Posts Tagged ‘Conoscenza simbolica’

La conoscenza simbolica / 6

6 giugno 2013

di Valter Binaghi

La settima parte è qui.

b) La teofania nel Verbo

ildegarda1Abbiamo visto che l’ordine cosmico della religione antica ha nell’uomo la sua struttura radiante, comunque si voglia interpretare questo fondamento (ingenua proiezione di un antropomorfismo in gran parte inconscio o consapevolezza della centralità umana nell’universo). Da questo punto di vista, il monoteismo ebraico rappresenta più una sintesi che una rottura. Il libro della Genesi affida all’uomo (creato per ultimo come colui a cui tutto sarà affidato) il compito di custodire ma soprattutto di significare la creazione: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome”(133). L’uomo non è semplicemente il custode o il pastore di un gregge che non gli appartiene ma è colui che, nel linguaggio, svela la chiarezza dell’ordine naturale e dunque, nelle iniziali condizioni paradisiache, è in grado di avvertire la presenza del Creatore nel mondo e di dialogare con Lui. Si potrebbe affermare che, nel giardino dell’Eden, non ci sono le condizioni per una conoscenza simbolica, dal momento che non c’è distanza tra ciò che appare e l’Autore che vi appare, oppure che vi è massimamente realizzata la condizione simbolica proprio perchè l’Oggetto della conoscenza è pienamente presente ed evidente nelle immagini che lo manifestano. Abbiamo infatti notato più volte che la polarità del simbolo corre tra il significare altro da sè e il renderlo presente, in un rapporto che non si lascia esaurire nella secca alternativa tra identità e differenza.

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La conoscenza simbolica/5

20 maggio 2013

di Valter Binaghi

La sesta parte è qui.

7) L’approccio storico-religioso

a) L’ordine del mondo: corpo, società, universo

arte aborigena7Per accedere a quel mondo in cui il simbolismo e l’analogia furono abituali se non esclusivi strumenti di conoscenza – vale a dire il mondo delle società tradizionali, che qualcuno si ostina ancora a definire “primitive” – occorre innanzitutto lasciarsi alle spalle i fenomeni morbosi che abbiamo appena considerato, dove l’immaginario è piegato alle idiosincrasie dettate da una lacerazione interiore, ma anche le seduzioni della fantasia artistica, almeno quella cui la modernità ci ha abituati, che obbedisce unicamente ai capricci o alle ispirazioni di un soggetto individuale in libertà. In effetti, anche la produzione artistica nelle civiltà tradizionali è governata da una cosmologia che permea di sè l’intero campo dello scibile e del praticabile, obbedisce ai canoni di un simbolismo universalmente condiviso e difficilmente è separabile da quella liturgia che la vita pubblica sembra incessantemente celebrare. Per questo l’arte delle società tradizionali è per lo più anonima; l’artista percepisce sè stesso come il veicolo per la manifestazione e la perpetuazione di un ordine che nessuno (lui meno che mai) ha creato e che dà forma, nel senso più autentico e spirituale, alla sua opera: come potrebbe ritenersene l’autore?
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La conoscenza simbolica / 4

6 maggio 2013
Salvador Dalì, La persistenza della memoria

Salvador Dalì, La persistenza della memoria

di Valter Binaghi

La quinta parte è qui.

6) L’approccio terapeutico: il simbolo tra sintomo, profezia e catarsi

a) L’eredità romantica: la consapevolezza ermeneutica.

“Una sorta di dolce sopore lo vinse, in cui sognò fatti indescrivibili da cui lo riscosse un altro chiarore. Si trovò su un molle prato, alla sponda d’una sorgente, che sgorgava nell’aria, e sembrava struggersi. Rocce turchine con vene versicolori si levavano a una certa distanza; la luce diurna che lo avvolgeva era più chiara e più dolce del solito, il cielo era turchino e tutto terso. Ma ciò che soprattutto lo attrasse fu un alto fiore azzurro chiaro, che stava presso la fonte e lo sfiorava colle sue larghe foglie lucenti. Tutt’attorno a quello erano innumerevoli fiori d’ogni colore, e il più dolce profumo empiva l’aria. Ma lui non vedeva che il fiore azzurro, e a lungo lo contemplò con ineffabile tenerezza. Infine volle avvicinarglisi, quando esso prese d’un tratto a muoversi e a mutarsi; le foglie divennero più lucenti e si strinsero al crescente gambo, il fiore si piegò verso di lui e mostrò un’espansa corolla azzurra, in cui si cullava un tenero volto. Il suo dolce stupore cresceva colla rara metamorfosi, quando all’improvviso la voce di sua madre lo destò, ed egli si ritrovò a casa sua nella stanza che già il sole del mattino indorava”(61).

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La conoscenza simbolica / 3

13 aprile 2013

Friedrich - Le rovine di Eldena

di Valter Binaghi

La quarta parte è qui.

5) L’approccio romantico – La natura “indiffinita” della mente umana

a) La tradizione impossibile

Consultando un dizionario etimologico si scopre che il termine “simbolo” anticamente stava a significare una delle due parti di un oggetto che, una volta ricomposto, permetteva il riconoscimento tra due sodali. In effetti, abbiamo visto che qualcosa viene esperito come “simbolico” quando allude o rimanda a più di quel che in esso appare. Tuttavia, perchè il rapporto simbolico sia culturalmente possibile, bisogna che questo “rimando” sia colto non solo da una coscienza singola, ma da una comunità che lo condivide. E’ in questo senso che il simbolo può diventare la cifra di un sottinteso comune, mentre il mito e il rito possono avere valore denotativo e performativo per un intero gruppo sociale, il che implica una tradizione, condizione necessaria anche se non sufficiente per favorire la rinnovata capacità di riattualizzare l’evento simbolico da parte di ogni giovane generazione. Ma la tradizione può estenuarsi, per il congelamento del suo linguaggio o l’indegnità dei suoi interpreti e di conseguenza estinguersi per mancanza di linfa vitale, oppure essere brutalmente interrotta da un drammatico episodio di acculturazione.

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La conoscenza simbolica / 1

22 marzo 2013
René Magritte, Gli amanti.

René Magritte, Gli amanti.

di Valter Binaghi

La seconda parte è qui.

1) L’approccio epistemologico – L’eccezionalità della metafora

Nei confronti di ciò che pertiene a simboli, metafore e analogie (che provvisoriamente considereremo non come sinonimi ma, diciamo, come membri di una stessa famiglia) esiste, ed è molto diffuso, un approccio che si potrebbe definire “retorico”, secondo cui non si tratta di forme di conoscenza, ma solamente di espedienti che servono ad illustrare ciò che potrebbe essere detto in termini più rigorosi: un discorso “ornato” insomma, a scopo per lo più pedagogico o persuasivo, dove si tratta più di abbellire che di rivelare. Se mi permettete, trascurerò del tutto questo approccio, perchè la premessa da cui muove il presente testo è di tutt’altro tipo: simboli, metafore e analogie hanno un valore di conoscenza, laddove i concetti risultano indisponibili o inadeguati.
Potremmo definire questo secondo approccio “epistemologico” in quanto pone il simbolo al servizio del sapere, anche se ne fa una funzione di supporto rispetto a quella che del sapere resta la forma primaria e preferibile, cioè la conoscenza concettuale. Questo approccio, che da un certo momento in poi diventa egemonico nella cultura occidentale, è riassunto molto bene da Tommaso d’Aquino (XIV secolo): “…la conoscenza poetica si occupa di ciò che non può essere colto dalla ragione per difetto di verità, pertanto accade che la ragione venga guidata da alcune similitudini; la teologia, d’altra parte, si occupa di ciò che è superiore alla ragione. Pertanto, giacché nessuna delle due è proporzionata alla ragione, hanno in comune la modalità simbolica”(1)
Sembra che per Tommaso il simbolo abbia sì diritto di cittadinanza nell’ambito del conoscere, ma solo nei territori di confine: l’ineffabile dei sentimenti, troppo viscerali per giungere al pensiero, o la trascendenza di Dio, che eccede la misura del concetto umano. Per tutto il resto, vale a dire la conoscenza della natura e le costruzioni culturali, la rappresentazione concettuale basta a sè stessa.
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