Posts Tagged ‘Bottega di narrazione’

Dalla Bottega di narrazione / Elena R. Marino

26 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Elena R. MarinoSono nata a Siracusa, mio padre è nato ad Alessandria d’Egitto, mia madre è di Trento e qui vivo da quando avevo nove anni. Per un lungo periodo ho viaggiato molto e ho fatto avanti e indietro fra Italia e Canada. Poi mi sono fermata. Spero di ripartire presto. Lavoro presso il Teatro Spazio 14 di Trento.
La Bottega per me funziona perché si lavora al proprio progetto guidati da chi ha esperienza e maestria, accompagnati da altri apprendisti, imparando attraverso gli errori.
Il progetto al quale sto lavorando in Bottega è un romanzo dal titolo
Loveland.
In breve questa la storia: Thomas si ritrova in modo imprevisto a essere responsabile di un adolescente e a inseguirlo nella sua fuga da casa. Viaggia senza conoscere la meta attraverso Canada e Stati Uniti, in compagnia di una bambina di nove anni decisa a non parlargli. Mentre la sua vita si disfa e si ricompone come lui non avrebbe mai immaginato, Thomas giunge a un difficile appuntamento con se stesso.
Quello che segue è l’incipit. (e.r.m.)

da Loveland
di Elena R. Marino

Prima che suoni la sveglia sono già balzato seduto sul letto e ho gli occhi spalancati, il respiro ansioso perché la scarica elettrica ha tagliato il mio corpo in campi magnetici e ora perdura la sensazione di essere stato attraversato, mi domando se qualcuno abbia suonato il campanello, se c’è stato un suono che io abbia già dimenticato, se dal sonno correndo via non ci sia stato un abbandono di cui non mi sono reso conto, qualcosa che mi sia sfuggito, un congegno azionato mentre dormivo e adesso sfumato, mentre perdura la mia agitazione e piccoli spasmi ancora mi azionano, e sento il dorso le gambe il ventre il cuoio capelluto, e sento il cuore.
Ho dimenticato i sogni in una cancellazione totale, non ho pensieri, poi uno solo.

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Dalla Bottega di narrazione / Barbara Tagliaferri

20 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Barbara TagliaferriSono Barbara, di Piacenza. Da quasi nove mesi prima incredula, poi orgogliosa di far parte del gruppo della prima Bottega di Narrazione di Laurana. Affamata di storie e di emozioni, le ho sempre cercate nei libri, che occupano e governano i luoghi in cui vivo, dormo, mangio, lavoro. Neanche un paio di anni fa un amico mi ha invitata a un laboratorio di scrittura e ci sono andata senza riflettere un attimo, per fare qualcosa solo per me. È stato come entrare in un vortice, ma bellissimo. Mi è sempre piaciuto scrivere e soprattutto inventare storie. Ne avevo una per me importante e l’ho proposta alla Bottega, sempre senza pensarci troppo. Solo un anno fa non avrei mai pensato che adesso sarei stata qui a scrivere di me e di quella storia. In questi mesi ho scritto, cancellato, pensato, riscritto e ricusato tante frasi e parole, visualizzato scene e ascoltato dialoghi fra i personaggi che animano la storia che sto raccontando; ho letto i lavori dei miei amici bottegai, ho imparato da loro e mi sono sentita finalmente stimolata a cercare di portare a termine un sogno. Poche righe non bastano per raccontare l’esperienza totalizzante della Bottega di Narrazione; occasione che allarga orizzonti e confini del cuore e della mente, grazie ai tanti importanti incontri con gli ospiti, all’immenso contributo di Giulio, Gabriele, Massimo; luogo di convivialità, che lascia spesso spazio sia a confronti e confidenze che a risate e amicizia sincera; spazio sacro in cui una ventina di ex sconosciuti sono diventati amici anche grazie al loro modo di svelare se stessi attraverso la scrittura e stanno condividendo un percorso che da qualche parte li porterà. Anche se non vorrebbero più andare via. (b.t.)

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Dalla Bottega di narrazione / Tiberio Grego

18 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Tiberio GregoSono nato a Bassano del Grappa nel 1966 e ho frequentato il DAMS presso l’Università Degli Studi di Padova. Sono autore di cortometraggi, videoarte e installazioni; sono stato selezionato, e alcune volte premiato, in molti concorsi e festival cinematografici.
In
Buon Vento, il saluto degli uomini di mare, racconto la storia di un medico chiamato ad assistere un amico colpito da una malattia incurabile. Il dramma si sviluppa nell’arco temporale di due anni, sino a un’estrema richiesta d’aiuto e al tragico epilogo del suicidio assistito. L’estratto che segue è il primo capitolo. (t.g.)

da Buon vento
di Tiberio Grego

Si alza il sipario sul teatro anatomico

Quando fosti colto dal dubbio avevi da poco consumato la prima colazione ed eri di fronte a un nuovo corpo, l’unico per quella giornata. Era il primo giorno di lavoro dopo la pausa estiva. Il decimo da che avevi saputo che saresti diventato padre. Il sesto dalla notizia di Luca.
Il sole era dunque sorto da tre ore ma la sala dove ti trovavi avrebbe continuato a escluderlo. Era fredda. Freddo l’acciaio del tavolo settorio. Freddo il tuo assistente. Tu Giovanni Eccher, patologo, sentivi salire dentro di te, ma da lontano, e da qualche parte nel tempo, una specie di disagio; qualcosa di non chiaro. Ma tutto era pronto, le provette, i barattoli per la raccolta dei campioni e l’infermiere, immobile nell’attesa di un cenno. Solo dall’alto, dal soffitto, ti sembrava arrivassero segni di vita. Va tutto bene, pensasti; e ciò nonostante chiedesti di esser lasciato solo. Una richiesta insolita, accolta tuttavia con la stessa apparente indifferenza con la quale la povera salma attendeva il proprio esame.

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Dalla Bottega di narrazione / Manuela Merli

13 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Ero ancora soltanto una bozza a dicembre 2010, quando mi proposi alla Bottega di narrazione. E malgrado la mia consistenza embrionale, sono stato ammesso.
Mi sono ritrovato a gennaio 2011 con davanti una strada da percorrere, insieme ad altri, quasi tutti più grandi di me, alcuni addirittura già adolescenti.
Al primo incontro ero ancora in fasce, poco più di nulla, solo una proposta, senza forma né arte. E sarei rimasto così se non avessi incontrato nessuno. Invece qualcuno tra gli adolescenti si è persino accorto di me, e mi ha fatto percepire che esistevo.
Ingurgitavo stimoli da ogni angolo, a stare coi fratelli maggiori si cresce molto più velocemente. Ti aprono una visione che da solo, tu, piccolo soggetto dalla tua prospettiva limitata, non potresti avere. C’era chi mi vedeva da angolature diverse, trovava in me opportunità che io stesso non coglievo. Mi conoscevo tramite gli altri. Qualcuno già mi immaginava più maturo di come mi sentissi io.
A febbraio, circondato da chi già indossava pagine dense di episodi, trame sicure e linguaggi dal mio punto di vista già stilisticamente perfetti, ho provato a mettermi in piedi. Ci sarà pure qualcuno pronto a raccattarmi se cado. Sono caduto più volte, mi tiravo su, su quelle gambette instabili, la penna era ansiosa di svelarmi, divenivo paragrafi, prove di incipit, esperimenti di dialogo. Ma erano quasi tutti tentativi a vuoto, pagine sprecate che mi davano la parvenza di equilibrio, ma da cui ricadevo col sedere per terra. Senza avanzare di un passo.

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Dalla Bottega di narrazione / Elena Orlandi

12 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Elena Orlandi

Sto lavorando su una storia di famiglia, sul rapporto ossessivo di una persona con la sua casa e sull’accumulo compulsivo di oggetti, sul racconto di una solitudine.
Sono ancora alla fase della raccolta dei materiali e sto costruendo il mio testo come fosse un mosaico. Ancora non mi è chiara la forma che assumerà. (e.o.).

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Dalla Bottega di narrazione / Leonardo Rasulo

10 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Leonardo RasuloLeonardo Rasulo è nato a Taranto il 18 Luglio 1978. Domiciliato a Milano, scrive per vivere e nel tempo libero fa l’impiegato. Leonardo Rasulo purtroppo ha un sacco di tempo libero. Ora sta cercando di recuperare.

Della Bottega di Narrazione non può che parlare male, e a ragione.
La Bottega di Narrazione gli ha permesso di trascorrere 8 week-end indimenticabili, in compagnia di individui unici che per l’appunto Leonardo Rasulo non sarebbe stato in grado di individuare da solo in tutta una vita.
Ora la Bottega di Narrazione vuole torgliergli tutto questo.
Ora ditemi voi dove vado io l’anno prossimo per un week-end al mese, che per tutto il duemilaundici non aspettavo altro, e passerò il duemiladodici a ricordare me che nel duemilaundici non aspettavo altro che quel week-end al mese, dove in due giorni ci si metteva tutto, ma proprio tutto quello che avevamo dentro e alla domenica sera ci si salutava con addosso quella stanchezza bellissima, quella di chi si stanca a fare quello che vuole veramente, nella vita, e se non fosse che ci si stanca, non smetterebbe mai di farla, quella cosa lì che definirla scrittura è un po’ riduttivo, che alla fine quel nero che metti su bianco, quel nero lì ce l’hai dentro, ti gira tra la testa e la pancia che è una bellezza, e prima di diventare, prima di essere, ce ne vuole, e se non c’era la Bottega, forse sarebbe rimasto lì, senza colore nero, per l’appunto. (l.r.)

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Dalla Bottega di narrazione / Silvia Montemurro

6 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Mi chiamo Silvia Montemurro, sono nata il 10 agosto 1987, a Chiavenna. Mi sono iscritta alla Bottega perché avevo una storia da raccontare e non volevo tenerla solo per me.
Questa è una storia inventata, ma trae spunto da una reale vicenda di cronaca nera avvenuta nel mio paese una manciata di anni fa. È il racconto di un omicidio, ma anche di una crescita. La protagonista è Vanessa, una giovane donna dal passato già segnato, che ritorna al paese natale, per ritrovare sé stessa, prendere una decisione riguardo alla sua gravidanza e soprattutto affrontare ricordi oscuri. (s.m.)

da L’inferno avrà i tuoi occhi
di Silvia Montemurro

1.

Dieci giorni, le hanno detto. Per ripensarci, s’intende. Vanessa non sa se l’hanno ripetuto più volte perché l’hanno vista confusa, oppure se sia la prassi. Forse stavano semplicemente cercando di fare il loro mestiere nel modo più adeguato possibile. Dieci giorni le sembrano un’eternità. Quando uno prende una decisione difficile, dieci giorni per ripensarci sono decisamente troppi. Potrebbe cambiare idea per una settimana e poi ripresentarsi lì più convinta di prima. Certe scelte non dovrebbero avere scadenze.
Vanessa ha una mano sulla pancia, se l’è portata istintivamente, al ricordo dell’incontro coi medici. Forse lui laggiù, o là dentro, a seconda dei punti di vista, può sentire i suoi pensieri. Dicono che sia possibile, perché in fondo non tutto il cervello è conosciuto, molti meccanismi rimangono un mistero. Vanessa vorrebbe avere la facoltà di pensare sottovoce, ma non sa come si fa, allora i suoi pensieri urlano e arrivano direttamente al pezzettino di nuova vita nel suo utero.
Il treno è appena partito, ha lasciato la stazione di Roma Termini con un ritardo irritante, per una che ha scelto di partire il prima possibile. Gocce di pioggia si schiantano sul finestrino, mentre il Frecciarossa acquista velocità.

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Dalla Bottega di narrazione / Strane cose accadono

5 ottobre 2011
Stefania Arru e Luigi Tuveri. (Fantasmaticamente, anche Elena Orlandi). Fotografia di Barbara Tagliaferri

Stefania Arru e Luigi Tuveri. (Fantasmaticamente, anche Elena Orlandi). Fotografia di Barbara Tagliaferri

Dalla Bottega di narrazione / Alessandra Casaltoli

4 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Alessandra CasaltoliQuesta storia ha le sue radici nel ‘900 ma non è una storia del passato. E’ la storia di persone che nate in quel vecchio, intenso secolo, ne hanno acquisito ideali e valori giusti e sbagliati, positivi e negativi, attraverso un’educazione familiare, scolastica e religiosa patriarcale e arretrata di stampo contadino. E’ la storia di un’imprenditoria nata dal basso, culturalmente impreparata ad una evoluzione extraprovinciale dei propri orizzonti professionali, costruita a seguito di un feroce istinto di rivalsa sociale, attraverso la corruzione, a scapito del merito. Questa è una storia familiare e personale di donne e di uomini, di tre generazioni nate, cresciute ed educate nel “Secolo breve”, l’ultima delle quali si è ritrovata in un nuovo secolo e in un nuovo millennio a dover rivedere, ripensare e riadattare, quando e dove possibile, ideali, valori ed educazione di una vecchia epoca, ad una nuova epoca, quella della “globalizzazione”. Questa è la storia della ricerca dell’identità di genere da parte di una ragazza che forza gli argini dei ruoli in cui la società confina uomini e donne, isolandoci, allontanandoci gli uni, le altre, rendendoci, maschi e femmine, innaturalmente nemici. Questa è la storia della ricerca dell’identità di una persona che vive in una realtà economica, politica e sociale contraddittoria, in un Paese, l’Italia, mai menzionato ma ben riconoscibile nel tratteggio di vicende narrate in prima persona dalla protagonista, ma che appartengono anche all’esperienza quotidiana di ognuno di noi. Questa è la storia di Alba Porpora.
Il brano che segue è tratto dal cap. VII: è il 1986, 25 aprile. A Chernobyl esplode un reattore nucleare, l’Europa vivrà la sua Hiroshima. La protagonista, qui ancora bambina, filtrerà in questa vicenda, terrore e apprensione degli adulti, attraverso gli strumenti e le misure di una bambina. La radioattività è una nuvola che non le permette di giocare all’aria aperta. Alba, da adulta, verrà colpita da un grave cancro alla tiroide che pregiudicherà la sua fertilità, la possibilità di diventare madre. Il vento della storia che ha tanti nomi e passa sulla testa di ognuno, per Alba si chiama Chernobyl e lascerà i suoi segni. (a.c.)

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Dalla Bottega di narrazione / Luigi Tuveri

3 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Luigi TuveriMi chiamo Luigi Tuveri (www. luigituveri.it), sono nato a Milano il 30 luglio 1964. Sto scrivendo un romanzo. Questo è l’incipit, più un po’, del primo capitolo.

da L’arco del tempo
di Luigi Tuveri

Roberto Chiodi nacque un’altra volta e all’età di dieci anni, quando con la famiglia si trasferì in quella che lui e Ofelia avrebbero chiamato la casa di vetro, ebbe la nitida sensazione di essere due persone. Accadde definitivamente una mattina, all’alba, svegliandosi da uno di quegl’incubi che lo torturavano da quando era tornato al mondo. Nella vita nuova si chiamava Leonardo Boka e i genitori le avevano già provate tutte per capire da quale fonte gemmassero i brutti sogni. Sin da piccolo era stato visitato da psicologi, pediatri, medici specializzati. Erano giornate di cui Leonardo ricordava piccoli particolari. L’odore di brioche calde al bar dell’ospedale, le plafoniere tonde come dischi volanti appese ai soffitti dei corridoi dove lo facevano attendere, il piazzale dell’elisoccorso puntellato dalle intermittenti. Poi c’erano tutti quei dottori che circolavano rapidi scorrendo sui sandali di gomma, con le cartelle sottobraccio, il palmare in mano e che passando gli carezzavano i capelli. Ogni porta era segnata con un numero, un colore, un simbolo geometrico e i visori delle prenotazioni automatiche diffondevano gli avvisi negli ambienti con voce chiara. La notte però, quando Leonardo si risvegliava urlando roco come se un demonio gli fosse entrato dentro, non era semplice adottare i consigli ricevuti durante le sedute: ninnarlo con voce melodiosa, accendere l’abatjour, fare scorrere l’acqua di un rubinetto. Ogni buon proposito, tenendo tra le braccia quel corpo scalciante, si riduceva ad ansia e paura. Quelle che da lattante erano state classificate come coliche, si capì presto fossero altro e a cinque anni, quando al cospetto dell’astrologa Romilda Zais, per la prima volta Leonardo era riuscito a raccontare cosa sognava, se ne ebbe la conferma. Rivolgersi a Romilda Zais era stato uno dei tentativi, al di là della medicina comune, che Sandor Boka aveva ritenuto di dover fare. Cinque anni di trattamenti tradizionali non avevano portato alcun risultato; Leonardo cresceva, diventava più alto, più pesante, più incontenibile e soprattutto andava avanti a svegliarsi strozzato dal delirio, strillando contro i muri e i genitori. Romilda Zais quel giorno lo aveva fatto giocare, gli aveva messo nel piatto una fetta di torta ai lamponi e nel bicchiere del succo di fragola fresco, aveva continuato a togliersi e rinfilarsi gli occhiali con la montatura luccicante decorata di stelle, non lo aveva subissato di domande ma lasciato raccontare quel che riusciva e lui, con parole infanti, aveva rievocato il sogno della fontana che spruzzava sangue, del toro furente, del bosco in fiamme. Nelle sedute successive avrebbe detto dei bambini con il volto ofide e le gambe mozzate; del silenzio di una casa affollata da umani senza bocca e occhi, inchiodati a un tentativo di urlo che non potevano liberare, con le dita ficcate nei timpani per sfuggire ai rumori, ricoperti da una pelle trasparente che denudava l’orribile repertorio di organi interni e incisa da vene lattescenti maculate di celeste. A Romilda Zais, astrologa che odiava l’oroscopo, medium e ipnoterapeuta, col tempo, Leonardo avrebbe raccontato ogni segreto.
E lei a Leonardo.

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Dalla Bottega di narrazione / Stefania Arru

1 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Stefania ArruStefania Arru nasce ad Alghero nel 1983. Dopo il liceo frequenta l’Università di Bologna laureandosi nel corso di Relazioni Internazionali. Ha collaborato con alcune riviste, blog e per un lavoro di arte pubblica.
Vive a Milano ed è proprio interrogandosi su questa città che ha pensato un progetto per la Bottega. Tante sono state le righe di penna, le pagine ingoiate, i fotogrammi, le musiche, i piani, le sbandate. Impossibile trarre un’unica storia. E’ un fiume che risucchia diverse anime, un viaggio volontario fra le tappe del vivere quotidiano.
Non si dà mai nulla per scontato in Bottega, perciò l’idea originariamente stampata su carta si evolve in continuazione e noi cambiamo con essa. Bottega è anche luogo di ricerca e interazione; un’esperienza significativa in termini di crescita e di apprendimento.

Turista in cerca di anima
di Stefania Arru

Che cosa significa vivere in un determinato luogo e come ci si identifica con esso? La protagonista di questi episodi escogita dei modi per sentirsi parte della città in cui vive. Si tratta di una serie di spedizioni fisiche e mentali che la condurranno sino agli abitanti di un palazzo di Milano. (s.a.)

La responsabile del salone di parrucchieri sotto casa mi accoglie festosa e mentre mi chiede se taglio, piega o altro mi conduce verso la shampista.
I poster di ragazze orientali dai capelli originali e mechati sono appesi alle pareti. In quei sorrisi, in quegli occhi perfettamente tagliati, c’è qualcosa di suadente e di violento, nonostante i vestitini da liceali, le pose innocenti o le stelline tutte attorno.
Cerco di memorizzare i movimenti della ragazza che mi sfrega la testa perché sono rilassanti e vorrei riprodurli a casa.

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Nove mesi di Bottega di narrazione (con annuncio finale)

28 settembre 2011
Giovane scrittore emergente, colto nella fase di immersione

Giovane scrittore emergente, colto nella fase di immersione

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Bottega di narrazione

25 novembre 2010

Fabrizio Buratto intervista Giulio Mozzi

[Questa intervista è apparsa oggi in Job24. gm]

[…] Le scuole di scrittura creativa, non corrono il rischio di “formare” professionisti della scrittura che sfornano prodotti simili perché confezionati secondo strutture predefinite?
Mah, da un lato mi domando: se questo accadesse, sarebbe un male? Piuttosto che avere un sacco di testi scritti tutti in maniera differente, ma poco professionale, non sarebbe meglio avere dei testi più simili fra loro però scritti in maniera professionale? Questa è una domanda che va fatta, anche se un poco paradossale. Poi, a me non interessa spingere le persone a fare tutte la stessa cosa, anzi, la nostra scelta di individuare un progetto per ciascun partecipante va nella direzione opposta.
Si può insegnare il mestiere di scrivere?
Si può insegnare tutta la parte tecnica, che fra l’altro la si insegna da circa 2600 anni, perché i primi trattati di retorica di cui abbiamo notizia precedono di circa 300 anni la Retorica di Aristotele, il primo trattato completo che abbiamo a disposizione. Non si può insegnare la sensibilità, la capacità creativa; dopo di che, nella relazione con le persone ovvero nel parlarsi, nello scambiarsi i libri, c’è un’educazione della sensibilità e dell’immaginazione. […]

Leggi tutta l’intervista.

Nell’intervista c’è un piccolo errore. La scadenza per candidarsi alla B ottega di narrazione non è il 30 novembre, bensì l’11 dicembre. L’errore è dovuto a me, non a Buratto. Tutte le informazioni sulla Bottega di narrazione. gm

Bottega di narrazione / Presentazione a Milano

8 novembre 2010

Lunedì 15 novembre dalle ore 18.30 alle 20.30, a Milano presso lo spazio Melampo (via Carlo Tenca 7, tre minuti a piedi dalla fermata Repubblica della Metropolitana, otto minuti dalla Stazione Centrale), Giulio Mozzi, Gabriele Dadati e Calogero Garlisi racconteranno a chi vorrà starli a sentire il progetto della Bottega di narrazione – e risponderanno a qualunque domanda in proposito.

Bottega di narrazione: il volantino, il video, il progetto.

Bottega di narrazione

3 novembre 2010

Giulio Mozzi racconta a Booksweb cosa sarà la Bottega di narrazione

Tutto sulla Bottega di Narrazione. Preleva il pieghevole illustrativo.

Bottega di narrazione

20 ottobre 2010

Con qualche giorno di ritardo sull’annuncio, è pronto il pieghevole della Bottega di narrazione. Qui.