Archive for the ‘Narrazioni’ Category

Piombo (un’autobiografia)

30 novembre 2018

[è uscita a inizio novembre per la casa editrice tedesca NonsoloVerlag una antologia che raccoglie 10 racconti di  autori italiani dal titolo Vite allo specchio.  Pubblico qui il mio racconto.]

Di Demetrio Paolin

 

Sono nato nell’agosto del millenovecentosettantaquattro il giorno quattro di trentadue settimane, e questa furia di uscire mi ha salvato la vita, o così dice mia madre, che altrimenti sarebbe stata sull’Italicus per salire a nord da mio padre. Il mio nutrimento è stato il piombo dei ‘70, mi hanno ingrassato un latte che sapeva di zinco e gli ormoni negli omogeneizzati; le mie ossa non sono altro che il risultato della crisi energetica e il sangue è quello dei poliziotti e dei terroristi mischiato insieme. Io sono venuto al mondo mentre ogni cosa esplodeva e l’aria sapeva di tritolo e di C4. Sono nato e i corpi come quello di mia madre venivano uccisi da pallottole vaganti. Come era bella di schiena Giorgiana Masi quando il proiettile le si infilò all’altezza del polmone e lo perforò per uscire dall’altra parte, e la donna continuò la sua corsa per qualche secondo per poi sfiorire a terra morta. Io sono nato nel tempo in cui saltavano in aria treni, banche e loggiati medioevali. Io sono figlio di questa patria che chiamo Italia che è una lunga giovinezza piena di pomeriggi di noia, di sogni disfatti, di donne che avrei potuto amare e che ho cancellato; ho levigato la mia persona con una ferrea disciplina di purezza e oggi – passati 44 anni dal mio nascere – se leggete queste parole, io, Demetrio Paolin, sono morto, saltando in aria con la mia classe di alunni del liceo scientifico Keplero di Torino.

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Il Dio falso [1]

9 novembre 2017

di Demetrio Paolin

Mio padre quando si alza vede
la collina davanti a lui e non pensa nulla,
fa colazione come ogni giorno la mattina:
aspetta che il caffè diventi freddo e poi mi
chiama facendomi una carezza sulla testa.
Mio padre è tutto collina quando esce e va
al lavoro, è come le rive che scendono
verso il fiume, che pare gli alberi si muovano;
si dice bosco, ma potremmo dire anche mare
che vale lo stesso, tanto si muove il verde.
Il giorno dopo che Patrick è morto, mio padre
è uguale a se stesso come una figura allo specchio;
io sento una cosa – una grana di sale
infilarsi dentro la pelle – che mi fa diverso,
mio padre mi sembra più alto con un’ombra
dietro lunghissima, che arriva fino
porta di casa che sempre alle 7.30 del mattino
chiude dietro di sé per andare a lavorare.

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Marijuana al buio

22 settembre 2016

di Paolo Galli

[Paolo Galli, di Reggio Emilia, classe 1986, ha una raccolta di racconti inediti sul mondo delle discoteche e dei buttafuori. Chissà se ce la farà, a trovare l’editore. Il vantaggio per tutti, nel frattempo, è che lo leggiamo gratis. mc]

Qualche birra e un paio di canne

Un venerdì pomeriggio mi ha chiamato Incio. Era pieno luglio. I ventilatori non facevano altro che spalare tonnellate di umidità da un posto a un altro. Faceva un caldo d’inferno. Si poteva star bene solo con l’aria condizionata. Io non l’avevo. Me ne stavo sdraiato nudo sul pavimento.

Incio era uno degli amici di mio fratello. Era anche lui alla cena per il compleanno della biondina un po’ troia. Aveva una gran cotta per quella biondina. Non che a me fregasse un accidente, ma questa cosa della cotta per quella biondina non riuscivo proprio a capirla. Incio era un tipo sveglio, uno che si dava da fare. Aveva una gran passione per le moto e faceva il meccanico part time. Studiava da ingegnere. Era anche un bel ragazzo, a parer mio. Era alto, largo di spalle, e aveva una faccia pulita, da bambino. Quella biondina non valeva uno sputo di tabacco masticato.

Devo aver visto Incio tre o quattro volte in tutto. Ma avevo il suo numero, e lui aveva il mio. Mi sono alzato, ho preso il telefono. Mi sono sdraiato di nuovo e ho risposto.

“Incio”, ho detto.

“Ciao Pà”. Mi chiamava Pà, non so perché. Non mi piaceva quel soprannome, ma non gliel’ho mai detto. “Stasera ti va di venire con me a una festa”?

Il caldo umido m’imprigionava le forze. Non avevo voglia di parlare. Non avevo voglia di fare assolutamente nulla che non fosse starmene sdraiato nudo sul pavimento. Quindi ho tagliato corto. “Va bene”.

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Il sermone di Tobia

21 luglio 2016

di Demetrio Paolin

[In questi giorni è uscito in libreria il nuovo numero (il  quinto) di Effe. Periodico di Altre Narratività. Otto scrittori, alcuni al loro esordio altri già pubblicati, per otto illustratori per otto “storie inedite narrate attraverso stili diversi e diversi respiri ma accomunate dalla voglia di rendere omaggio alla narrativa di qualità e al genere del racconto”. Di seguito il racconto di Demetrio Paolin con l’illustrazione di Silvia Rocchi]

illustrazione[…] Il corpo dei morti continua a sognare come se una parte del defunto non morisse del tutto, ma rimanesse appiccicata alle ossa e alla carne. Sogna cose belle: luminose giornate, piante rigogliose e verdi, caldo, fiumi d’acqua dolce. Poi il corpo si disfa e si disperde nella terra e nelle radici degli alberi. In questa consistenza c’è Dio, che trattiene, testardo e debole, gli atomi sognanti degli amati corpi fino alla fine dei tempi. Vi ricordate la polvere che c’era quel giorno, appena crollate le case, e che è rimasta ostinata per mesi sulla nostra pelle e sui nostri vestiti, sui segnali stradali e sulle macchine parcheggiate, sui tavolini dei bar all’aperto? Quello era il resto, lo scarto dei nostri morti amati; era i sogni delle persone che ci supplicavano di tenerle con noi. Io, amici, ho raccolto quella polvere in un sacco di plastica, affinché i morti potessero sognare ancora. […]

Leggi Il sermone di Torbia di Demetrio Paolin, da Effe n. 5.

Volkswagen

22 settembre 2015

di Marco Candida

[Ho scritto questo racconto nel 2012. S’intitola Carrozzerie trasparenti. Uno dei suoi protagonisti è una BMW Volkswagen e lo propongo ai lettori di vibrisse per questa ragione. Il testo è già apparso a puntate su Wall Street International Magazine. mc]

“Sono le carrozzerie delle automobili, Massimo. Sono quelle che mi preoccupano. A lei no?”
“Ah, se intende dire che ha paura di lasciare la macchina posteggiata fuori coi tempi che corrono… Sì, condivido. Mi hanno strisciato l’auto almeno un paio di volte con un temperino quei delinq…”
“No no, non parlo di questo, Massimo”
“Allora non capisco, signor Giordani”
“Le carrozzerie delle automobili coprono. Nascondono. E’ questo che mi preoccupa”
Massimo è un uomo piuttosto massiccio. Un tempo non lo era e non è contento, per la verità, che una parola come “massiccio” negli ultimi due, tre anni gli si addica tanto. In particolare non è soddisfatto del collo. Gli si è ingrossato. Dev’essere stato l’andare in palestra. E anche Barbara, la sua cucina. A volte Barbara lo abbraccia, lui ha i capelli tagliati a spazzola, lei gli passa una mano sulla testa e gli dice che potrebbe usargliela per aprirci noci di cocco. Lui non è contento quando la sente parlare così. A parte il collo, sa di essere passato dai sessantaquattro agli ottantanove
chilogrammi negli ultimi quattro anni – e non solo, come vorrebbe raccontarsi, perché sta mettendo su massa muscolare sollevando pesi in palestra. La circonferenza del collo gli si è allargata, e il collo gli si è come accorciato, è quasi incollato alle spalle. A Barbara piace, deve darle un senso di sicurezza, Massimo però odia questa forma fisica che ha preso.

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Disabilità e valore

7 novembre 2014

di Marco Candida

[Giovedì 6 novembre ho fatto una lettura per l’inaugurazione dell’Ufficio Disability Manager nel Comune di Alessandria. Prima di cominciare a leggere, ho fatto una breve introduzione. mc]

La letteratura è un fiorire di personaggi disabili. Pensiamo al Capitano Achab del Moby Dick. A Quasimodo di Victor Hugo. A Long John Silver dell’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson. A Riccardo III di Shakespeare. Si potrebbe fare un excursus molto corposo e analizzare come la letteratura rappresenti la disabilità nei secoli. A me, prima di venire qui oggi, è venuto, però, un semplice pensiero, e prima di cominciare a leggere, vorrei dirlo.

Perché ci sia una storia è necessario un conflitto. Un personaggio vuole una cosa, un altro personaggio vuole la stessa cosa, i due entrano in conflitto e si ha una storia. Renzo Tramaglino vuole Lucia. Don Rodrigo vuole Lucia. Ed ecco I promessi sposi. Si potrebbero schematizzare così moltissime storie, anche quelle apparentemente più complesse.

Però, una storia può essere pensata anche come una situazione di inadeguatezza. Pensiamo alla figura dell’eroe. Un cavaliere è dotato di abilità. Vuole salvare la donna amata. Supera prove su prove dimostrando ogni volta un’abilità. Il cavaliere affronta un drago volante che sputa fiamme. S’inoltra in un bosco con gli alberi che si muovono. Supera sabbie mobili. Ogni volta, grazie allo scudo o alla spada affilata, a volte grazie alla polvere magica in una bisaccia o all’arguzia, il cavaliere supera la prova, dimostra la sua abilità.
Pensiamo all’eroe più grande. Superman: un supereroe con superpoteri. Superman vola. Superman ha il superudito e la supervista. Superman può essere più veloce delle luce. Superman può sparare raggi laser con gli occhi. Il suo fiato può ghiacciare cose.

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Non fate troppi pettegolezzi

6 febbraio 2014

di Demetrio Paolin

[esce oggi nelle librerie un mio piccolo saggio dal titolo Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria). Il libro è una sorta di escursione nei testi di quattro autori a me molto cari (Salgari, Pavese, Levi e Lucentini) e nella città dove loro hanno vissuto (Torino). Oggi alla Feltrinelli di Torino, piazza CLN, alle 18 lo presenterò insieme a Alessandro Perissinotto. Di seguito l’incipit del capitolo su Primo Levi. dp]

copertinaSono a Berlino. Nelle stanze del Museo Ebraico non c’è nessuno. Sono sceso nel piano interrato, tutto è nero e bianco. Cammino per un corridoio detto “dell’Olocausto”. Sono vestito leggero, una camicia e un paio di pantaloni. Arrivo alla fine di questo lungo camminamento e trovo una porta. Spingo il maniglione rosso e sono ai piedi di una torre. È buia e fredda. Il pavimento è di terra battuta. Non c’è luce se non da una fessura posta in alto: indovino il cielo grigio carico di neve. La porta dietro di me si chiude, fa un tonfo che riecheggia per l’altezza, che pare infinita, della torre. Il freddo mi assale di colpo, mi aggredisce come i cani di una muta; la paura diventa qualcosa di concreto e antico; è come se il mio corpo ricordasse. Non è una memoria recente, bensì qualcosa che è inscritto nella mia carne, nelle cellule del mio corpo, è qualcosa di primitivo. È la paura assoluta, quella che provarono i miei antenati nel buio della caverna; è quella che provò Adamo dopo che ebbe mangiato la mela. La paura viene dal freddo e il freddo viene dal male, che ci fa sentire nudi.

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Tre pezzi difficili, 3 (esortazioni)

6 luglio 2013

valter-e-robi-per-blog

Valter Binaghi, Sullo stato del comune sentire

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Tre pezzi difficili, 2 (esortazioni)

6 luglio 2013

insonnia

Valter Binaghi, L’insonne

Che cos’hai, non ti senti bene? –
Mi affretto a rassicurarla, prima che si svegli del tutto: – No, niente. Solo non riesco a dormire – Si gira dall’altra parte con un: – Ah. – moderatamente partecipe.
L’insonne non è un solitario per vocazione, ma non necessariamente è angosciato dall’incombenza di fare da testimone all’altrui serenità. Guardare la tua donna dormire, può essere anche un’esperienza tonificante, quando a poco a poco il suo volto si rilascia nella tranquilla fiducia infantile che a te è preclusa. E se si agita, se qualche immagine onirica perturba la piega delle sue labbra, puoi allungare il braccio, carezzarle la schiena, in un gesto di pura prossimità animale che blandisce i capricci del sangue e scioglie l’intrico di rovi in cui si è impigliato il sognatore.
Quanto all’insonne, se restare immobile per più di due ore risulterà intollerabile (d’altra parte lei ha il sonno leggero, e non puoi svegliarla in continuazione), potrà sempre trovare rifugio sul terrazzo, almeno d’estate, dove una sdraio e un posacenere lo attendono complici, per la quasi quotidiana rivisitazione dei propri appunti di psicologia spicciola.

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Tre pezzi difficili, 1 (esortazioni)

5 luglio 2013

Valter Binaghi, Lettera all’amico miscredente

morimondo5La prima volta che ti ho incontrato eri uno scolaro sporco e malvestito, l’abominio della maestra di terza elementare, quello che graffiava le pagine col pennino spuntato e regolarmente prendeva due in calligrafia. Te ne fottevi del bello scrivere, e succhiavi castagne secche fregate al cartolaio: mentre col mio sussiego di bravo figlio d’impiegati ti mettevo in guardia dalle spaventose reprimende della zitella, allargavi il tuo sorriso sgangherato:
– Dagli una spanna di cazzo e vedrai come si calma –
E così grazie, amico, per avere una prima volta sgomberato l’altare dall’idolo.
Nessun Dio nel candore pastorizzato della pagina di scuola, ma solo addestramento all’obbedienza, e il castigo dei sensi che mimava la virtù.

Ti ho incontrato più tardi, all’angolo della strada, mentre allungavi circospetto una banconota al ragazzino, a venti passi dalla farmacia: – Alcol a 95 gradi. Capito? Di che è per tua mamma, per fare il nocino – A te, nessuno nel paese serviva più nemmeno un bicchierino: eri il barbiere rovinato dal delirium che ha fatto uno sbrego alla guancia paffuta dell’assessore, ubriacone con un piede nella fossa, strafelice di esplodere nell’alto dei cieli come un’inutile cometa, obbrobrio del borghese che amministra i suoi giorni.
E così grazie ancora, per avermi insegnato che siamo figli del lusso e dello spreco: nessun Dio nella partita doppia, nell’economia pelosa dei buoni propositi, nel programma fariseo che affetta il paradiso giorno per giorno senza lacrime e senza gioia: solo uno sbirro cosmico a guardia di quei loro sudati risparmi.
E di nuovo sei venuto sulla mia strada, a scardinare le premesse di un’educazione scientifica mentre imparavo i segreti del motore e dell’accelerazione che ha nome Progresso: eri un bidello che masticava bestemmie, smerciavi panini al salame sottocosto agli studenti alla faccia dell’azienda incaricata dal Consiglio d’Istituto, e ogni giorno deridevi i miei sforzi: – Bella cosa la macchina, e il concerto dei pistoni, e le ruote come mandibole affamate di strada, ma chi guida? – dicevi – chi è che schiaccia il pedale, e decide dove si deve andare? Questa, caro mio, è la scienza che qui ti si nasconde! –
E di nuovo grazie, per avere infranto con una sassata lo specchio mentitore: nessun Dio nell’algido silenzio dei laboratori, nè davanti alle lenti del cannocchiale di Galileo, solo volontà di dominio, e lavori forzati per la natura stuprata.

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Gerusalemme, 11 aprile 1961

10 aprile 2013

Eichmann

di Demetrio Paolin

[Questo è un breve estratto dal romanzo che sto scrivendo. Il romanzo ruota intorno alla data dell’11 aprile. dp]

Il vetro di cui è fatta la gabbia è sottile, limpido indistruttibile. L’hanno costruito apposta per il prigioniero, perché tutti lo vedano. Adolf Eichmann entra vestito come un impiegato. Una giacca di fattura modesta, una camicia altrettanto usuale, gli occhiali al naso. L’intera sua persona mostra al mondo la sua ordinarietà. Se non fosse per quelle smorfie che ogni tanto fa con la bocca, che sembrano un rigurgito di chi ha mal digerito qualcosa, il pubblico del processo ha davanti una statua di cera. Sua madre e suo padre, buonanime, sarebbero contenti di lui: Adolf Eichmann è una persona temuta, una persona odiata e non ha mai ucciso nessuno. Lui non ha mai ucciso nessuno. Ha fatto di conto. Sa farlo bene, sa incolonnare i numeri e fare tornare sempre l’addizione. Si ricorda quando da piccolo, alle elementari di Solingen, il maestro lo riempiva di caramelle dopo la prova di aritmetica, una per ogni operazione giusta. Le operazioni erano dieci e dieci caramelle stavano nel palmo della mano del bimbo Adolf, che tornava a casa felice.

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Il Natale del 1998

25 dicembre 2012

di Marco Bellotto

Roberto Main, il protagonista di questa storia, non è un personaggio che ho creato io; è esistito davvero, e si chiamava proprio Roberto Main.
E’ stato mio cliente per anni, tanti piccoli processi per furto e spaccio di droga. Sicuramente la persona più sfortunata che io abbia mai conosciuto. Orfano fin dalla più tenera età, è stato preso in affidamento da una prima famiglia che ha rinunciato (all’epoca si poteva), e poi da una seconda che si è limitata a spedirlo in un collegio dove è cresciuto fino a quindici anni. Da cosa nasce cosa: la sua infanzia infelice, la sua adolescenza infelice, la tossicodipendenza, il bisogno di denaro e quindi i reati, e infine l’AIDS. Quando l’ho incontrato entrava e usciva dal carcere in continuazione, e, come tutti gli eroinomani all’ultimo stadio, stava meglio dentro. In prigione, per lo meno, non sembrava completamente allo sbando.
Però non l’ho mai visto disperato o anche solo demoralizzato; c’era in lui una quieta determinazione ad andare avanti. Perché ti ostini a vivere, Roberto, mi chiedevo. Non credo lui avesse una risposta: quando era libero andava in cerca di un lavoro, mangiava alle cucine popolari e dormiva dove poteva. Quando era in carcere aspettava di uscire. Non è mai voluto entrare in una comunità terapeutica.

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Berlino, novembre 1943

24 settembre 2012

di Demetrio Paolin

[pubblico le pagine che ho letto sabato al Circolo dei lettori. Sono una minima parte del romanzo che sto scrivendo (altri due brani sono qui e qui). Grazie per la lettura. dp]

E’ una mattina meno grigia del solito. Rudolph, sua madre e sua sorella Greta sono in giro per le vie di Berlino. Un tenue sole li ha portati fuori. E’ il 1943 e Berlino sembra in guerra da sempre. Margherete, la mamma di Rudolph e Greta, è tutt’uno con la città. Vive nella fede incrollabile verso il Fuhrer e in suo marito, Heinrich membro delle SS.
“Vostro padre – dice mentre camminano lungo le vie della città nel cielo luminoso dell’inverno – sta facendo molto per voi”. Li strattona entrambi portandoli su e giù per le strade dove si indovinano già le macerie dei primi attacchi della Raf. “Lui fa tutto per voi, lui è l’uomo che Fuhrer ha scelto per voi. Quando ho incontrato vostro padre, eravamo alla Parata del Reich per la libertà che emozione! Finita la parata, lui venne da me e disse che non aveva mai visto una donna bella come me. Le sue parole e il suo sguardo mi fecero innamorare. Quella sera io sognai il Fuhrer: ero in stazione, quando vedo arrivare un treno. Affacciato al finestrino, vedo il Fuhrer, che mi guarda e mi fa sì con il capo. Non dice niente, mi fa sì. E li ho capito che vostro padre era l’uomo per me. E ora lui combatte per voi. Ci protegge”.

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L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea

31 maggio 2012

di Demetrio Paolin

Seduto allo stand della Romania, penso a Duckadam.
In realtà aspetto Norman Manea per parlare con lui dei suoi nuovi libri, ma la mia testa mentre lui non arriva ritorna a quel portiere magro e grandissimo, uno dei migliori, che nella finale della Coppa dei Campioni parò quattro rigori, facendo vincere la competizione allo Steaua di Bucarest. Era il 1986, i giocatori erano molto magri e longilinei, il calcio era più lento, meno muscolare e chiunque, io per primo, guardandolo dalla televisione si illudeva che un giorno ci sarebbe stato posto anche per lui.

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La nostra testimonianza è veleno

27 gennaio 2012

di Demetrio Paolin

[Nella finzione del romanzo che sto scrivendo, questa lettera viene scritta da Enea, ex deportato, a Bruno Vasri, ex deportato e presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati), nel giorno della morte di Primo Levi, ex deportato. dp]

Caro Bruno,
oggi, uscito dal negozio, ho camminato senza una meta precisa e son finito in piazzetta Bodoni. Lì vicino a pochi passi c’è casa tua. E io avevo una voglia matta di salire e stringerti le mani, di abbracciarti con quell’amore che solo noi possiamo darci. Ho pensato di fare i pochi passi che mi dividevano dal tuo portone e suonare al campanello. Sentirne il suono e poi la voce di tua moglie che mi dice di salire.

Perché hai deciso di sposarti, Bruno? E Primo o Bepi? Perché vi siete sposati e avete avuto figli, dopo quello che ci è stato fatto? Certe volte quando ci incontriamo di questo dovremmo parlare; del dopo. Di quando tutto si è calmato, come il corpo alla fine di uno sforzo, e siamo tornati alle nostre case. Dovremmo parlare di come siamo tornati alla vita usata. Io, ad esempio, che ho patito come voi la fame, sono tornato schifiltoso tanto da togliere la pelle del latte, quando mi dimentico il pentolino sul fuoco e si crea patina spessa che proprio non sopporto.
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E’ un bene che la casa diventi nuda

5 luglio 2011

di Demetrio Paolin

[E’ uscito il terzo numero di Atti Impuri (qui l’introduzione di Sparajuri e le modalità per acquistarlo on line). Pubblico il mio racconto, che in realtà è parte del nuovo romanzo che sto scrivendo. E ringrazio Giulio perché quella mattina alle cinque era sveglio anche lui. dp]

Lo pagavano per questo: mettere insieme la sua sapienza biologica e la sua esperienza organizzativa. Tornato dalla guerra aveva continuato a fare quello che faceva, solo su scala ridotta.
Negli anni le sue forme d’odio – Heinrich aveva una speciale capacità di odiare – erano diventate millimetriche. Più l’oggetto era minuscolo, più la bestia da eliminare era piccola, maggiore era la cura nei progetti che elaborava.

Leggi E’ un bene che la casa diventi nuda (pdf)

Le parole dei morti nelle parole dei vivi

15 giugno 2011

di Gabriele Dadati

[Sono molto lieto di poter riprendere qui, secondo il desiderio dell’autore e con il consenso dell’editore, quanto Gabriele Dadati ha scritto in memoria di Stefano Fugazza: uomo che anch’io conobbi, poco, molto poco, ma abbastanza per avvertirne il valore. Valga, spero, questa lettura, a ricordare che tutti i giorni si educa e si viene educati; e che una vita che non venga presa in cura è a rischio di spreco. Ringrazio la rivista Nuovi argomenti nel cui numero 54, distribuito in questi giorni, è apparso questo testo. gm].

Stefano Fugazza e Gabriele Dadati durante una conferenza stampa, 2008Tra un mesetto cadrà il primo anniversario della morte di Stefano. Da quando non c’è più ho pensato in continuazione a lui: a volte semplicemente ricordandolo, se mi tornava in mente un episodio che lo riguardava, una frase detta da lui o anche solo un’espressione del suo volto; a volte provando a interrogarlo, quando mi chiedevo come si sarebbe comportato di fronte a un dato problema; a volte infine in quelle forme invasive che si potrebbero chiamare da un lato dell’eredità e dall’altro della condanna, se si ha la pazienza di considerare il fatto che la direzione che ha preso la mia vita oggi – come uomo e come lavoratore – è stata così fortemente influenzata da lui, dalle possibilità che mi ha concesso durante la nostra collaborazione e dai limiti che mi ha imposto.
Dopo la sua morte, e anche prima, nei mesi della malattia in cui di fatto Stefano non era più lui, mi è capitato qualche volta che l’interlocutore di turno parlandomi si confondesse e mi chiamasse col suo nome invece che con il mio, per poi subito correggersi. La mia reazione interiore, quella esteriore essendo nulla, era un mantra che diceva «Io non sono Stefano, non posso fare quello che faceva Stefano». E credo che questo mantra venga da un film, Voglia di vincere 2, in cui il protagonista è l’alunno di un college americano che trasformandosi in uomo-lupo può offrire straordinarie prestazioni sportive alla squadra di basket. Ma all’inizio del film non lo sa ancora: sa solo che suo cugino, che ha studiato lì prima di lui, si trasformava in uomo-lupo per combattere sul ring tenendo alto l’onore del college, e quando gli viene chiesto di fare lo stesso lui risponde pressappoco: «Io non sono lui, non posso fare quello che faceva lui». Salvo poi scoprirsi a sua volta, in un momento di rabbia, uomo-lupo, e così finendo per ripercorrere i passi del cugino.

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Anna Livia Plurabelle

1 dicembre 2010

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