Posts Tagged ‘Aurelio Galleppini’

La formazione del fumettista, 18 / Otto Gabos

17 marzo 2015

di Otto Gabos

[Questa è la diciottesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Otto per la disponibilità. gm].

otto_gabosQuesto che segue è un elenco ragionato rapsodico e parziale di momenti decisivi che mi hanno fatto capire di essere ineluttabilmente e da sempre autore di fumetti.

1.
Il mio primo incubo ricordato. Avrò avuto poco più tre anni e vivevamo ancora nella casa vecchia sopra la stazione delle littorine. Non so ancora leggere ma i fumetti già li divoro guardando le figure. Nell’incubo ci sono io che piango rannicchiato e nascosto sotto al tavolo di cucina, di quelli di fòrmica turchese come si usava negli anni Sessanta. Sono disperato perché mi stanno dando la caccia dei diavoli. I diavoli sono Geppo, solitamente buono, che in questo caso è cattivo e perfino armato di forcone e il Grande Satana che invece è cattivo come da copione. A distanza di una vita me lo ricordo ancora bene questo primo incubo. Il tempo ha fornito poi diverse varianti al tema, ma di solito i miei incubi, che finiscono spesso in segmenti di sceneggiature, sono infestati da demoni e streghe. Pure da malviventi senza volto smaniosi di entrare in casa armati di coltelli.

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La formazione della fumettista, 8 / Patrizia Mandanici

16 dicembre 2014

di Patrizia Mandanici

[Questa è l’ottava puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Alessandro per la disponibilità].

patrizia_mandaniciSe cerco di andare indietro nel tempo per capire quando è nata la mia esigenza di fare fumetti capisco che non c’è risposta: mi sembra di avere letto fumetti da sempre (già da prima che imparassi a leggere guardavo le figure) e di aver subito scarabocchiato in giro immergendomi nei miei mondi (mio padre, che ha sempre assecondato la mia passione, racconta che quand’ero piccola dovette dipingere i muri di casa con pittura lavabile, che tanto io disegnavo anche lì).
Non sognavo di fare la fumettista, sognavo di fare “la pittrice” – intendendo con ciò genericamente la disegnatrice. Più crescevo e più credevo che avrei finito col diventare un’illustratrice, o qualcosa di simile, ma mai veramente una fumettista: quello era un sogno che mi sembrava così al di fuori della portata delle mie possibilità che neanche ci pensavo.
Poi, certo, c’era anche il fatto che per me disegnare storie a fumetti era una questione personale, di sopravvivenza: lo facevo allo stesso modo in cui mangiavo e respiravo, era parte di me, come avrebbe potuto diventare un lavoro?
Mi piacevano così tanto i fumetti che disegnarne di miei era anche un modo per prolungare il piacere che mi dava entrare dentro quegli universi – e infatti mi ispiravo a quello che mi capitava sotto mano a quei tempi, e che amavo, da Tex a Capitan Miki, storie con indiani e cowboy disegnate con qualsiasi cosa su qualsiasi supporto: carta da disegno, ma anche quaderni a righe, a quadretti, blocchetti della riffa, agendine.

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