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“Sono io che l’ho voluto”, di Cynthia Collu

6 gennaio 2016

di Marco Candida

[Un’intervista a Cynthia Collu autrice del romanzo Sono io che l’ho voluto, Mondadori. Ringrazio Cynthia Collu].

colluDescrizione. Se è vero che ogni famiglia infelice lo è a suo modo, quella di Miriam si potrebbe definire “normalmente” infelice: qualche discussione, la scontentezza del marito per il modesto stipendio da insegnante, a volte delle litigate furibonde ma sempre, dopo, la riappacificazione, la felicità del sesso, una cena fuori, un piccolo viaggio. Sebastiano ritorna premuroso, gentile, e a Miriam questo è sufficiente per tirare avanti. D’altra parte gli deve pur essere riconoscente, lui “la mantiene”, permettendole di stare a casa a occuparsi del loro bambino di tre anni, Teodoro. Un giorno, sistemando gli abiti di Sebastiano, Miriam vede uscire dalla tasca una traccia inequivocabile lasciata da un’altra donna. Inizia la lenta discesa agli inferi del sospetto, del bruciore per il tradimento, del tentativo di parlarne e dell’acuirsi della violenza di lui: maltrattamenti psicologici, all’inizio, destinati a trasformarsi presto in violenza fi sica. Un romanzo che narra con straordinaria intensità la “normalità” della violenza domestica, e i meccanismi per i quali tante donne non riescono a riconoscerla, tanto meno a ribellarvisi. Miriam, risalirà dal suo inconfessabile inferno solo quando riuscirà a guardarsi con occhi nuovi, a ritrovare l’autostima che, come lei, tante donne hanno smarrito.

1) La trama di “Sono io che l’ho voluto” è già riportata all’inizio di questa intervista. Ma ti chiedo lo stesso: di cosa parla, questo libro? Parla di violenza domestica o di sottomissione? Già il titolo “Sono io che l’ho voluto” è la tipica frase di chi sembra recitare un mea culpa trovandosi nel bel mezzo di un pantano.

Il romanzo affronta il tema di quelle che vengono definite “molestie morali” o anche “violenza domestica”. La protagonista è una donna, Miriam, bella, intelligente e colta, ma incapace di liberarsi dalla soggezione psicologica del marito, o meglio, incapace di difendersi dalle continue denigrazioni che ledono a dosi progressive la sua autostima. Il romanzo, quindi, parla soprattutto di violenza psicologica all’interno della coppia, violenza sommersa, che coinvolge famiglie di qualsiasi ceto sociale, violenza ancora più pericolosa di quella fisica in quanto meno riconoscibile.
Per quanto riguarda il titolo mi è capitato di sentire diverse interpretazioni da parte dei lettori. In effetti, il titolo ha più chiavi di lettura. Leggendo però il romanzo mi sembra alla fine risulti chiaro che la frase è tutt’altro che un mea culpa, bensì è il grido liberatorio di una donna che si riappropria della sua autostima e dignità. Ma, come si sa, una volta pubblicato un libro non è più tuo, è del lettore, e quindi che ognuno interpreti il titolo come meglio preferisce.

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