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Poesia sulla poesia scritta in mancanza di meglio vicino a Porto Recanati

28 dicembre 2012

di giuliomozzi

[Da Fantasmi e fughe, Einaudi 1999].

Che cosa è meglio?
È meglio una poesia dove si capisce tutto?
È meglio una poesia con gli uccellini e il vento?
È meglio una poesia lunga quattrocento pagine?
È meglio una poesia dove ci sono dei personaggi?
È meglio una poesia che fa diventare tristi per due ore?
È meglio una poesia giapponese?
È meglio una poesia dove non c’è mai la lettera effe?
È meglio una poesia che a guardarla bene non sembra neanche una poesia?
È meglio una poesia che fa divertire i bambini?
È meglio una poesia scritta da un vero poeta?
È meglio una poesia con le parole antiche?
È meglio una poesia che si può leggere anche stando in pigiama?
È meglio una poesia d’amore scritta a pennarello sul muro della sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Porto Recanati?
È meglio una poesia di Giacomo Leopardi?
È meglio una poesia che si può leggere all’incontrario e sembra uguale?
È meglio una poesia fatta con il computer?
È meglio una poesia che si può cantare come una canzone?
È meglio una poesia recitata ad alta voce in autobus mentre tutti fanno finta di non sentire?
È meglio una poesia che ho scritta io?
Che cosa è meglio?

Chilometri (d’inverno)

29 ottobre 2009

di giuliomozzi

[Questo racconto è tratto da Fantasmi e fughe, pubblicato da Einaudi nel 1999 e ormai quasi fuori commercio.]

È sabato mattina. Sono le otto e un quarto. Io sto sulla corriera della Sita che va da Padova a Este. Dal finestrino non si vede niente, fuori c’è la nebbia e dentro l’umidità dei corpi fa appannare i vetri. Alle nove sarò a Este e alla fermata troverò Letizia che mi avrà aspettato, oppure la aspetterò io per qualche minuto. Dipende da suo fratello, se le dà o no un passaggio; e dalla Lorenza, se deve tenerla o no. La corriera per andare a Este parte da Piazzale Boschetti alle otto, passa dietro casa mia alle otto e cinque, lì ci sono un tabaccaio che vende i biglietti e la fermata a richiesta. Dentro dal tabaccaio c’era un signore slavo che continuava a ripetere mozelìze, mozelìze e il tabaccaio faceva conto di non capire; quando io ho detto, perché mi stavo stufando, secondo me deve andare a Monselice e il signore slavo ha cominciato a dire di sì e a fare di sì con la testa, il tabaccaio non ha più potuto fare finta: così gli ha dato il biglietto. Poi gli ho chiesto io un biglietto per Este e lui me l’ha dato guardandomi come si guarda il complice d’un altro. Poi fuori, sotto il palo della fermata, il signore slavo ha continuato a guardarmi e a farmi gran sorrisi, così io ho potuto fargli gran sorrisi e guardarlo. Aveva un paio di sandali alla frate tedesco di quelli orribili che sono stati di moda quest’estate, con un paio di strisce di pelle spezzate; dei calzettoni grossi grigi; dei calzoni blu tuta arrotolati sulla caviglia; un cappottino tre quarti marrone a quadretti neri, con il collo piccolissimo e le maniche strane, come scampanate, troppo stretto e piccolo ma abbottonato a forza; una sciarpa bianca e rossa Forza Magico Padova attorno al collo; un cappello di feltro verde con la tesa strettissima. Allora ho pensato ai miei vestiti: mocassini indiani, calzini corti di cotone bianco (da democristiano, dice Letizia ridendo), jeans, camicia a righe di flanella comperata usata al negozio di Progetti Uomo, maglione Himalayan grossissimo made in Nepal (regalo di Letizia, preso in un negozio del commercio equo e solidale), giaccone blu nuovo con i moschettoni. Che differenza c’è, ho pensato. Naturalmente so benissimo che differenza c’è tra me che posso comperarmi tutti i vestiti che voglio e il signore slavo che, anche avesse i soldi, non so se lo accetterebbero dentro il negozio. […]

Preleva il racconto cliccando qui.

Prima poesia quasi d’amore scritta a causa della lontananza

18 Maggio 2009

di giuliomozzi

(il dentro del tuo sesso è come un pesce)
(il fuori del tuo sesso è un mandarino)

muove il fianco e lo congiunge al fianco
alza il ventre e lo congiunge al ventre
chiude gli occhi e vede un topo bianco
apre gli occhi e dice «sì, per sempre»

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