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Una chiacchierata con Ivano Porpora, 2 / E veniamo dunque al tema cristologico

25 giugno 2017

giuliomozzi conversa con Ivano Porpora

[Al romanzo di Ivano Porpora Nudi come siamo stati, da poco apparso per Marsilio, tengo particolarmente. Questa è la seconda puntata di un’intervista a puntate. La prima è qui].

E veniamo dunque al tema cristologico. Non so se a te vada bene chiamarlo così. Arsène, in Nudi come siamo stati, letteralmente prende su di sé il male di Severo. Nella sua bella recensione, Demetrio Paolin ha sostenuto che, a suo avviso, il vero protagonista del romanzo non è Severo ma Arsène: che salva Severo perdendo sé stesso, e perdendo sé stesso si salva. Certo: Arsène non sembra avere la mitezza tradizionalmente associata all’agnello; d’altra parte nemmeno Gesù di Nazareth era particolarmente mite quando addestrava i suoi discepoli o – indifferentemente – i suoi avversari a suon di gesti e parabole provocatori. Che si tratti di strategie retoriche zen (come ha proposto a es. Raul Montanari nel suo Cristo Zen) o di prescrizione del sintomo alla Erickson, si tratta sempre di un approccio aggressivo e, soprattutto, che mette a rischio chi lo esegue.

Mi va benissimo parlare di tema cristologico a un patto: che ci si riferisca al Cristo dei Vangeli e non alle sue attualizzazioni povere, così come al Dio rivelato della Bibbia e non alle sue comparsate barbute, così come alla Madonna sempre dei Vangeli e non ai messaggi insapori su pizzini che vengono da qui e là; e che al contempo, se di Severo parliamo, che gli si anteponga l’aggettivo: povero.

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“Uno dei segreti più intimi e travisati della scrittura”

18 agosto 2011

di Andrea Pomella

Quando leggi un romanzo e dopo qualche mese sei ancora lì a pensarci e ti senti felice di averlo letto, anche se quello non è il romanzo che dona la felicità, anche se quello anzi è il romanzo che più di tutti ti ha fatto assaporare qualcosa di così terribile da ringraziare Dio di essere quello che sei, di essere scivolato con la biglia dalla parte edulcorata di mondo, insomma, quando leggi una cosa del genere e senti la necessità di volerne riscrivere, questo – in termini umani – questo è un guadagno. Ciò di cui sto parlando è l’opera di Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana). Ne ho già parlato qui in altri termini e in altri tempi. I romanzi però hanno una loro misura affascinante, i romanzi crescono con un ritmo grande e brutale, i romanzi si portano dentro qualcosa di cui gli uomini non hanno esperienza, è allora sbagliato pensare che essi non abbiano più nulla da dirci dopo averne scritto magari una recensione, o semplicemente dopo averli accantonati in uno spiraglio della biblioteca. Ciò di cui ha continuato a parlarmi Sangue di cane riguarda uno dei segreti più intimi e travisati della scrittura: la verità.


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