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La formazione della fumettista, 20 / Paola Barbato

31 marzo 2015

di Paola Barbato

[Questa è la ventesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Paola per la disponibilità. gm].

Il mio problema è che non sono titolata.
Sono circa diciott’anni che me lo fanno notare tutti: io per fare fumetti non sono titolata. Che poi bene bene benissimo non ho mai capito come si faccia ad esserlo, ma il punto è che io non lo sono.
La vigilia di Natale del 1995 (sì, la prendo alla lontana ma poi faccio di corsa) ho telefonato a casa di un ragazzo a cui scrivevo e mandavo i miei racconti. Invece che con lui ho parlato con sua madre, che leggeva le mie lettere insieme alla figlia minore (non sto a spiegare o viene lunga) e questa compassata signora mi ha detto che avevo l’obbligo morale di presentare i miei scritti a qualcuno. “Ma non sono titolata!” mi sarebbe venuto da rispondere, e invece ho messo insieme tutti i racconti scritti in quasi un anno, li ho stampati, rilegati con la spirale che costava meno e portati a mano a tutti gli editori milanesi che avevo trovato sulla guida telefonica. La Rizzoli era troppo lontana e quindi mi avanzava un manoscritto. Sono andata alla Sergio Bonelli Editore, l’ho lasciato in portineria e me ne sono andata. Non volevo fare i fumetti, pensavo che magari le mie storie surreali potessero essere comprate come soggetto per Dylan Dog. No, perché io Dylan Dog lo leggevo. Avevo tutti i numeri, il primissimo me l’avevano fatto leggere nell’estate del 1988 quando lavoravo in una gelateria e gli altri stagionali avevano portato dei fumetti per i momenti di morta. Li avevo recuperati tutti con calma e li avevo messi insieme agli altri. Sì, perché io leggevo anche altri fumetti. Di Dylan non avrei saputo dire chi fossero gli autori o i disegnatori, non me ne fregava niente dei nomi. Riconoscevo le storie dal tono e il disegnatore dai dettagli. Quello che non si vedono le facce, quello che fa i triangoli sulle guance, quello che fa tutti belli, quello che fa tutti brutti. A gennaio 1997 me ne sono andata a vivere da sola e mio padre mi ha riferito che a casa chiamava insistentemente un tale mai sentito che voleva parlare con me. Gli do il tuo numero? Non glielo do? Così mi arriva la telefonata di questa vocina esile e vagamente afona, tutta di testa, che mi restituisce l’immagine di un omino gracile, un redattore occhialuto con il papillon, tale Mauro Marcheselli. Mi propone di provare a sceneggiare, visto che i miei racconti gli erano piaciuti. Sceneggiare che? Dylan Dog. “Ma è scemo?” ho pensato, “Non sono titolata!”. Ma facevo la guardiana alla galleria civica per il comune, guadagnavo pochissimo, quindi ci ho provato. Mi è arrivata a casa la sceneggiatura di Memorie dall’invisibile di Tiziano Sclavi, come esempio da seguire. Avevo finto di sapere chi fosse e mi ero informata poi, ho letto tutto due volte, il discorso diretto al disegnatore, le battute, i dettagli infinitesimali e le abbreviazioni incomprensibili: PP, PA, CL, FI. E poi Dida, ovunque Dida che parlava. Chi cazzo era Dida? Ci sono arrivata giorni dopo che significava “didascalia”. Ho partorito con dolore novantaquattro tavole e le ho spedite per posta ordinaria, perché non era tempo di e-mail, non ancora. Il giorno stesso in cui il ragazzo che veneravo mi ha mollata l’omino del papillon mi ha richiamata.

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Bottega di narrazione

25 novembre 2010

Fabrizio Buratto intervista Giulio Mozzi

[Questa intervista è apparsa oggi in Job24. gm]

[…] Le scuole di scrittura creativa, non corrono il rischio di “formare” professionisti della scrittura che sfornano prodotti simili perché confezionati secondo strutture predefinite?
Mah, da un lato mi domando: se questo accadesse, sarebbe un male? Piuttosto che avere un sacco di testi scritti tutti in maniera differente, ma poco professionale, non sarebbe meglio avere dei testi più simili fra loro però scritti in maniera professionale? Questa è una domanda che va fatta, anche se un poco paradossale. Poi, a me non interessa spingere le persone a fare tutte la stessa cosa, anzi, la nostra scelta di individuare un progetto per ciascun partecipante va nella direzione opposta.
Si può insegnare il mestiere di scrivere?
Si può insegnare tutta la parte tecnica, che fra l’altro la si insegna da circa 2600 anni, perché i primi trattati di retorica di cui abbiamo notizia precedono di circa 300 anni la Retorica di Aristotele, il primo trattato completo che abbiamo a disposizione. Non si può insegnare la sensibilità, la capacità creativa; dopo di che, nella relazione con le persone ovvero nel parlarsi, nello scambiarsi i libri, c’è un’educazione della sensibilità e dell’immaginazione. […]

Leggi tutta l’intervista.

Nell’intervista c’è un piccolo errore. La scadenza per candidarsi alla B ottega di narrazione non è il 30 novembre, bensì l’11 dicembre. L’errore è dovuto a me, non a Buratto. Tutte le informazioni sulla Bottega di narrazione. gm