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Otto anni non sono pochi / 7

31 Maggio 2009

[Negli otto anni del mio lavoro presso Sironi abbiamo pubblicato tanti libri. Riprenderò qui, in questi giorni, alcuni articoli relativi a quei libri che – a prescindere da qualunque valutazione commerciale – mi sembrano aver meglio “resistito” nel tempo. Questo servizio di Antonio D’Orrico apparve in Corriere della Sera Magazine, supplemento del quotidiano Corriere della sera, il 24 novembre 2005. gm].

È possibile che nel 1929 un gruppo di scrittori italiani capitanati da Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del futurismo, abbia scritto un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, ambientato tra Pechino, Costantinopoli, Parigi, Roma ecc., nel quale si immagina che Nicola II, l’ultimo zar, non sia morto nell’eccidio di Ekaterinenburg, ma scampato alla furia omicida bolscevica si sia rifugiato in Manciuria diventando quindi oggetto di una formidabile caccia all’uomo con la partecipazione di tutti i servizi segreti (russi, cinesi, italiani, inglesi ecc.)? Ed è possibile che questo «grande romanzo di avventure», come recita il sottotitolo, sia anche un libro di avvincente lettura, di deliziosa fattura e di insospettabile ironia? Ed è ancora possibile che di Lo Zar non è morto, questo il titolo del libro, nessuno sappia nulla, neppure gli specialisti del periodo, quasi non fosse mai esistito?
Queste domande rivolgeva a se stesso alle tre e cinquanta della notte tra il 17 e il 18 novembre 2004, nella sua casa di Padova, lo scrittore Giulio Mozzi. Aveva appena finito di leggere le 400 pagine e oltre del romanzo scritto a venti mani da Marinetti assieme al divino Massimo Bontempelli (il capofila del realismo magico), al mondanissimo Lucio D’Ambra, ad Alessandro Varaldo (l’inventore del giallo italiano), a Cesare G. Viola (da un suo romanzo De Sica avrebbe tratto I bambini ci guardano), al grande snob e profondo conoscitore dell’anima femminile Luciano Zuccoli, ad Antonio Beltramelli (fedelissimo amico del Duce), Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini e Guido Milanesi. Mozzi era rimasto estasiato dal romanzo del Gruppo dei Dieci (come si erano ribattezzati).

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