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Giulio Mozzi annuncia l’uscita in libreria di un romanzo del quale è, per così dire, protagonista assente e involontario

6 aprile 2010

Un uomo ha deciso di scoprire dove finiscono i manoscritti che manda a un consulente editoriale di nome Giulio Mozzi. Un’ossessione che lo porterà a cambiare città e lavoro: diventerà postino, si trasferirò a Padova, e col tempo riuscirà a farsi assegnare la via dove abita il lettore delle sue prose, e si vendicherà sottraendo ogni tanto alla sua posta le grosse buste sigillate che contengono le speranze di altri scrittori. Il giorno in cui il postino va in pensione decide di mandare un’ultima lunghissima lettera a Giulio Mozzi, confessando il suo piccolo crimine e offrendogli un campionario di voci, come prova dei suoi furti. Estratti di romanzi, racconti, saggi, plagi. Alcuni di questi scrittori nel frattempo sono diventati autori di valore (dal risvolto).

Il magazzino delle alghe, inventato e curato da Marino Magliani, edizioni Eumeswil, con la partecipazione di Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Mauro Baldrati, Remo Bassini, Mario Bianco, Valter Binaghi, Fabrizio Centofanti, Riccardo De Gennaro, Marco Drago, Riccardo Ferrazzi, Francesco Forlani, Carlo Grande, Franz Krauspenhaar, Stefania Nardini, Alberto Pezzini, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta.

“Era il mio amico e lo sarebbe stato per sempre”

6 febbraio 2009

di Fabrizio Centofanti

Sto riflettendo da tempo sulla vicenda di Eluana, e mi sembra difficile venirne a capo. Recentemente è morta la persona a me più cara: ha avuto un infarto con edema polmonare; stava riprendendosi, ma poi è sopraggiunto un ictus e ha perso conoscenza. Ho sperato che non entrasse in coma permanente, perché ritengo sia la condizione più dolorosa, sia per il malato sia per i suoi cari. Questa esperienza ha reso ancora più arduo trovare una risposta soddisfacente alla situazione di Eluana. Se il mio amico deceduto si fosse trovato in frangenti analoghi cosa avrei fatto? Certamente non avrei staccato il sondino. Con che diritto avrei potuto? L’avrei fatto per sollevare lui da una condizione priva di coordinate precise o per togliere me dall’angoscia di vederlo sospeso in uno stallo senza fine? L’unica certezza è che avrei vissuto con il dolore di vederlo lì, vivo ma privo di reazioni visibili, nell’impossibilità di comunicare e di condividere i suoi pensieri, i suoi sentimenti. Eppure, credo che mi sarei affezionato anche a quella vista, a quella compagnia: era il mio amico e lo sarebbe stato per sempre, sveglio o addormentato. Magari lui avrebbe sorriso di me, che lo guardavo in modo ebete: e non avrebbe mai pensato di staccarmi la spina.

Questo articolo è stato commentato da Seia Montanelli, qui