Posts Tagged ‘Elio Pagliarani’

Come sono fatti certi libri, 27 / “Inventario privato”, di Elio Pagliarani

26 ottobre 2017

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Carla Dondi al signor Praték (Lettere delle eroine, 14)

12 agosto 2016

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di Andrea Donaera

[Le Regole del gioco].

Caro signor Praték, io non dormo più.

Caro signor Praték, mi scusi, che comincio così, è un poco un’ossessione questa cosa oramai, del dormire, ma io, veramente, non dormo più, che, mi voglio spiegare, mi deve credere, la notte mi metto, lì, nel letto, e dopo non so quante ore avviene come uno svenimento, che dura due, massimo tre ore, poi suona la sveglia, che la sveglia, signor Praték, una roba, che quel suono è il suono del mio dolore, diciamo, mi voglio spiegare, che se volessi dare un suono ai sentimenti, per esempio, l’allegria è la voce del gelataio col carretto, quello di piazza Duomo, la stanchezza, per esempio, gli affanni delle signore quando salgono sul tram con non so quante buste e pacchi e figli, il dolore, invece, ecco, il suono della sveglia, che ogni mattina, una cosa che proprio.

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Un preciso squilibrio. A proposito di uno studio su Giuseppe Pontiggia

29 maggio 2015

di Lorenzo Marchese

smisurato_equilibrioNon era un’impresa da poco proporre uno sguardo sintetico sulla narrativa di Giuseppe Pontiggia, che ha attraversato il secondo Novecento restituendoci una linea di scrittura quanto mai spezzata e affascinante. Autore poco prolifico per via della sua ridiscussione meditata di generi (giallo, romanzo poliziesco, ricostruzione storica, saggio critico) e forme (prosa narrativa, racconto breve, poesia, prosimetro), era e rimane difficile da inquadrare in un suo qualche libro risolutivo, in una circostanza storica che possa rappresentare un suo ipotetico “periodo aureo”.

Uno studioso di Milano, Marco Bellardi, si è cimentato nello sforzo con Uno smisurato equilibrio. La narrativa sperimentale di Giuseppe Pontiggia (Franco Cesati, Milano 2015), un invito alla lettura di Pontiggia che mancava nel nostro panorama: infatti, i commenti all’opera dello scrittore sono sparpagliati in saggi monografici (alcuni, citati da Bellardi, ormai difficili da reperire) e articoli sparsi su riviste accademiche e quotidiani. Uno smisurato equilibrio ripercorre ordinatamente la produzione narrativa di Pontiggia, con un’analisi ravvicinata e un occhio attento all’aspetto stilistico delle opere, senza particolari pretese di esaustività; per quelle, è meglio rivolgere l’attenzione al Meridiano delle Opere a cura di Daniela Marcheschi, che apre all’autore con un utile saggio introduttivo (benché a volte a rischio di pomposità: rischio oltrepassato nella Cronologia) e dà una ricchissima bibliografia critica alla fine del volume. Come riconosciuto nella Nota iniziale, al lavoro di Marcheschi e ai colloqui con la studiosa questo libro deve moltissimo, rappresentando una porta d’ingresso convergente per vedute critiche e più accessibile sotto vari punti di vista – non ultimo quello economico.

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La formazione dello scrittore, 1 / Valerio Magrelli

22 maggio 2014

Ritorno e ricordo: al mio liceo

di Valerio Magrelli

[Questo è il primo articolo della serie La formazione dello scrittore (parallela a quella La formazione della scrittrice), che apparirà in vibrisse il giovedì. Ringrazio Valerio per la disponibilità. Il prossimo ospite sarà Mario Benedetti. gm]

valerio_magrelliPer anni ho frequentato il “Liceo Statale Sperimentale”. La mia formazione e quella dei miei compagni si svolse tutta nel segno di un ossimoro simile a quello che in Messico è affidato al “Partito Rivoluzionario Istituzionale”. Studiavamo la devastazione. I nostri compiti a casa riguardavano Pollock e Beckett, Cage e Joyce. Afasia, dislessia, sabotaggio, erano già materie d’esame. Insomma, l’avanguardia era la tradizione. In breve ci trovammo a rovesciare, nostro malgrado, il motto di Mallarmé. Se il poeta francese esclamava: “La distruzione fu la mia Beatrice”, noi, miti cavie del laboratorio post-moderno, mormoravamo: “La distruzione è la nostra Perpetua”. Più che una musa, infatti, la distruzione ci appariva come una vecchia Tata, rassicurante e burbera. Naturalmente, il primo mio saggio fu una monografia sul Dada.

Il rischio, però, è di finire dal Cabaret Voltaire di Tzara, al Bagaglino di Pippo Franco (riferimento a uno sciagurato spettacolo dell’epoca, poi trasformato in programma televisivo): un luogo dove applaudono solo gli sprovveduti. Per spiegarmi, vorrei accennare a una mia particolare idiosincrasia, vale a dire il fastidio, si badi bane, non contro la Merda d’artista di Piero Manzoni, bensì contro il tipo di ricezione dimostrato nei suoi riguardi. Un lavoro del genere, al pari della pisciata di Carmelo Bene contro il pubblico in sala, poteva fare un effetto scandaloso su chi ignorava l’Orinatoio, ideato da Duchamp nel 1916 e con ben altre implicazioni teoriche. Questa provocazione in differita di mezzo secolo, poteva scandalizzare l’italietta del neorealismo o di qualche cittadina pugliese, ma per il resto andava e va considerata nient’altro che un’elegante chiosa, un omaggio, un d’après, se proprio non vogliamo parlare di plagio.

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La formazione della scrittrice, 17 / Rosaria Lo Russo

5 maggio 2014

di Rosaria Lo Russo

[Questo è il diciassettesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Rosaria per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

RosariaLoRussoDieci anni

Annusare la carta, sfiorarla con le dita, strusciare la pagina contro una guancia. Pagine ingiallite e sottilissime, un libro grosso, la copertina rossa. Le Mille e una notte a casa di mio nonno nella campagna toscana e i lunghi pomeriggi solitari di una bambina che amava molto leggere favole e poesie, e a casa di mio nonno c’erano anche molti libri di poesia. Nonno leggimene una. Nonno leggimene una. Ma soprattutto nonno Renato aveva un cofanetto, color porpora e ricami dorati, contenente una selezione del Reader’s Digest della più grande poesia italiana, dai siciliani a Montale, accompagnati da 45 giri in cui questi testi lapidari erano declamati dai grandi attori all’antica italiana, Gassman, Foà, Edmonda Aldini… Il cofanetto Le pagine d’oro della poesia italiana è un cimelio polveroso che sta sullo scaffale più basso nella parte della mia libreria dedicata interamente alla poesia, come un grande rettangolo genitoriale. I vinili a 78 giri ivi riposano in pace ma nescit vox missa reverti citando Ovidio. E la musica lirica. Mio nonno era un melomane straordinariamente appassionato. A casa sua ho conosciuto da bambina tanti cantanti lirici e lui spesso mi portava con sé all’opera. Ancora il ricordo di un grande sonno, un sonno cullato e interrotto dalle versioni filologiche di Riccardo Muti al Comunale di Firenze, sei ore di Guglielmo Tell di Rossini. Un sonno beato dal canto e turbato dal canto: croce e delizia. E poi i Quindici, i due volumi, quello con la costa rosa e quello con la costa viola, solo quelli sempre quelli. Il loro odore fortissimo. Avevo dieci anni e il 21 giugno era il compleanno di mia madre. La famiglia andò a pranzo da La Beppa, un ristorante famoso allora a Firenze, sui Viali dei Colli, ombreggiato dal tigli. L’odore dei tigli era fortissimo, il pranzo era stato buonissimo. Tornata a casa ero piena di sensi buoni e questi diventarono una poesia niente affatto ingenua. Una poesia dedicata a mia madre, nella sonnolenza meridiana di un primo giorno d’estate pieno di sensi buoni. Mamma, mi leggi una favola? Anzi, me ne racconti una? La poesia nasceva come risultato dei sensi appagati. Ascoltare, annusare, assaporare. Ma il mio nome calabrese, imposto dalla nonna paterna, non piaceva alla mia mamma fiorentina, che aveva dovuto accettare Rosaria per evitare Concettina, il nome di mia nonna (l’insopportabile suocera perennemente a lutto). Rosaria per Rosarina, Rina, la primogenita di mia nonna Concettina, morta a dieci anni per una malformazione cardiaca congenita. La foto del suo piccolo viso ingoiato dalle occhiaie nere e dal baschetto dei capelli neri incombeva consumandosi di anno in anno, ingiallendo, sparendo: io ero nata perché lei fosse ancora. Io non ero io, ero lei, morta a dieci anni. Il mio primo libro, L’estro, lo ha scritto lei, una bambina di dieci anni, una bambina morta che cantava arie d’opera.

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