Archive for the ‘Potere’ Category

Che cos’è la politica?

1 maggio 2011

L'abitazione di Saif al-Arab, figlio minore di Muammar Gheddafi, dopo il bombardamento di stanotte. Saif al-Arab e tre suoi figli sono morti.

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Macchine per i corpi

29 aprile 2011

Nella colonia penale

La macchina dell'eccesso

In situazioni di assoluta precarietà

15 aprile 2011

Intervista a Vittorio Arrigoni

La Libia, la risposta, le risposte

21 marzo 2011

di Andrea Segre

[Andrea Segre è un documentarista. Alcuni suoi lavori (A sud di Lampedusa, Come un uomo sulla terra) sono dedicati al tema dell’emigrazione. Nel 2010 con Il sangue verde, dedicato ai fatti di Rosarno del gennaio 2010, ha vinto il premio per il documentario alla Mostra del cinema di Venezia]

Quando si commettono errori gravi come sostenere dittature fino al punto di elevarli a difensori della propria supposta “civiltà”, poi qualsiasi azione si compia, si continuano a compiere errori. Anche quando si prova ad aggiustare la rotta.
Detto ciò, voglio tentare un esercizio di analisi sincero e molto difficile: rispondere alla domanda: “Sei d’accordo con questo intervento militare contro Gheddafi?”. Non voglio mettermi nella comoda posizione di non prendere posizione, dicendo che comunque è tutto sbagliato. Anche se da più di due anni non ho nessun dubbio che sia tutto sbagliato.
Ci sono quattro posizioni possibili di fronte alla scelta militare della Coalizione contro Gheddafi.
Provo a metterle in ordine di criticità:
1. E’ un intervento giusto contro il dittatore e per la libertà del popolo libico.
2. E’ un intervento giusto a favore della ribellione contro Gheddafi, ma gestito da Paesi colpevoli di aver sostenuto dittature per anni e che ora si accorgono di essere terribilmente in ritardo, senza aver il coraggio di ammetterlo.
3. E’ un intervento sbagliato perchè la guerra genera solo guerra e non può abbattere le dittature, anche quelle terribili come quella di Gheddafi.
4. E’ un intervento sbagliato perchè gestito dal solito colonialismo imperialista contro un Paese sovrano.

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Varrebbe la pena di ricordare

19 febbraio 2011

di giuliomozzi

Varrebbe la pena di ricordare che il 15 febbraio 2006 l’attuale ministro per la Semplificazione normativa, allora ministro per le Riforme, durante un’intervista al TG1, si sbottonò la camicia esibendo, stampata sulla maglietta, una vignetta derisoria nei confronti della religione islamica. La vignetta in sé non era gran cosa; si pubblicano ogni giorno, per dire, vignette che scherzano sul cristianesimo o lo deridono, e nessuno fa una piega; tuttavia in quei giorni erano in corso in tutto il mondo islamico manifestazioni di protesta per la pubblicazione di vignette analoghe; giornali e giornalisti in Europa erano stati minacciati; la vignetta esibita da Calderoli era stata pubblicata qualche giorno prima dal quotidiano francese France Soir e il proprietario, franco-egiziano, aveva immediatamente licenziato il direttore. La difesa della libertà d’espressione è sacrosanta; il buonsenso sconsiglia però di provocare chi è in agitazione; quello che accadde fu che due giorni dopo, il 17 febbraio 2006, il consolato italiano a Bengasi fu attaccato, saccheggiato e bruciato da una folla inferocita; la polizia libica sparò sulla folla, ammazzando undici persone.

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Feticismo di Stato

20 gennaio 2011

di Marco Mancassola

“La cosa che mi sconvolge”, confessa un amico trentenne commentando le notizie degli ultimi giorni, “è l’idea che alla sua età si possa essere ancora così lontani da una qualche forma di pacificazione. Lui e il suo amico Fede, un settantacinquenne e un ottantenne, in quel teatrino sessuale tutte le sere, come se fossero costretti, come una macchina infernale, senza sosta e senza fine.” È anche in questo senza fine, in questa idea di prestazione disperata e replicata all’infinito, che può stare la portata politica della bulimia senile-sessuale del premier.
La sessualità e il potere ridotti entrambi a esercizio senza termine, macchina infernale che non lascia tregua. Ancora una volta, Berlusconi non è un’anomalia ma il compimento della natura intima di un sistema. Un iperliberismo parossistico, spettacolare, criminale, piduizzato, strutturalmente bisognoso di eccesso. Senza fine nel senso di privo di conclusione, sfiancante, nonostante la sua crisi che a sua volta diventa sistema, macchina infinita – e nel senso di ormai senza scopo, oltre quello del proprio automantenimento e della performance sfrenata, sempre più distruttiva. A suon di corruzione o di apposite pillole.

Continua a leggere l’articolo nel blog di Marco Mancassola.

Un disagio italiano e pesarese

9 gennaio 2011

…ho parlato dell’appiattimento della vita sulle categorie della legalità e dell’informazione, ma ho l’impressione che, almeno in una certa misura, ci si butti su legalità e informazione anche perché si è in fuga dall’idea dell’importanza di una formazione che forse si sente ormai perduta, o forse mai ricevuta e fuori dalla propria portata, ovvero che, almeno in una certa misura, ci si butti su ciò che è comprensibile anche perché si è in fuga da ciò che è incomprensibile, esattamente come ci si butta sulla petizione online perché si è in fuga dalla sensazione di impotenza e come ci si butta sulla riproposizione della notizia perché si è in fuga dalla riflessione, e che questa fuga abbia origine nella paura di non essere all’altezza di qualcosa che – si avverte profondamente (sia nel senso di “fortemente” sia nel senso di “in profondità”) – dovrebbe appartenerci in quanto esseri umani: quel sapere che, per l’appunto, definiamo “umanistico”. […]

Mi trovo a leggere solo oggi queste concatenate riflessioni di Jacopo Nacci: Uno, Uno e mezzo, Due, Due e mezzo, Due e tre quarti. Se l’argomento non vi interessa, andate almeno a guardare le foto. gm

Politica interna

4 gennaio 2011

di giuliomozzi

Lo strillo che vedete nel ritaglio qui a sinistra compare in questo momento (martedì 4 dicembre 2011, ore 9.36) nella prima pagina dell’edizione in rete de Il Giornale. Le cose sono interessanti sono due.

La prima cosa interessante è che, come si legge peraltro nell’articolo stesso al quale lo strillo rinvia, la notizia non è per niente ufficiale. Tant’è che essa non si trova, almeno in questo momento, nelle edizioni in rete dell’agenzia Ansa e dei maggiori quotidiani italiani (e tanto meno in Le Monde o nel New York Times). Qualunque cosa si pensi della chiesa cristiana cattolica, si converrà che una notizia ufficiale della Santa sede riferita al processo di beatificazione di Karol Woityla non può essere trascurata dagli organi di stampa più “istituzionali”.

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Lettera a Babbo Natale

26 dicembre 2010

di Massimo Mantellini

[Questo articolo è apparso venerdì 24 dicembre in Punto informatico].

Caro Babbo Natale, Ti scrivo questa lettera per la faccenda dei regali che non arrivano mai. Sono molti anni che ti spedisco le stesse richieste ma – scusami se mi permetto – non mi pare che i miei piccoli desideri siano stati ancora esauditi. Mi rendo conto che il momento è difficile, nevica molto e gli aeroporti chiudono, i soldi scarseggiano ovunque, il prezzo del cibo per le renne lo immagino. Però mi hanno sempre detto che tu sei superiore a queste umane questioni, così mi permetto di mandarti un breve riassunto.
1- Mi piacerebbe che molte più persone in Italia utilizzassero Internet. Non sono mai stato un tifoso della tecnologia in sé, davanti ad un computer nuovo vengo colto dalla stessa eccitazione (quasi) che ho per il crick della macchina. Tuttavia penso, da molto tempo, ostinatamente, che mentre il crick solleva solo automobili (di poco, tra l’altro, quanto basta per sfilare la ruota e metterne un’altra) attraverso le reti di computer noi abbiamo sollevato di molto la qualità delle nostre vite. O per lo meno, per me e per molte altre persone che conosco è stato così. Non voglio annoiarti troppo: con Internet siamo collegati agli altri, meglio informati, collaboriamo a grandi progetti senza nemmeno conoscere i nostri compagni di viaggio. La metà degli abitanti di questo paese che non sa cosa sia la rete, non sa cosa si perde, mi piacerebbe tu riuscissi a convincerli.

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New future

23 dicembre 2010

di Marco Mancassola

[Questo articolo è apparzo nel quotidiano il manifesto il 22 dicembre 2010].

Lo gridavano i punk alla fine degli anni Settanta, in un mondo già allora in un vicolo cieco. Era uno slogan-grido di dolore, rauco e straziante: “no future”. Oggi lo stesso slogan viene usato freddamente dai giornali per descrivere non più un’intuizione di oltre trent’anni fa, bensì lo stato attuale e conclamato delle cose. “Generazione no future.” Ovvero: avere vent’anni e, a fronte di astratte statistiche su aspettative di vita sempre più alte, non avere alcuna idea di come si farà a sopravvivere.
I punk, vecchi rabbiosi profeti. Se è per questo, a proposito di previsioni, era facile aspettarsi anche l’estinzione del desiderio certificata adesso dal Censis – sul finire della grande orgia berlusconiana, un paese che sprofonda in un nauseante vuoto emotivo. E vedere precari e ricercatori arrampicarsi sui tetti, anche questo ha confermato una disperazione che montava da anni. Sui tetti del desiderio, l’aria è ambigua e rarefatta. Cosa si vede da lassù: un paesaggio di nebbia? I contorni di un qualche orizzonte? O i bagliori dei fuochi delle rivolte che verranno?

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Agonia

14 dicembre 2010

di giuliomozzi

La crisi della maggioranza apertasi il 22 aprile (“Che fai? Mi cacci?) si è dunque celermente chiusa il 14 dicembre. D’ora in poi ciascun singolo deputato della maggioranza potrà presentarsi al persistente capo del governo chiedendo qualunque cosa in cambio del proprio voto. Le quattro opposizioni (quella di destra testè formalizzata, quella di centro, quella di centro sinistra e quella di sinistra sinistra) hanno avuto sette mesi e tre settimane di tempo per esprimere le loro intenzioni, per confrontarsi, per tessere accordi, per far sapere al Paese che cosa farebbero, loro, se per caso si trovassero alla guida del Paese stesso: hanno avuto sette mesi e tre settimane di tempo per farlo e, mi pare, non l’hanno fatto.

Due immaginazioni

13 dicembre 2010

di giuliomozzi

[Riporto qui, poiché mi sembra abbiano una certa attualità, alcune pagine del mio libro Corpo morto e corpo vivo: Eluana Englaro e Silvio Berlusconi, scritto nel luglio del 2009 e pubblicato nell’autunno del 2010].

Prima immaginazione

Prima che Silvio Berlusconi tirasse in ballo Padre Pio, avevo fatta un’immaginazione. Avevo immaginato questo:
Il capo, l’uomo che è stato il capo per tutti, «lui», la presenza sempre presente, l’uomo che ossessiona i suoi avversari non meno che i suoi fan, la shekinà della politica italiana, all’improvviso cade. Cade di colpo: bum! Cade perché chi lo avversa rivela su di lui cose insostenibili; cade alla fine di una sequenza di rivelazioni di cose sempre più insostenibili; cade quando viene finalmente rivelata la cosa più insostenibile di tutte (quanti giornalisti sognano, la notte, di avere per le mani la cosa più desiderata dai giornalisti, oggi: una fotografia di Silvio Berlusconi che fa sesso con una minorenne?); ma non cade, Silvio Berlusconi, perché cede: cade perché, a un certo punto, i suoi gli si rivoltano contro. Perché per i suoi la situazione si è fatta insostenibile.

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Teoria generale della democrazia (nel tempo dei pensionati)

26 ottobre 2010

di giuliomozzi

Chiunque abbia nelle sue mani il mio destino, avrà il mio voto.
Più io invecchio, più la mia autonomia diminuisce, più sono costretto a mettere nelle mani altrui il mio destino.
Più la popolazione invecchia, più è facile che importanti masse di voti vadano a chi dice: “Mettete nelle mie mani il vostro destino”.

La prima guerra mondiale produsse, tra le altre cose, qualche milione di invalidi e mutilati. Invalidi e mutilati furono importanti sostegni elettorali delle dittature in Italia e in Germania.
Oggi tocca ai pensionati.

Così, in linea di massima.

(Suggestione dalla lettura delle prime 63 pagine di: Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, Raffaello Cortina Editore (via Alessandra Sarchi).

Scontro di civiltà

22 ottobre 2010

Una domanda ai potenti

11 ottobre 2010

di Sergio Frigo

[Questo articolo di Sergio Frigo è apparso ieri nel suo blog].

[…] La Marcegaglia e con lei gran parte del mondo industriale che in questi giorni le si è serrato intorno, mostra di ritenere che nel nostro paese non si possa esprimere liberamente il proprio pensiero sul governo, senza essere pesantemente attaccati sul piano personale, e messi in condizione di non nuocere: in buona sostanza il gotha dell’economia italiana pensa di Berlusconi e della democrazia italiana più o meno le stesse cose che pensano Di Pietro e il popolo viola. Che dunque la libertà di espressione è pesantemente compromessa, e il livello della nostra democrazia è ridotto al lumicino.
L’unica differenza è che per difendersi le persone comuni vanno in piazza e scrivono sui blog, loro invece si rivolgono direttamente all’Imperatore (naturalmente neppure per un istante [Marcegaglia] ritiene di doversi rivolgere alla magistratura o quanto meno di denunciare la cosa ai suoi iscritti). Ne parla pubblicamente solo quando apprende che sul tema c’è un’inchiesta in corso, e non può proprio farne a meno. Ma quanti di loro hanno subito in silenzio? Quanti hanno rinunciato ai loro affari per non intralciare quelli di Berlusconi? Questo va ricordato, quando i servi di turno dicono che non c’è il conflitto di interessi, e che Berlusconi è un liberale, e che la democrazia italiana è sana e vitale. [..]

Leggi tutto l’articolo.

Domanda politica

21 settembre 2010

di giuliomozzi

Se non dico in Germania, non dico in Francia, ma se addirittura in Svezia (in Svezia!) il consenso dei votanti va in maggioranza o quasi a destra, non potremmo decidere che averci la maggioranza che abbiamo (e il capo del governo che abbiamo) non è una anomalia italiana, strettamente dipendente da situazioni italiane (e da particolarità personali di Tizio o di Caio), bensì la versione italiana di qualcosa che sta accadendo in mezza Europa?

La notizia è

14 settembre 2010

di giuliomozzi

Una motovedetta donata dall’Italia alla Libia affinché la Libia desse una mano all’Italia nel contrasto all’immigrazione via mare, con a bordo sei agenti della Finanza italiana, ha ripetutamente mitragliato e inseguito (fin quasi a Lampedusa) un motopeschereccio italiano (senza ammazzare nessuno, ma per puro caso), in acque che la Libia considera libiche e tutti gli altri (compresa l’Italia) considerano internazionali (vedi).

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Bruciare

11 settembre 2010

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La forza e le ragioni

2 agosto 2010

[…] Non è solo questione di numeri. In democrazia, naturalmente, sono decisivi: basta seguire il febbrile conteggio dei deputati e senatori del nuovo gruppo autonomo, Futuro e Libertà, per capire che è lì il cuore della sfida. Ma in politica conta anche la capacità di aggregare e costruire prospettive condivise, fornendo ragioni e giustificazioni. Sul piano dei numeri si misura solo la forza, sul piano delle ragioni la direzione del suo impiego: se manca l’una, anche l’altra si rivela impotente. […]

Leggi tutto l’articolo di Massimo Adinolfi nel suo blog Azione parallela.

“Qualche mente fragile che ha avuto morti sotto le macerie potrebbe arrivare a sparare”

15 luglio 2010

[…] Giudici che, denuncia [l’attuale capo del governo], “mi hanno spinto a chiedere alla Protezione Civile di non da andare più all’Aquila, perché dopo la denuncia di mancato allarme da parte della magistratura qualche mente fragile che ha avuto morti sotto le macerie potrebbe arrivare a sparare” (Ansa, 9 giugno 2010, qui).

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