Posts Tagged ‘Autofiction’

Ipotesi di autofiction. Appunti su “Il desiderio di essere come tutti”, di Francesco Piccolo

21 gennaio 2014

di Demetrio Paolin

Esiste una canzone dei Pink Floyd dal titolo emblematico di Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict che ha una particolarità. Ascoltandola ci si addentra in un bosco di notte, in cui insetti, animali e altre bestioline emettono il loro tipico verso. Siamo così portati a credere che gli autori del brano non abbiano fatto altro che lasciare un registratore in un bosco così da poter poi riversare i suoni così come sono sul disco. Questo renderebbe Several species non una canzone in senso lato, ma una specie di documentario sonoro, una cosa molto particolare e in linea con le scelte musicali del Pink Floyd e alla loro attenzione verso gli (si pensi a Mademoiselle Nobs).
C’è un però. In realtà i suoni e i rumori degli animali in Several non sono reali ma sono costruiti e sintetizzati da Roger Waters che li ha riprodotti con la sua bocca. Ciò che quindi l’ascoltatore credeva come reale è fittizio, ma così fittizio che suona reale.
La canzone del gruppo inglese mi è tornata alla mente, mentre cercavo di mettere in ordine le idee rispetto al romanzo di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come TUTTI (Einaudi). Ho idea che Piccolo volesse nella sua opera fare qualcosa di smile a ciò che i Pink Floyd hanno fatto con il brano, utilizzando però la scrittura dell’Io.

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Tentativo di descrizione di una tendenza in atto nella narrativa italiana (ovvero: come liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction)

19 agosto 2009

di giuliomozzi

Tanti anni fa il signor René Descartes decise di mettere tutto in dubbio. Dopo aver dubitato e dubitato, gli restò qualcosa, un resto, del quale non riuscì nonostante tutti gli sforzi a dubitare. “Poffarbacco”, pensò: “Sto pensando. E se sto pensando, esisto. Della mia esistenza, quantomeno della mia esistenza come essere pensante, non posso dubitare”.

Nel 2006 le acque di quel bicchiere che sono le pagine culturali dei giornali furono agitate da un breve saggio di Antonio Scurati: La letteratura dell’inesperienza. Due anni prima furono agitate da un articolo di Mauro Covacich apparso in L’Espresso con il titolo Ho le vertigini da fiction. Scriveva Covacich: “Ogni cosa per essere reale dev’essere trasmessa, ma non solo – questa ormai è roba vecchia – anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto la vita come un romanzo ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a la vita come un reality show“. Scurati non diceva cose tanto diverse: “La distinzione tra il finzionale (fictional) e il fattuale (factual) non è più rilevante, prima ancora di non essere possibile”, “Oggi il problema si riformula così: come trasformare in opera letteraria quel mondo che è per noi l’assenza di un mondo. Il mondo non c’è, e per questo diventa urgente raccontarlo”.

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