romanzo di Alessandra Sarchi: chi di esperienza in faccende amorose ne ha poca per ragioni anagrafiche, e chi di esperienza in faccende amorose ne ha tanta e tutta intrisa di ragioni del cuore invece che di ragione e basta. Sì perché per queste faccende ancor più che per altre “si tratta di guardare a fondo o di restituire facili stereotipi: questo è il punto discriminante di ogni opera letteraria”, sosteneva l’amico Valter Binaghi, uno che a fondo ci ha guardato fino in fondo. E questo romanzo serve meravigliosamente il mandato, guardandosi bene dall’inchiodare la complessità dei sentimenti al trito dualismo “amore romantico” – in cui non si capisce mai “come” vivranno felici e contenti oltre la siepe della luna di miele – versus “amore di lungo corso” – in cui non si capisce mai “come” sopravvissero felici e contenti dentro la siepe del fiele: sì, perché la storia attovaglia alle estremità di un lungo tavolo in legno vivissimo due istanze principi di ogni relazione: menzogna e verità. E l’autrice apparecchia il suo banchetto accogliendo ai lati della tavolata infiniti intrugli dei due ingredienti base, pietanze-girandola inseparabili da una realtà sfumata con un signor rosso d’annata.

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