Posts Tagged ‘Emanuele Trevi’

Un cuore intelligente, appunti su critica e scrittura.

19 aprile 2017

di Demetrio Paolin

[Altri articoli sullo stesso argomento]

Scriptor, non doctor. Questa breve glossa di Benvenuto da Imola al verso 27 del canto X del Paradiso mi è venuta in mente leggendo i diversi contributi che, qui su vibrisse ma anche su altri siti e social network, sono apparsi dopo la pubblicazione dell’articolo di Gilda Policastro sull’eutanasia della critica e delle due recensioni della Marzano e di Trevi all’ultima fatica di Siti.

Quando nascono queste polemiche e discussioni, io ho un problema ovvero devo capire da dove parlo

La cosa più comoda in questo caso è definirmi: in che veste prendo la parola? (Lo so che è un problema tutto mio, ma secondo me è sempre necessario capire chi è che parla) Parlo da scrittore? Parlo da critico che collabora con alcune testate e giornali nazionali?  Scrittore/Critico. Una delle tensioni sottotraccia che mi è parso di ravvisare nelle diatribe di questi giorni è appunto l’eterna distinzione tra critico e scrittore.

Io mi sono guardato dentro, ho provato a osservare le cose che faccio ogni giorno, quando apro il pc e mi metto davanti a una pagina di word o davanti a un libro che leggo. Io faccio dei discorsi, dei ragionamenti in cui provo a dire come è il mondo, quale è la mia idea di bellezza, di giustizia di amore o di letteratura. In questo senso la divisione tra critico e scrittore è fuorviante: il critico è uno scrittore ovvero una persona che scrive immaginazioni, e che declina la sua particolare visione di mondo tramite una riflessione su testi altrui.

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“Una lapide in Via del Babuino”

28 ottobre 2015

di Emanuele Trevi

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Tra i tanti brutti tiri che la Storia può giocare ai singoli individui, c’è anche quello di illuderli di essere al centro degli eventi e per così dire nella cabina di comando, mentre in realtà il loro ruolo è quello di semplici pedine, facili prede del più irrimediabile oblìo. Difficile che in questo periodo, in cui tanto si discute e si scrive del Risorgimento e dell’unità d’Italia, qualcuno si azzardi a rievocare il pallido spettro del principe Girolamo Napoleone. A fianco dell’entrata dell’Hotel de Russie, in via del Babuino, una targa ricorda che la “nobile vita” del principe terminò proprio a Roma, il 27 marzo del 1891.

Già a quei tempi, in pochi si ricordavano di quell’aristocratico esiliato, venuto a spendere i suoi ultimi giorni alle falde del Pincio. Eppure Girolamo, come si addiceva a un Bonaparte, era vissuto in maniera tutt’altro che noiosa. Suo cugino Napoleone III, d’accordo con Cavour, l’aveva sposato a Clotilde di Savoia, la figlia di Vittorio Emanuele II. Matrimonio tutt’altro che felice, ma importantissimo, come si può intuire, dal punto di vista politico e diplomatico. Per conto suo, Girolamo nutriva sentimenti tutt’altro che prevedibili per un membro della famiglia imperiale francese imparentato ai Savoia. Gli piacevano quelle che ai suoi tempi si definivano le idee radicali, odiava i preti, ed era un massone. Era amico di Alexandre Dumas, che proprio in compagnia del principe, durante un viaggio nel Mediterraneo, aveva visitato l’isola di Montecristo.
Come militare, aveva partecipato a molte guerre, dalla Crimea all’Algeria, alle campagne per l’indipendenza italiana, ma la sua vera passione furono gli intrighi politici e giornalistici, che alla fine gli costarono l’esilio a Roma.

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Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo (da lunedì 26 ottobre )

24 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Più o meno a maggio di quest’anno avevo tra le mani la copia della nuova edizione del Quinto Evangelio (L’orma editore, 2015) di Mario Pomilio; nella mia libreria facevano mostra di sé la ristampa de Il nuovo corso (Hacca, 2014) e di Scritti cristiani (Vita e pensiero, 2014). E mentre ero indeciso su come scrivere, qui in vibrisse, mi è capitato di leggere un’affermazione di Giulio Mozzi sul suo profilo di facebook che diceva più o meno che il Quinto Evangelio era il più bel romanzo italiano del dopoguerra. Alla sua affermazione mi venne solo da dire: Dio mio, sì! Giulio ha ragione.

La letteratura, sappiamo, non è una classifica di calcio, ma spesso è utile cercare di stabilire un qualche ordine di grandezza, cercando – in parole povere – di fornire una sorta di canone dei testi. E sicuramente il romanzo di Pomilio, ma sarebbe meglio dire la sua opera, dovrebbe essere contemplato al suo interno. In realtà, però, dell’autore abruzzese si è parlato poco o niente, relegandolo al ruolo marginale nell’economia della nostra storia letteraria.

Per questo motivo in quel giorno ho pensato di scrivere una breve mail a tre amici, scrittori e lettori forti dell’opera pomilana, dicendo loro che volevo provare a costruire sul Quinto Evangelio e sull’opera di Pomilio non una semplice recensione o saggio ragionato, ma qualcosa di più.

Gli amici in questione erano Giulio Mozzi, Alessandro Zaccuri e Gabriele Dadati e il qualcosa in più che avevo pensato e immaginato è quello che leggerete nei prossimi giorni qui sul sito di vibrisse ovvero una sorta di convegno on line dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, in cui scrittori, critici, teologi e giornalisti sono stati chiamati a scrivere un loro contributo.

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Note di lettura: “Roderick Duddle” di Michele Mari

16 settembre 2014

di Luigi Preziosi

Con il romanzo Roderick Duddle (Einaudi, 2014, ampiamente e positivamente recensito, anche in rete: vedi, tra gli altri, almeno qui, qui, qui, e qui), Michele Mari è entrato nella cinquina del Premio Campiello 2014.

La storia è tanto lineare nello sviluppo generale, quanto complessa nella scansione degli episodi. Roderick è un bambino di dieci anni cresciuto in una locanda malfamata del paese di Castlerough, frequentata da marinai, carrettieri, vagabondi ed avventurieri di tutte le risme. Alla morte della mamma, il ragazzino scappa dall’osteria e dalle angherie del suo padrone, il signor Jones. Porta con sé solo un medaglione, ricordo della madre, per il possesso del quale si scatenerà la caccia di una serie eterogenea di personaggi, perché prova della sua condizione di ultimo erede illegittimo della ricca e nobile famiglia Pemberton. Sulle sue tracce si pongono in tanti, dallo stesso Jones, che assolda due grassatori di strada, alla potente ed equivoca madre Badessa del locale convento che, coadiuvata da suor Allison, la cui enigmaticità nasconde una segreta condizione di ermafrodito, incarica della caccia un misterioso e terribile sicario dal beffardo soprannome di Probo. Roderick, intanto, trova un primo e precario rifugio presso un vecchio pescatore, che prima di soccombere tenterà più di una volta, nel corso dell’intricata vicenda, di aiutare il bambino.

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Otto anni non sono pochi / 9

2 giugno 2009

[Tra gli autori che abbiamo avuto l’onore di pubblicare negli otto anni del mio lavoro presso Sironi ci sono due “grandi vecchi”: Luisito Bianchi, sacerdote, e Renzo Tomatis, oncologo. Di Renzo Tomatis mi parlò, una sera a Torino, Delia Frigessi. Io non ne sapevo nulla. Delia mi fece avere il dattiloscritto del romanzo Il fuoriuscito. Io andai in cerca dei libri precedenti di Renzo Tomatis: da Il laboratorio, pubblicato nel 1965 presso Einaudi da Italo Calvino, su sullecitazione di Giovanni Arpino, a Visto dall’interno (Garzanti 1976), la Storia naturale del ricercatore (Grazanti 1992), La rielezione (Sellerio 1996). E mi resi conto che Tomatis aveva composto, libro dopo libro, un unico grande romanzo autobiografico, tutto centrato sulla vita e sui dilemmi morali del ricercatore. Il fuoriuscito fu accolto tutto sommato bene. Il libro successivo, L’ombra del dubbio, uscì pochi mesi dopo la morte di Tomatis. Nel sito della società di Epidemiologia e prevenzione ci sono molte pagine dedicate al lavoro scientifico di Tomatis. L’articolo di Emanuele Trevi che riporto qui sotto apparve in Alias, supplemento del quotidiano il manifesto, il 18 febbraio 2006. gm].

Bisogna urgentemente allargare il nostro concetto di “novità letteraria” fino a comprendere almeno i libri usciti da un annetto, per combattere l’imperante usa-e-getta dell’ informazione culturale, che coinvolge indifferentemente nel suo squallido tritacarne il bello ilbrutto e il medio. Non ha senso, per esempio, relegare già al dimenticatoio un libro originale e coinvolgente come Il fuoriuscito di Renzo Tomatis, uscito la priumavera dell’anno scorso nella collana “indicativo presente” diretta da Giulio Mozzi per Sironi, una delle pochissime iniziative editoriali italiane seriamente interessate alla sperimentazione e alla ibridazione. Non si tratta però di una scoperta di Mozzi. Tomatis, come ben si può arguire dal cognome, viene da torino, e il suo primo padrino letterario fu Calvino, che fece pubblicare da Einaudi Il laboratorio nel 1965 (per chi fosse curioso, c’è in giro una ristampa Sellerio). Ma più che a Calvino, è a un altro grande campione torinese dello “stile semplice” (soggetto, predicato, complemento) cioè a Primo Levi, che la prosa di Tomatis fa subito pensare.

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