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La formazione della fumettista, 26 / Tina Valentino

12 Maggio 2015

di Tina Valentino

[Questa è la ventiseiesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Tina per la disponibilità. gm].

tina_valentino«Oh mà, senti n’attimo sta’ cosa che ho scritto?»
«Dopo metti a Peppino di Capri?»
«Sì mà …mò sentimi, così vedo se va bene.»
«…e jà, vai!»
«E tu che vuoi fare da grande?»
«Uà, io sò vecchia!»
«…no mà, era la parte iniziale…statti zitta!»
«Ah, ok.»

«E tu? Che vuoi fare da grande?». «I disegni!», risposi dal castigo dietro la lavagna in prima elementare, mentre la polvere di gesso che cadeva faceva ben capire la mia idea di punizione.
I miei primi contatti con i fumetti furono quelli su cui, a 4 anni, iniziai a leggere e cioè Diabolik e Geppo ma, fondamentalmente, la mia idea di far disegni mi veniva dalle ore passate a guardare la miriade di cartoni animati di quegli anni, in cui la morale fondamentale e prevalente era «se vuoi puoi…ma devi farti il culo!» (e volendo buttarci sul teatrale, metterti pure le catene ai polsi come Mimì nella nazionale della pallavolo). Puoi farlo in compagnia come Holly e la New Team o da sola come l’attrice Maya, ma una cosa era chiara…ci sarebbero stati un Mark Lenders con tutta la Muppet o un’Ayumi. Fatto sta che io volevo disegnare!
Il primo pubblico sostenitore era composto dai colleghi di mio padre che appendevano ovunque i miei disegni in giro per gli uffici postali, e il mio piccolo sano ego sociale si costruiva, frammisto alla tenera fiducia che si forma a quell’età. Il primo trauma invece avvenne nelle “vicinanze”, ritrovando in un cassetto tutti i mille disegni che mio padre giurava di spedire alla posta di Bim Bum Bam e che non arrivavano mai perché «erano fatti male» ( testuali parole ), mentre io passavo il tempo a guardare il programma speranzosa di sentirmi nominare, con mamma che ripeteva «dopo lo vedi…mò studia!».

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