Posts Tagged ‘Fabio Mantovani’

La formazione del fumettista, 15 / Marco Foderà

17 febbraio 2015

di Marco Foderà

[Questa è la quindicesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Marco per la disponibilità. gm].

marco_foderaQuando Bussola (io e Matteo ci diamo del tu ma scrivendo/dicendo i nostri cognomi, come si fa a scuola) mi ha chiesto di scrivere un pezzo per questa rubrica, gli ho risposto fintamente scocciato: “Bussola, mi chiedi troppo, è quasi un lavoro… e tra l’altro anche in relativa fretta, visto che debbo completarlo per domenica, ti odio!”. In realtà sto romanzando un po’, non ho usato esattamente queste parole, ma se prova a smentirmi, gli scriverò ancora più fintamente scocciato.
Ormai sono anni (circa venti di carriera) che evito accuratamente di parlare del mio lavoro in giro. I miei amici sono abituati e, da quel punto di vista, non mi “cagano” più… per loro è un mestiere come un altro, solo lievemente più curioso, ma neanche tanto. Dicevo, non ne parlo mai, se non quando son costretto… Ripeto sempre la solita manfrina, la solita storiella… e ovviamente tutti fanno (come è normale che sia) le solite domande. Ma questo discorso vale solo quando incontro dal vivo le persone, sui social invece sono fin troppo presente e pubblicizzo ciò che faccio… In un certo senso mi comporto da “sborone” (ma sui social un po’ tutti si sentono legittimati a farlo, l’autocelebrazione passa dal fumettista, al pizzaiolo, al gommista, ecc.: e’ lì e solo lì il nostro momento di gloria). Sto divagando. Dicevamo: io faccio il fumettista, in realtà non da vent’anni (come ho scritto sopra) ma fin da ragazzino… iniziando alle elementari e disegnando per gli amichetti i vari Jeeg Robot e Goldrake. Già allora ero un po’ sborone (decenni prima dei social). Finita la scuola dell’obbligo pensavo di andare a lavorare, ma il mio migliore amico dell’epoca mi convinse a coltivare la mia passione per il disegno (diciamo arte? Ma sì… continuiamo a bullarci inutilmente). Feci cinque anni di liceo artistico (nella mia città, Latina), ma l’indirizzo preso fu architettura (a dispetto di quello che si potrebbe pensare ora). I miei genitori, come è normale che sia, non vedevano di buon occhio questa mia “tendenza all’arte: in famiglia non c’erano precedenti, eravamo una famiglia di operai (per famiglia intendo il termine esteso a parenti vicini e lontani, e garantisco che siamo numerosissimi).
Finiti i cinque anni pensavo di dover studiare architettura a Roma, ma ero poco convinto. Mi stavo riconvincendo a fare lavori più concreti e fisici, nel frattempo leggevo vagonate di fumetti (soprattutto Bonelli, anche se il primo amore fu verso i Disney, i primi fumetti bonelliani che lessi furono un Tex disegnato da Giovanni Ticci e un Mister No disegnato da Roberto Diso. Che culo, ho iniziato col meglio – senza saperlo).

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La formazione della fumettista, 9 / Emanuela Lupacchino

24 dicembre 2014

di Emanuela Lupacchino

[Questa è la nona puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce questa volta – per un banale incidente – con un giorno di ritardo. La rubrica è a cura di Matteo Bussola (che non ha responsabilità nell’incidente). Ringraziamo Emanuela per la disponibilità].

emanuela_lupacchinoLavoravo in un laboratorio di ricerca. La mia qualifica era quella di biotecnologa e mi occupavo di analisi sierologie e genetiche di batteri patogeni provenienti da tutta la nazione per catalogarli, identificarli e monitorarli a livello europeo.
Non è stato semplice partire da qui, perché bene o male era un lavoro quasi sicuro, con la busta paga a fine mese, ed era accomodante. Non è stato facile anche perché fino ad allora non ho mai avuto una formazione artistica, neanche minimamente. E non è stato facile deciderlo: i soldi erano pochi e dovevano essere spesi in maniera chirurgica. Una formazione a partire da zero sarebbe costata molto.
Però un giorno abbiamo deciso che dovevo farlo, a costo di tutto. “Abbiamo” perché non l’ho deciso da sola, non ce l’avrei fatta. Forse è stato proprio l’entusiasmo dei colleghi, degli amici e del mio compagno a convincermi che si poteva riuscire. A spingermi verso la professione del fumettista. E così ho capito che serviva un piano, perché non si salta da un laboratorio a un tavolo da disegno senza un piano minuzioso e studiato dettaglio per dettaglio. Il primo passo era capire come si disegnano i fumetti, quelli veri. Così ho trovato una scuola dove poter imparare quello di cui avevo bisogno e senza pensarci troppo ho iniziato il più grande tour de force della mia vita.

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