Posts Tagged ‘Daniele Giglioli’

“La vera Zona è il romanzo stesso”

24 maggio 2016

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli è apparso in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della sera”, domenica 22 maggio 2016. L’articolo è disponibile in pdf qui].

7228419_1572657Era una notte buia e tempestosa. No, sul serio, comincia proprio così La ragazza selvaggia (Marsilio) di Laura Pugno, anche se non con queste parole. Ciò non per insinuare che si tratti di una sfilza di luoghi comuni di scrittura e di invenzione: al contrario. Chi ha letto le sue cose precedenti sa che l’autrice ha un mondo narrativo tutto suo, riconoscibile all’istante nei temi e nel modo di porgerli, un insieme finito e ricorrente di elementi che si combinano in maniera ogni volta diversa e sorprendente. Vero però che ora, per la prima volta, quel mondo corre il rischio di apparire chiuso, fisso, non passibile di sviluppi, il che ne rappresenta insieme il fascino e il limite.

Quali sono questi elementi? Ecco la configurazione con cui si presentano qui. Ci sono la città e il bosco, natura e cultura sempre colte nelle faglie in cui entrano in frizione: la ragazza selvaggia di cui al titolo, Dasha, perdutasi una decina di anni prima perché abbandonata dalla gemella Nina (entrambe orfane di Chernobyl adottate da Giorgio Held, imprenditore andato a fare affari in Ucraina), viene ritrovata da Tessa, nipote di una strega di paese, biologa precaria e ultima abitatrice di Stellaria, riserva naturale creata per un esperimento universitario ora in via di smantellamento e sul cui sfondo si staglia una selva di pale eoliche (simbolo di energia pulita, fragile alleanza tra bisogni umani e risorse ambientali, bosco rassicurante).

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“Un girotondo in cui la morte guida tutti”

9 marzo 2015

di Daniele Giglioli

[…] Dire che Mozzi si sia riconciliato, e abbia riconciliato il suo lettore, col morire se non con la morte, è dire troppo. Credo piuttosto che in lui si sia operato uno spostamento dal lutto come fatto privato al morire come evento pubblico, collettivo, con un esito di realismo creaturale simile a quello che anima i Trionfi della morte degli affreschi tre-quattrocenteschi, del resto citati nel libro. Un girotondo in cui la morte guida tutti, la dama e il cavaliere, il contadino e il vescovo. Un trapasso perenne che è anche danza, festa, spettacolo, condivisione, mistero e riso. Senza risentimento, accettando di essere anima e nello stesso tempo cibo e merda, e non è un risultato da poco. Non so se questo basti a Mozzi. A chi lo legge, finché legge, sì. A libro chiuso il problema ricomincia, com’è ovvio.

Leggi tutta la recensione di Daniele Giglioli a Favole del morire di Giulio Mozzi.

“Il male naturale” a Milano

17 aprile 2011

La nuova edizione de Il male naturale di Giulio Mozzi, pubblicata da Laurana, sarà presentata a Milano mercoledì 20 aprile alle 19, in via Carlo Tenca 7 presso lo Spazio Melampo. Saranno presenti Daniele Giglioli (docente di Letterature comparate all’Università di Bergamo, collaboratore di Alias, supplemento del quotidiano il manifesto), Demetrio Paolin (scrittore e saggista, autore della postfazione alla nuova edizione de Il male naturale), Bruno Pischedda (docente di Letteratura e Cultura dell’Italia contemporanea all’Università Statale di Milano, collaboratore del supplemento domenicale del Sole 24 Ore), Alessandro Zaccuri (scrittore, giornalista culturale del quotidiano Avvenire, conduttore del programma Il Grande Talk, Sat2000); e naturalmente l’autore.

Il luciferino che è in Mozzi

28 febbraio 2011

di Daniele Giglioli

[Questo articolo è apparso il 26 febbraio 2011 in Alias, supplemento del quotidiano il manifesto].

Il tempo non ha tolto forza ai tredici racconti di Giulio Mozzi raccolti in Il male naturale, che Laurana (pp. 216, euro 15.50) riporta in libreria a dodici anni dalla loro prima uscita presso Mondadori. Disancorati dal tempo breve del contesto in cui vennero alla luce (la seconda metà degli anni Novanta, la nefasta e ridicola smania editoriale per i “giovani scrittori”, le polemiche su “cannibali” e “buonisti” [*] che mandavano in visibilio i compilatori di mappe e tabelline), si offrono a lettori più lontani nel tempo ma proprio per questo forse più vicini allo spirito con cui l’autore li ha scritti. Il male naturale è un’opera che aspira alla dimensione del für ewig [“per sempre”], non al brillio posticcio della cronaca letteraria. Letteratura è una parola brutta sotto la penna di Mozzi. Il “per sempre” con cui si confronta non è l’immortalità dello scrittore ma la mortalità senza scampo dell’autore e delle persone che ha amato. Questo libro ha un fine pratico, non estetico: il suo problema sono il male e la morte, la posta in gioco perdono e redenzione. La bellezza che persegue è quella della parola efficace, la stessa che si esercita nella liturgia, nella preghiera, nel giuramento, nella maledizione, nella bestemmia, nella riconciliazione.

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C’è molto di vivo ma non ha vita facile

22 agosto 2009

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli è apparso nel quotidiano il manifesto il 18 agosto scorso. E’ il primo di una serie di “panorami letterari”. Nel sito del manifesto trovate ancora on line – per qualche giorno – gli articoli dedicati a Usa, Messico, Giappone. Nel quotidiano in edicola oggi tocca al SudAfrica. gm].

[Una dura critica a questo articolo da parte di Gilda Policastro, qui in Nazione indiana. In calce all’articolo una lunga discussione. Vedi anche una risposta a Policastro di Gianni Biondillo.]

Le recenti e sgradevolissime polemiche sul premio Strega mi hanno convinto a stendere questo panorama della narrativa italiana contemporanea senza fare neanche un nome. Si potrebbero invocare moventi e precedenti più nobili, dalla storia dell’arte senza nomi ipotizzata da Wölflin a quella della letteratura «senza che nemmeno un nome sia pronunciato» sognata da Paul Valéry, invece di affannarsi a protestare contro l’insopportabile tendenza a ridurre il discorso sulla letteratura a un chiacchiericcio malevolo a base di tabelline, classifiche, chi vince e chi perde, i promossi e i bocciati, chi è amico di quello e nemico di quell’altro. E come sarebbe bello poter dire invece: chi se ne frega, la letteratura è un’altra cosa. Non è così, purtroppo. Quella chiacchiera, quella nube di maldicenza, quel voyeurismo senile, quella foia delatoria («poche chiacchiere, i nomi, fammi i nomi», manco fossimo in questura) non è fuori dalla letteratura. È’ la letteratura, la letteratura in quanto istituzione, habitus, ambiente di vita, se non vogliamo ridurla a una mera esperienza di fruizione individuale (la «poesia» crociana, magari), cosa che la letteratura non è mai stata nemmeno al bel tempo che fu – quello di Dante, di Molière, di Calvino.

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