Posts Tagged ‘Elisabetta Canevarolo’

Carillon, clown (una favola di tanti anni fa)

19 febbraio 2013

di giuliomozzi

[L’idea di questa favola, scritta tanti anni fa, è di Elisabetta Canevarolo. L’elaborazione e la scrittura sono miei. La favola è stata pubblicata anche in Favolario illustrato, a cura di Stefano Strazzabosco. gm]

Alessandra ha nove anni. E’ una bambina molto bella. Ha i capelli neri lucenti, molto lunghi, che di solito tiene legati a coda con un elastico oppure con un fiocchetto. Ha gli occhi neri neri, così grandi che a chi la guarda sembra che siano grandi come tutto il viso. Alessandra abita in una casa con un piccolo giardino e durante la stagione buona sta per quasi tutto il tempo nel giardino a giocare. Ogni tanto, quando è stanca, torna in casa e si addormenta sul divano o sul letto, qualche volta anche in cucina, seduta, con la testa appoggiata sul braccio sopra il tavolo. Alessandra sembra un gatto cucciolo quando dorme così, con gli occhi chiusi stretti, con il corpo che sembra ancora vibrare per lo sforzo del gioco che ha appena interrotto, con il piccolo naso che ogni tanto si allarga come per un respiro più profondo, a ricuperare il fiato. Quando Alessandra si addormenta così, il suo non sembra nemmeno un sonno, è solamente una pausa, il corpo si riposa ma dentro il corpo non entrano la pesantezza e gli odori del sonno vero. In questo sonno non ci sono sogni, c’è soltanto l’abbandono fiducioso. Alessandra dorme solo cinque o sei minuti e dopo corre via, nel giardino di nuovo, a giocare con la palla o con la corda, o a guardare la luce del sole che attraversa gli alberi facendo brillare i bordi delle foglie, o a spiare il ragno che fa la tela o la formica che trascina un piccolissimo seme (ma è enorme per lei!); oppure sta immobile per osservare la lucertola che sta immobile sopra il sasso in battuta di sole, muove soltanto la testa, appena appena, a piccoli scatti, come per sorvegliare la zona, in cerca di una preda o per timore di un pericolo. Alessandra immobile si dimentica di respirare, sbatte gli occhi per la luce, la lucertola non c’è più.

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La donna ideale / Leggi il prezzo

3 marzo 2010

Clicca, e preparati a sgranare gli occhi.

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Otto anni non sono pochi / 6

30 Maggio 2009

[Negli otto anni del mio lavoro presso Sironi abbiamo pubblicato tanti libri. Riprenderò qui, in questi giorni, alcuni articoli relativi a quei libri che – a prescindere da qualunque valutazione commerciale – mi sembrano aver meglio “resistito” nel tempo. Questo articolo di Andrea Cortellessa apparve in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, il 9 luglio 2005. gm].

«Non v’è nulla che rievochi maggiormente il Nulla come il Tutto». Una frase come questa potrebbe averla detta l’oscuro Alonso Barrulho, che negli Anni Trenta strologa da una certa città spagnola, dal passato favoloso e dalle coordinate imprecisate. Perceber è la città della quale Barrulho dice, infatti (in un cartiglio recuperato, a Roma, quasi settant’anni dopo): «Ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome».
La pillola di gnosi non troppo vagamente borgesiana è una delle chiavi – così numerose da scoraggiarne l’uso – del «romanzo eroicomico» (così il settecentesco sottotitolo) col quale esordisce il trentacinquenne Leonardo Colombati. Il titolo è proprio il nome di quest’Anti-Roma immaginaria; la quale a sua volta si battezza da una storpiatura ispano-germanico-lusitana del latino percipere («assumere i dati della realtà mediante i sensi » – si rinvia il lettore a p. 46 per l’oggetto-sineddoche della realtà). Effettivamente Tutto e Nulla stanno – nel mondo fittizio quanto in quello cartaceo che lo evoca – in un rapporto dialettico: di mutua causalità. Per questo la minuziosa rete di rinvii alla cosmologia cabalistica – sottesa al set dei diversi quartieri romani come all’ordinamento di un simbolico Corpo Astrale –, a dispetto delle mani messe avanti in abbrivo («della struttura del nostro libro potrete agilmente disfarvi. La forma ci è servita per scrivere, non è indispensabile per leggere»), è tutt’altro che accessoria. Di fatto è ossessivamente ribadita, tanto dal doppio apparato di note (in coda al volume e – francamente di troppo – in calce a ciascun episodio) che dalle sterniane didascalie a ogni capitolo.

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