Posts Tagged ‘Davide Rondoni’

Appunti su alcuni romanzi cattolici

24 settembre 2013

di Demetrio Paolin

2256068Mi è capitato di leggere due romanzi molto diversi tra di loro, che mi hanno riportato a rivedere e approfondire le tesi che avevo sostenuto in questo articolo di un anno fa a proposito del romanzo cattolico. I libri in questione sono Il Dio che fa la mia vendetta (Gallucci Editore) di Federico Platania e Gesù. Un racconto sempre nuovo (Piemme) di Davide Rondoni.

I due testi sono interessanti proprio perché si può individuare in loro quella doppia tendenza del cosiddetto romanzo cattolico, che evidenziavo in quello scritto: ovvero da una parte il tentativo di ri-scrittura delle Scritture e dall’altra la possibilità di calare il credo della fede cattolica nel tempo presente e di vedere in che modo reagisce.

Provo a dire qualcosa di più sui libri. (Piccola avvertenza come sempre questi sono appunti, e come tali sono bisognosi di integrazioni e altro; anche essi come altri pubblicati su vibrisse e non solo sono parte di una riflessione più ampia che vorrei prima o poi mettere a fuoco).

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Contro la letteratura?

5 settembre 2010

Nel suo libello Contro la letteratura, appena pubblicato da Il Saggiatore, Davide Rondoni riesce nell’impresa di dire alcune cose di assoluto buon senso in modo tale da renderle quasi inaccettabili. Il titolo del libello non ha nulla che fare con il contenuto. Il sottotitolo (Poeti e scrittori. Una strage quotidiana a scuola) appena un po’. L’immagine in copertina (una mano punta una pistola alla fronte di un Dante laureato) è tremenda. L’impaginazione del testo (lo so, Rondoni qui non c’entra, o c’entra poco) è orrenda. In somma, questo libello le ha tutte per non farsi leggere. Eppure dice alcune cose di assoluto buon senso: che l’insegnante deve “saper leggere bene”, e deve “imparare a leggere bene” (ovvero: deve studiare per imparare a leggere bene); che l’insegnante deve trasmettere ai ragazzi (Rondoni ha in mente soprattutto la scuola secondaria superiore) la propria libertà, la propria passione, la felicità che le belle opere letterarie gli dànno; eccetera. Cose di così tanto assoluto buon senso, che – una volta separate dall’enfasi polemica del libello – risultano addirittura delle banalità (le banalità sono spesso esplosive: pensate quanto sono esplosive banalità del tipo: “E’ meglio se il capo di un governo non si rende ricattabile”; “E’ meglio se persone fortemente sospettate di essere dei ladri non stanno al governo”; “E’ meglio accogliere i naufraghi che ricacciarli in mare”, ecc.).
Il vero difetto di questo libello, a parte l’enfasi che trovo francamente insopportabile (ma è questione di gusti), è il bersaglio. Ad esempio, a p. 79 leggo:

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