Posts Tagged ‘Ennio Bissolati’

“Ogni cuore ha le sue ragioni che gli altri cuori non comprendono”, a cura di Cristiano del Bernardo

26 giugno 2017

di Ennio Bissolati

[Sostiene, Ennio Bissolati, d’essere un bibliofilo. Sostiene anche, e con puntiglio, d’essere spesso l’unico lettore dei libri che recensisce. gm]

Ogni cuore ha delle ragioni che gli altri cuori non comprendonoCordialissimi complimenti, per intanto, al curatore di questa raccolta – di saggi, ma più che di saggi direi di assaggi, e direi anche trivellamenti, auscultazioni, speleologie, spedizioni nel continente misterioso del comportamento umano – che ha avuto il coraggio – o il fegato, si parva licet – di ricicciare, astutamente risemantizzandolo, uno dei motti più celebri e più abusati della storia del pensiero occidentale: conservandone (nello spirito dell’opera, non nel pubblicitario titolo) non solo la prima parte, che così come abitualmente sforbiciata sembra evocare, o addirittura pregiare, un certo vago sentimentalismo – alla francese, ça va sans dire, e quindi non senza una certa qual implicita svenevolezza -, mentre tutt’altro significa: il “cuore”, per Biagio Pascale – che, onomasticamente, se non nasceva a Parigi, veniva benissimo napoletano – è ciò che più arcignamente i pensatori tedeschi chiamarono “intuizione intellettuale”, ossia l’attività originaria con cui il pensiero pone se stesso, e tramite cui, conoscendosi, rende possibile un sapere nel quale consiste propriamente la filosofia stessa. In parole più spicce: se io sono nel mondo, e faccio parte del mondo, avrò ben diritto di pensare che vi sia una qualche coerenza tra la mia mente, e quindi il mio pensiero, e il mondo; e che quindi nel mio stesso approcciarmi mentalmente al mondo vi sia una qualche possibilità di verità. Le categorie a priori, voi dite? Ecco, sì, per esempio, le categorie a priori. Siamo da quelle parti. Poi i filosofi veri ci sbraneranno per imprecisione, ma tanto basta.

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“L’arte di troncare”, di Micaela Murghy

27 maggio 2017

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“Come fare sesso con un alieno. Manuale pratico”, di Alfred Koitusberg

11 maggio 2017

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene di essere un bibliofilo. Sostiene, anche, di essere spesso l’unico lettore dei libri che recensisce. gm].

Il lettore o la lettrice che avesse a suo tempo apprezzato il Sommario semiesauriente delle maialate pubblicato a puntate in questo medesimo e cordialissimo blog vibrisse (e ora disponibile in carta), potrebbe essere indotto in tentazione da questo libricino pubblicato dall’oscuro editore altroveditore (così, tutto minuscolo, come minimum fax: sarà una cosa di tendenza), ma attenzione: se vi troverà più dettaglio, e più tecnicità, rispetto alle corsive trattazioni dell’Eusebio Gnirro, non vi troverà però né altrettanta eccitazione stilistica né altrettanto disincantato cinismo; per non parlare dello stile, lì tra l’evocativo e il manganelliano, qui piattamente anatomo-meccanicistico, tanto minuzioso nei dattagli quanto prolisso nell’insieme, tanto bizzarro nell’oggetto quanto manualisticamente hopeliano (absit iniuria verbis) nello svolgimento. Ma andiamo con ordine.

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“Cucinare tutto”, di William Sughi

3 maggio 2017

di Ennio Bissolati

[Sostiene Ennio Bissolati di essere un bibliofilo. Sostiene, anche, di essere spesso l’unico lettore delle opere che recensisce].

William Sughi, Cucinare tutto

Il protagonista dell’ultimo romanzo di William Sughi, Cucinare tutto (Lorizzo), è un cuoco onnivoro. E anche se l’ultima volta in cui ha cucinato una pepata di scorpioni risale a molti anni prima, quando non era ancora diventato uno chef di fama internazionale, Leo Michelini non può fare a meno di pensare agli insetti-stecco alla piastra, alle blatte fritte in cartoccio, alle cavallette e ai grillotalpa in fricassea, alle arancine di vermi di terra, ai ragni crociati saltati con finocchietto e germogli di soia, alle tarantole in umido (buonissime), ogniqualvolta cucina uno dei suoi rinomatissimi piatti di cucina vego-molecolare. Leo digiuna, si nutre solo di riso in bianco, combatte una lotta gastrointestina di cui cerca di non far trapelare nulla all’esterno. Ma l’ossessione per il micromondo degli animali a sei e otto zampe – o di zampe del tutto privi – è più forte di qualunque cosa. “L’abbacchio è pietanza: sì, ma che tipo di pietanza? L’abbacchio non ha quel dolcissimo sapore di escremento, non agita le zampette durante la cottura, non ha un esoscheletro da sgranocchiare”. L’ossessione non passa, e non passano certi ricordi: come quello – raccontato nei dettagli lungo svariate pagine – di un vecchio santone che gli magnifica le delizie delle bistecche di lumaca gigante: “Se al primo colpo non ti piace, ricorda che per correggerne il sapore ci sono le salse di formiche, i succhi di scarabeo, le mostarde di larve acquatiche rafferme”. Questo orrore c’è nel libro. E se possibile anche peggio: ci sono le visite sui siti clandestini del deep web culinario, e vengono riportati commenti appassionati come quello di mangiatore di lombrichi vivi: “Succhia, succhia. Niente di così lungo e di così morbido è mai entrato nella tua bocca”.

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“Il colon irritabile”, di Hans Reiter

14 aprile 2017

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene d’essere un bibliofilo. Sostiene anche di essere, spesso, se non sempre, l’unico lettore dei libri che recensisce].

“E, a proposito, come va con il colon irritabile?”, “Malissimo. Ormai non parla più con nessuno”. Con questa battuta a suo tempo arguta, rivoluzionaria e sconvolgente (ci riferiamo, come tutti avranno inteso, alla Cantatrice calva dell’Eugène Ionesco, a suo tempo intrepido, al nostro tempo artista fin troppo incensatamente accademizzato, nonché vittima dei suoi stessi banalizzanti seguaci: tra il teatro dell’assurdo e le assurdità teatrali, ahimè, vi è qualche direi abissale differenza qualitativa), oggi polverosissimamente pedissequa, o pedissequissimamente polverosa – fate voi – prevedibilissimamente si conclude questo romanzo o non-romanzo o anti-romanzo o non-anti-romanzo o anti-non-romanzo che un ignoto autore (ebbene sì: chi si nasconda dietro l’evidente pseudonimo di Hans Reiter, che sarebbe come dire Renzo Tramaglino o Mattia Pascal o Michele Ardengo; con l’aggravante che chiamarsi Hans Reiter, in terra di lingua tedesca, è più o meno come chiamarsi Paolo Rossi qui da noi: tra fisici, calciatori ed enigmisti ce n’è millanta solo in Wikipedia – nemmeno il vostro ardito bibliofilo è riuscito finora a saperlo; ma, nel caso, tempestivissimamente aggiornerò) ha dato alle stampe presso le sciaguratissime edizioni Aleppi, ben note al mondo editoriale nonché ai lettori più avveduti (o meno avveduti, secondo l’approccio) per l’appassionato sostegno a qualunque visione del mondo mistico-complottistica, gnostico-paranoica, grillo-strafalcionica, magico-padrepiica (e non per nulla il loro bestseller risulta essere, a tutt’oggi, il temibilissimo Le zie chimiche di Tommaso Pandolfi).

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“Il cadavere distratto”, di Gambardella

16 settembre 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

gambardella“Anzitutto gioverà dire, per l’intelligenza dei lettori, che il celebre Gambardella di cui si parla nel presente racconto, non ha niente a che fare con gli altri Gambardella più o meno celebri, e non sono pochi, che girano per il mondo. Questo è un celebre Gambardella noto a pochi intimi. Anzi, diciamola com’è, perché la sincerità è sempre la miglior cosa: si tratta d’un celebre Gambardella che nessuno conosce”. Esordiva così l’inarrivabile Achille Campanile nell’unico intervento – unico a nostra conoscenza: ma nel caso specifico il soprascritto, bibliofilicamente parlando, non teme smentite – che sia mai stato pubblicato in pro del Gambardella in questione: la cui celebrità rimase, e tuttora è, ristretta a un così minimo numero di intimi, che nemmeno l’editore Garzoni, pur impegnato nella ripubblicazione dell’opera completa, ne conosce il nome di battesimo.

Gambardella peraltro, alla fine della fiera, è Gambardella: e tutti gli altri Gambardella sono solo qualcosa di Gambardella: dall’amabilissimo Vincenzo Gambardella, autore di eleganti prose narrative (pubblicate da Marietti) all’onnipresente Cherubino Gambardella, architetto assai prolifico di scritture (per tacere del Joe Gambardella, reso noto dal cinema, che è peraltro e resta personaggio fittizio): tutti costoro, in virtù del nome di battesimo, sono solo delle possibili determinazioni del Gambardella: mentre il Gambardella in questione, del quale già questionò Campanile, essendo Gambardella e basta, è un Gambardella “alla massima espressione” (come avrebbe detto il Bernazza): è la quintessenza della Gambardellità.

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“Gli impotenti della letteratura”, di Autori Varii

14 settembre 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

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Absit iniuria verbis, ma quando il vostro bibliofilo si trovò per le mani il libriccino (formato tascabile, un’ottantina di pagine) la cui copertina decisamente optical e Anni Settanta potete contemplare qui accanto (e se lo trovò tra le mani senza averlo cercato, essendogli stato notturnamente deposto nella cassetta delle lettere, in plico anonimo, da mano altrettanto anonima, in una fresca notte d’inizio settembre), la prima cosa che gli venne in mente fu quel generere di barzellette che ci divertivano tanto quand’eravamo bambini, e non ci appaiono oggi che insulsamente razziste: ci sono un italiano, un tedesco, un inglese eccetera. Qui, quattro critici (il francesce Jean-Claude Pelletier, lo spagnolo Manuel Espinoza, l’italiano Piero Morini, l’inglese Elizabeth Norton) e uno scrittore (il tedesco Hans Reiter) si sono messi insieme e hanno unito le forze allo scopo di dare degna sepoltura a ciò cui devono, in effetti, qualunque risultato o successo abbiano ottenuto nella vita: i quattro critici campano infatti dello stipendio che fornisce loro la rispettiva università, lo scrittore campa dell’omaggio che la schiera critica, e i nostri quattro moschettieri in prima fila, gli rende: perché il pubblico (e non turbatevi, dunque, se il vostro primo pensiero è stato: “Hans Reiter! Chi era costui?”) effettivamente gli latita.

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“Archeologia del petare”, di Odorino Reggiasco, e “Il meteorismo nell’Ancien Régime”, di Enza L. Flatù

16 agosto 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

reggiascoSono apparsi a breve distanza di tempo, entrambi per i tipi della Casa editrice dottor Antonio Milani (C.E.D.A.M.) di Padova, due singolari (benché accoppiabili) volumi dovuti rispettivamente alla penna del fondatore della Società italiana di studi corporali (Sisc) – l’oggi ultranovantenne Odorino Reggiasco – e a quella della sua attuale presidente (così ella, nell’articolo Il genere che presiede, in “Quaderni placentali”, a. xxii, n. 3, 2012, ha dichiarato di voler essere consuetamente appellata, argomentatamente rifiutando gli orrori non solo linguistici presidentessa o, castiglianamente peggio, presidenta) Enza L. Flatù, allieva prediletta del precedente. Si tratta in realtà di due volumi culturalmente interconnessi, benché editorialmente assai diversi.

L’archeologia del petare. Saggio metodologico del Reggiasco non è altro che una raccolta ragionata, nonché accuratamente selezionata, delle ultime lezioni e degli estremi saggi del maestro (attualmente ridotto al silenzio da una devastante demenza senile), tutti già sparsamente e ormai introvabilmente pubblicati: dalla celebre conferenza Morte e meteorismo a Vipiteno (in “Acta tirolesiana”, a. xli, n. 1), all’euforizzante Esercizio di interpretazione dell'”Ars bene petandi in societate” (in “Collezione di saggi e studi rabelaisiani”, a. xxxix, n. 4); da L’odore di santità nell’olfattomanzia tardo medievale (in “La civiltà coprolalica”, a. xii, n. 2) alla definitiva sintesi di Scorregge e corregge: il governo del corpo e le punizioni corporali nel Piemonte dell’età cavourriana (pubblicato nel numero monografico Sculaccioni! della “Rivista italiana di studi sulla punizione”, a. xvi, n. 3). Il lettore non specialista si beerà della facilità e della felicità di scrittura del Reggiasco, ad onta della sterminata erudizione e della precisione cristallina del dettato.

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“Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare”, di Iginio Montile

4 agosto 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

calzavaraPresento anzitutto le mie scuse alle gentili lettrici e ai cortesi lettori di vibrisse: la bibliofilia, come ben sa lo Gnirro (per quanto, prudentemente, si astenga dallo scriverne), non è professione ma passione; e talvolta dalle passioni la professione, per motivi professionali ovvero economici e alimentari, indebitamente – ovvero per evitar di far debiti – distoglie. Comunque: èccomi qua, di bel nuovo tornato dal Brasile, ove mi recai in qualità di consulente di una società di formazione di formatori di operatori addetti alla messa in opera di zanzariere avvolgibili – potete facilmente immaginare, in questi tempi olimpiàdici, l’incremento della domanda e la frenesia dell’offerta. Dunque rientro, e mi ritrovo tra la posta – sollecitamente depositata dal postino presso il salone di estetica Bulli & Pupe, sotto casa – questo tomino (in senso voluminoso, non caseario) intitolato Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare, dovuto alla spregevole penna di Iginio Montile. Spregevole, dico: e so il fatto mio.

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“La mistificazione”, di Carlo Della Corte e Alcide Paolini

28 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

mistificazioneI lettori saranno tolleranti, così spero e mi auguro, se per una volta il loro umile bibliofilo si azzarderà a trattare di un’opera, non solo con poca fatica reperibile (benché da lungo tempo fuori commercio) ma addirittura – così mi si dice – esistente. D’altra parte, tràttasi di un’opera (e qui sappiamo di stuzzicare la curiosità del nostro sempre cortese ospite) che tratta sua volta di letteratura (se condizione d’esistenza per l’opera è la sua circolazione) sommamente inesistente: ovvero inedita. Riportiamo per intero – data la sua illustrativa pregnanza – il titolo dell’opera in questione, così come lo reca – in una ripresa o parodia dell’uso antico – la copertina: La mistificazione. Un saggio di Carlo Della Corte e Alcide Paolini su lettere, poesie, suppliche, brani di romanzi, racconti di tutti gli aspiranti scrittori. Una antologia del sottobosco letterario, uno sconcertante panorama dell’incultura. Pubblicato in Milano per i tipi di Sugar editore. L’anno è il 1961. E, a quel che ci risulta, codesto non corposissimo libro (duecento pagine, cinquanta di saggio iniziale che evidentemente si vuole socioantropologico e politico, e centocinquanta di raccolta documentaria, o antologia degli orrori) costituisce il primo e finora unico tentativo di rappresentare seriamente la “letteratura inedita in Italia”, ovvero la produzione letteraria e scritturale nazionale che non trova via di pubblicazione – ed è, vale la pena di ricordarlo, massicciamente preponderante su quella che invece l’editoria, buontà sua, manda alle stampe e alla distribuzione.

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“La livellatrice”, di Luigi Mercantini

25 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

mercantiniEssendo perenne la tentazione – e in filologia soprattutto – di confondere la causa con l’effetto, non starò qui a discutere se l’autore del romanzo La livellatrice (metto le mani avanti: trascurabilissimo romanzo; rilevante quasi solo come campione d’un genere) abbia trascelto uno pseudonimo su suggestione del titolo prescelto, o se dall’illustrità di un nome magari per meri motivi ereditari portato (o per patriottismo antenatale) sia sgorgata l’intuizione del titolo: come che sia, il titolo è quello e il nome (faccio eco: nomina nuda tenemus) è quello. Analogamente: che il nome della casa editrice – editrice di questo unico libro, stanti le mie ricerche – faccia riferimento alla dea dell’amore anticamente greca o, stante la grafia, (e il contenuto dell’opera, di cui poi diremo), a un’attricetta del porno particolarmente talentuosa nello squirting (e sia consentito al vostro bibliofilo di non mettere il link a Wikipedia, per stavolta: se proprio v’interessa, e non avete già pratica, fatevi le ricerche da voi) – è cosa d’imporanza minima. Again, faccio eco: il testo è là; e parla da solo; o borbotta, bofonchia, grugnisce almeno.

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“Gli angoli più segreti sono i più sudici”, di Giammanco Pessogno

29 maggio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

bricolageMi perdonerà il venerabile Mozzi, che galantemente ospita le mie recensioni, se per una volta non parlerò di un libro effettivamente, se pure introvabilmente, pubblicato; ma di un libro che pubblicato ancora non è, e che di pubblicazione è in cerca; sebbene possa garantire, sulla base di un’inesausta esperienza, che qualora il libro sarà pubblicato, la sua introvabilità sarà quasi certa – e certissima quella degli eventualmente interessati a leggerlo. Sto parlando – e i lettori più arguti mi avranno già inteso, dato il gran chiacchiericcio che da gran tempo se ne fa in rete – di Gli angoli più segreti sono i più sudici, spettacolare libro d’esordio (sempre che l’esordio possa effettualmente avvenire) di Giammanco Pessogno, scrittore piemontese d’inequivocabili origini portoghesi (“Pessogno” è infatti la realizzazione fonetica langhina del celebre alle lettere cognome “Pessoa” – e una certa multiformità d’ingegno, a dire il vero, da questo a quello si direbbe non so se genealogicamente o misticamente trasferita: fermo restando l’ineluttabile abisso qualitativo), professionalmente gestore d’un campo da golf, culturalmente animatore d’un bar di provincia la cui insegna (“Un posto pulito, illuminato bene”) non si sa se ammicchi ad Hemingway o voglia garantire l’esecuzione dei protocolli Haccp: in sostanza un outisder della più bell’acqua, se da quelle parti – assai vinicole – l’acqua fosse considerata una bevanda potabile.

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“Volevo fare lo scrittore (sul serio) ma i corsi di scrittura creativa mi hanno rovinato per sempre”, di Mario Cippa Lippa

21 aprile 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

cippaLa prima impressione, più che ovvia e naturale, è che alla domanda se in Italia i corsi i seminari le scuole gli stage i workshop i laboratori le botteghe di scrittura creativa abbiano o non abbiano “prodotto” nuovi narratori di un qualche rilievo, la risposta più caritatevole sarebbe: no, ma hanno prodotto un nuovo genere letterario, ovvero il “romanzo di deformazione” del frequentante di un corso un seminario una scuola uno stage un workshop un laboratorio una bottega di scrittura creativa. “Deformazione”, mi raccomando, e non “formazione”, perché con corale (e un po’ assordante) univocità tutti questi romanzi (dei quali quello di cui ci occupiamo, del Cippa Lippa, va considerato meramente come esemplare o sintomatico o punta d’iceberg: non come specialmente meritevole sul piano artistico) raccontano la medesima storia: c’è un gruppo di ardenti aspiranti pieni d’ambizione e di bruciante passione; c’è un Maestro con l’emme maiuscola e dal cognome enfatico tipo Stupazzoni o Pestalozzi o una Maestra con l’emme maiuscola e dal cognome doppio tipo Tocchetti Bocconi o Molarin D’Entière; e vi si producono situazioni di asservimento, di sfruttamento, di vampirizzazione, di cronicizzazione dell’invidia, di umiliazione financo erotico sessuale, di lotta biologica per la sopravvivenza, eccetera eccetera, nelle quali il Maestro o la Maestra risultano sistematicamente essere degli smokeseller più che degli storyteller, e gli allievi sono tutti dei pazzi furiosi invasati – tutti tranne quello, ovviamente, che costituisca proditoria proiezione dell’autore o autrice, suo o sua alter ego o quantomeno portavoce. E quanto sia divertente la lettura di ‘sta roba, ve lo potete immaginare senza che ve lo racconti nel dettaglio il vostro umile bibliofilo.

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Come funziona davvero la società letteraria italiana

1 aprile 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

Una volta tanto, signore e signori, il vostro bibliofilo verrà meno all’impegno preso a suo tempo di recensire unicamente pubblicazioni di reperibilità difficile, ardua, o perlomeno impossibile: e vi parlerà invece d’un libro messo al mondo da un grande editore (grande dimensionalmente; ex “grande editore”, secondo alcuni – e il caso in questione testimonierebbe -; ma questa è un’altra faccenda): Einaudi, nientepopodimeno; in una collana di grande prestigio, la “bianca” di poesia (la collana nella quale si pubblicano, per stare agli italiani viventi, le opere di Valerio Magrelli, Patrizia Cavalli, Cesare Viviani, Mariangela Gualtieri, Gianni D’Elia, Patrizia Valduga, Aldo Nove e altri). Il libro in questione è: Poesie erotiche e appassionate – di? Non è difficile indovinare, per chi frequenti regolarmente questo ai suoi bei dì autorevole bollettino vibrisse. Ebbene sì: di Mariella Prestante. Da pochi giorni in libreria.

Mariella_Prestante_Einaudi_Chi segua da qualche tempo (anche distrattamente, vista l’insistenza) le molteplici (e un po’ confuse e frenetiche, va detto) attività del curatore di vibrisse sa benissimo chi sia costei: è l’autrice, pretesamente femminista e antimaschilista (ma in realtà pervicacemente tanto antifemminile quanto antimaschile), di certi sonettuzzi scolastici, di certe canzoncine pretenziosucce, di certe cabalette seriosamente oscene, che da qualche tempo va pubblicando in Facebook; il tutto scritto in una lingua infarcita di riboboli e solecismi, irresponsabilmente mischiata d’aulico e di corporale, appoggiata su un citazionismo miserando e imparaticcio; con rivendicazioni però (e questo è il colmo) virtuosistiche: da cui i sonetti monorimi, le rime difficili se non assurde (un esempio per tutte: “puzzi: Tootsie”), la risuscitazione di forme che non hanno più alcuna ragion d’essere né storica né stilistica né poetica né meno archeologica come lo strambotto o la ballata o la sestina. Il Mozzi (che qui ci ospita; e gli dovremmo forse qualche non metrico rispetto; ma il vostro Bissolati, lo si sappia, da sempre fa suo il motto amicus Julius, magis amica veritas: e se questo articolo dovesse costargli il posto, e il diritto di quivi pubblicare, non se ne adonterà; se ne farà, semmai, motivo d’orgoglio) da tempo segue, o insegue, talvolta precede, spesso accompagna, tutto sommato trasporta e trasborda questa inane versificatrice nel suo pecorso, diciamo così (ma facciamo uno sforzo a dir così), poetico.

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Che cosa sono io per Bissolati, e che cos’è Bissolati per me (per tacer della Mariella, di Carlo e d’altri)

17 marzo 2016
Ennio Bissolati, in un raro autoritratto scattato da Giulio Mozzi

Ennio Bissolati, in un raro autoritratto scattato da Giulio Mozzi

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“Clonati senza peccato”, di Maria Immacolata Innocenti Degli

9 marzo 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

innocentiLa giovane teologa toscana Maria Immacolata Innocenti Degli (il cui curioso cognome – rilevabile principalmente nella zona di Figline Valdarno – è frutto di un’errata trascrizione all’ufficio dell’anagrafe avvenuta qualche generazione fa; esistendo in Firenze l’Istituto degli Innocenti, vocato alla cura dei trovatelli e degli abbandonati, il cognome Degli Innocenti equivale agli altrove diffusi Esposito, Trovato, Diodati, eccetera) non ha trovato nessun editore di orientamento cattolico (e, in generale, nessun editore) disposto a pubblicare questo smilzo ma, a dir suo, rivoluzionario libretto (non più d’una sessantina di pagine): e così, avendolo autopubblicato senza alcun riscontro, si è rivolta al vostro affezionato bibliofilo pietendo una recensione. Che le si concede volentieri, premettendo cautelativamente l’assoluta ignoranza dello scrivente tanto in materia teologica quando in materia scientifica – ovvero, in entrambe le materie tra i cui confini l’opericciola ambisce collocarsi.

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“Elementi di rinomanzia sismologica”, di Berto Naso

6 marzo 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

bertonaso Berto Naso (il cui vero nome è Berto Guidi; ma, come si capirà al volo, mai come in questo caso un nomignolo ha avuto il diritto di diventare nome d’arte, e professionale) è un rinomante, come si evince dai documenti (encomi, gratulatorie, titoli di merito ecc.) inseriti nell’ “Appendice probativa” in fondo al volume (documenti della cui autenticità il vostro bibliofilo si è convinto dopo un’oretta di lavoro con Google), molto rinomato. Egli, esperto (come tutti i rinomanti) in ritrovamenti d’ogni genere (vene d’acqua, giacimenti gassosi e petrolieri, e così via, senza disdegnare – in interventi domestici – occhiali ed apparecchi acustici), negli ultimi vent’anni si è particolarmente dedicato alla rinomanzia sismologica, ossia alla previsione di eventi sismici con prospezioni rinomantiche.

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“Storia universale della fretta”, di Cinesio Bartoli

5 marzo 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

bartoliVentidue anni, stando alla prefazione, sono stati necessari a Cinesio Bartoli (uno di quegli ingegni straordinari che nascono talvolta in Italia: fondatore della Bartoli sas, azienda specializzata nella fornitura di servizi e prodotti per la conservazione degli alimenti d’origine ittica; in gioventù campione regionale di pattinaggio su rotelle in varie specialità; cultore della materia presso l’istituto di Tecnica del freddo del Cnr nel tempo in cui lo dirigeva il compianto Fredolino Mattarolo; discreto pittore e acquafortista – assai apprezzate le sue “marine” – con all’attivo una dozzina di personali; eccetera) per compilare questa avvincente e spettacolare Storia universale della fretta: un saggio che, manco a dirlo, solo un individuo del tutto sordo alle ragioni della tempistica riuscirebbe a non leggere d’un fiato.

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“Lo spettro della porta accanto”, di Edgardo Allampo

26 febbraio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

allamLo spettro della porta accanto, romanzo di Edgardo Allampo, è il primo titolo pubblicato dalla neonata casa editrice pesarese Suspiria, omaggiante nel nome al “maestro dell’horror italiano” (così nel pomposo manifesto stilato dai giovani fondatori). In realtà, s’io non fossi Bissolati, come sono e fui, ma Dario Argento, provvederei subito a prendere le distanze. Si sa: l’horror è un genere letterario (e sottolineo letterario: perché nel cinema le cose vanno assai altrimenti) nel quale le cose meno importanti sono, nell’ordine (di crescente non importanza): l’originalità, la coerenza narrativa, la qualità della scrittura. Il pubblico della narrativa dell’orrore è composto, curiosamente, da un ottanta percento di lettori ingenui, ingenuissimi, disponibili a credere più o meno a qualsiasi cosa venga loro narrata (e in qualsiasi modo); e da un venti percento di lettori raffinatissimi sì, ma con un gusto tutto geek-snobistico per la spazzatura (il trash, come italianamente si dice). Può darsi che a certi palati finissimi, ma stremati ed estenuati dall’assaggio di troppi e troppo variopinti e troppo artistici sapori, uno junk food come questo possa non solo piacere, ma (tutto può essere, a quelle altezze) apparire come un autentico capolavoro. Ma a un lettore che non appartenga a questa strampalata religione la spazzatura non può apparire che per quello che è: spazzatura.

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“The Marvellous Adventures of Farlock Holmes”, di Conan Boyle

18 febbraio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

conanboylePer quanto la nostra ammirazione per Georges Perec sia sconfinata, non si può fare a meno di notare che le sue opere (ciascuna radicalmente diversa dall’altra) hanno generato (del tutto involontariamente: Perec non imitava nemmeno sé stesso, figuriàmoci se pensava che ad altri potesse venire in mente di imitare lui) una quantità sterminata di imitatori, pedissequi dove Perec era libertario, pedanti dove Perec era brillante, moralisti (in senso formale, naturalmente) dove Perec era disinibito. A questa genia appartiene, senza lode e senza merito, la persona che si nasconde sotto il per nulla originale nomignolo di Conan Boyle, che in The Marvellous Adventure of Farlock Holmes non ha raccolto altro che una serie di racconti con protagonista il cugino scemo (idiot cousin) del ben più noto Sherlock. Ciò che dovrebbe (dovrebbe, eh!: ché tra il volere e il riuscire c’è di mezzo il mire – sarebbe il mare, ma era per fare la rima) divertire il lettore è la lingua impiegata da Conan Boyle. Che non è l’inglese, essendo Conan Boyle (se dobbiamo dare alla nota biografica in bandella un credito maggiore che al nomignolo) di Venegazzù, frazione di Volpago del Montello, in provincia di Treviso (luoghi naturalisticamente incantevoli, sia deto en passant). Bensì qualcosa a metà strada tra l’itangliano, l’anglo-trevigiano e l’ostretrico (= “linguaggio parlato da chi cerca di convincere le ostriche ad aprirsi di loro spontanea volontà”: Boyle dixit, nella postfazione).

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