Archive for the ‘Mario Pomilio’ Category

Mario Pomilio, uno scrittore né apocalittico né integrato

27 ottobre 2015

di Giuseppe Lupo

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

1. Ammettiamo che sia esistita, dagli anni Cinquanta ai Settanta, una linea di scrittori non riconoscibili nella divisione fra apocalittici e integrati, individuata da Umberto Eco nel 1964. Ammettiamo pure che le questioni della modernità, così come sono state declinate in Italia prima e dopo il boom, abbiano generato piste alternative sia alla cosiddetta letteratura del rifiuto, sia all’utopismo urbano che fa capo a Calvino. Se qualcosa del genere è stato prodotto, di sicuro avrebbe avuto in Mario Pomilio il suo capofila. I tratti distintivi non mancano e sono da rintracciare, oltre che nei pronunciamenti di un cristianesimo a forte vocazione laica, anche in quella particolare nozione di dissenso con cui egli si è posto di fronte ai paradigmi della Storia, certo non per chiamarsi fuori, per negarla o esautorarla, ma per travalicarne i risultati, per rifondare su altre regole il sentimento del vivere comunitario e dare azione compiuta alla voce inascoltata del Vangelo. In altre parole, per varcare la Storia e vincerne “la malinconia”, come avrebbe affermato egli stesso negli Scritti cristiani (1979).

Sottolineare la natura profetica e politica dei libri di Pomilio, a venticinque anni dalla morte, dunque in una stagione ormai aperta ai bilanci, non significa sminuire i vincoli di parentela con l’entroterra religioso (che sono infiniti, inossidabili e fino a qualche decennio fa addirittura facile pretesto di ghettizzazioni culturali), semmai rileggerli quale manifesto di una lontananza da tutto ciò che si definisce civiltà contemporanea. Non condividere i caratteri di un’epoca vuol dire scegliere una strada di implicita disobbedienza, svolgere un’azione corrosiva nei confronti del momento in cui tocca vivere. A suo modo, disobbediente e corrosivo Pomilio lo è stato (come non ricordare almeno nel titolo il suo Contestazioni) e, senza ricorrere ai clamori della protesta e della rabbia, ha fatto suo il protocollo delle responsabilità morali che gravano sugli intellettuali e si è impegnato a cercare non il “senso dell’essere” ma il “senso del fare”, a seguire non tanto la “tentazione mistica” quanto l’“esigenza di razionalità”.

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“Il quinto evangelio”

27 ottobre 2015

di Sandro Campani

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio]

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Il quinto evangelio è la storia di una ricerca vana, costruita accumulando frammenti riaffioranti di altre ricerche vane, eppure necessariamente rinnovatesi, dal Settimo Secolo al Ventesimo: ogni volta che un uomo si mette alla ricerca del quinto evangelio, rinnova il vangelo; la storia personale di chi viene in contatto con il testo e dedica a esso la vita finisce per ripercorrere la storia stessa del Cristo. (Schema, questo, su cui Pomilio lavora con diverse variazioni: c’è la Storia di Fra Michele minorita, in cui il processo subìto dall’eretico ricalca la forma della passione di Cristo – sicché si ha la descrizione di un avvenimento verosimile fatta utilizzando le medesime parole di una rappresentazione già scritta; c’è Il Cristo di Guardia – la predicazione di Giosuè Borgogno, valdese calabro, che rappresenta il Cristo in una via crucis al termine della quale viene catturato realmente. “Quattro guardie, quella sera stessa, arrestano un uomo che non cerca di difendersi e nel tendere i polsi compie un gesto noto”; lo stesso succede all’uomo che interpreta il Quinto Evangelista nel dramma che chiude il libro, allorché, nella Germania del 1940, riafferma il messaggio del Cristo come “alternativa permanente all’Ordine ingiusto e a quanto offende la persona umana”: al capitano Klammer, nelle vesti di Pilato, non resta che arrestarlo.)

Leggere Il quinto evangelio mi spinge al silenzio. Non è tanto lo sconforto per la mia ignoranza (Come Bergin, il professore americano che in una Colonia distrutta dai bombardamenti inizia la sua ricerca, sono “digiuno affatto di paleontografia e di critica testuale e quasi ignaro di storia sacra e di letteratura neotestamentaria”); non è l’ammirazione per la struttura complessa e la maestria con cui Pomilio, partendo da una cornice epistolare, padroneggia generi disparati conducendoli a una unità potente; non è la fascinazione per le invenzioni verosimili di quella che in fondo è anche un’investigazione fantastica appassionante; né l’ammirazione per lo stile, quella lingua multiforme e sempre necessaria, mai virtuosisticamente esibita, piena di compassione. Ciò che mi spinge al silenzio è trovarmi al cospetto della fede.

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Dai giornali

27 ottobre 2015
Mario Pomilio

Il quotidiano La città, di Teramo, ha dedicato una pagina al convegno su Mario Pomilio. Clicca sul ritaglio per leggere

La “Colonna infame” di Mario Pomilio e la moralità della filologia

26 ottobre 2015

di Mirko Volpi

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Il manzonismo di Mario Pomilio è cosa arcinota, discussa e studiata ormai da decenni. Del suo legame con il Gran Lombardo, della presenza di questo nella sua produzione si è scritto fin dalle prime recensioni ai romanzi uscite su riviste e quotidiani così come, post mortem, nei convegni e nei contributi scientifico-accademici. Lo hanno visto tutti i critici e i lettori più provveduti: Manzoni ha abitato fin da subito le pagine pomiliane (ivi comprese, e non sono di poco conto per qualità e numero, anche quelle saggistiche e giornalistiche), dall’Uccello nella cupola (nonostante i da lui mal tollerati continui riferimenti a Bernanos) al palesamento estremo di un rapporto sempre amorosamente nutrito, ossia l’ultimo romanzo, Il Natale del 1833.

Curando di recente la riedizione del Nuovo corso meritoriamente pubblicata da Hacca nel 2014 (e impreziosita da un’introduzione di Alessandro Zaccuri), ho scoperto – con sorpresa mista a una non immediatamente spiegabile interna soddisfazione – che c’era moltissimo Manzoni anche nel terzo romanzo pomiliano (era uscito per Bompiani nel 1959), tra i meno noti e noto per lo più per l’orwelliana (anche qui, in realtà, più suggestione che fonte reale, come ho cercato di mostrare nella postfazione) ideazione di uno Stato totalitario, plagiatore di menti e mistificatore della verità, espressamente modellato sull’Unione Sovietica che aveva da poco invaso l’Ungheria. Questo, dunque, l’inequivocabile spunto storico: il 1956, la repressione comunista attuata nello stato satellite, e quindi l’eterno anelito alla libertà dei popoli oppressi. Ma a un livello diverso – non dirò più alto o più profondo perché ritengo procedano di conserva, e il secondo deve al primo, e alla sua crudele contingenza storica, l’impulso all’obbligata e sofferta riflessione, all’assolutizzazione richiesta dalla letteratura e dalla storia delle idee – sta la costante lettura pomiliana di Manzoni.

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Che cos’è “Il quinto evangelio”?

26 ottobre 2015

di Enrico Macioci

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Che cos’è Il quinto evangelio di Mario Pomilio? Alla domanda si può rispondere in almeno due maniere.

Anzitutto consideriamo l’oggetto narrativo. Pomilio lo pubblicò dopo prove quali L’uccello nella cupola, Il testimone, Il nuovo corso, Il cimitero cinese, e dopo un lungo blocco durante cui stese saggi e riflessioni e maturò risposte profonde alla sua crisi di uomo e scrittore, allestendo l’officina e forgiandosi gli strumenti per edificare il capolavoro. Veniva da un decennio di stasi creativa che lo portò ai confini del silenzio, e Il quinto evangelio rappresentò la svolta attraverso cui ribaltare le difficoltà in risorse e l’afonia in una diversa, più potente voce. Accade abbastanza spesso, del resto, che un autore consacri il proprio genio attraverso un solo, grande libro – pensiamo a Dante, a Melville, a Musil; è anche il caso di Pomilio.

Il quinto evangelio venne pubblicato nel 1975 (lo stesso anno in cui uscì Horcynus Orca di D’Arrigo), dunque in pieno postmoderno; tuttavia esso riassume, forse più di qualsiasi altro testo narrativo in Italia e in Europa, la migliore essenza postmodernista per poi scavalcarla. Si tratta cioè di un’opera aperta, metatestuale, labirintica, autoriflessiva, debordante, ramificata, potenzialmente infinita; è l’opera di un autore assai consapevole; è colta; ama gli intrighi; mette e si mette in scena; è insomma un’opera intelligente, che richiede al lettore una collaborazione attiva e quasi una co-creazione. Ciò che invece manca di postmoderno – mancanza che non stona e anzi aggiunge merito a Pomilio – sono l’ironia e il disincanto che finiranno per divorare parecchi scrittori a venire, determinando la deriva nichilista che Foster Wallace, già nella seconda metà degli anni ’90, denunciò con toni piuttosto allarmistici. Non si può scherzare (per) sempre, e Pomilio nel suo romanzo non scherza. Del resto Il quinto evangelio parla della questione delle questioni, la questione che per brevità potremmo chiamare del Libro. Quale prova più ustionante per uno scrittore?

Qualche titolo, in breve.

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La parola e le catene (editoriali)

26 ottobre 2015

di Gabriele Frasca

[Questo intervento di Gabriele Frasca apre il “convegno online” Il ritorno di Mario Pomilio, scrittore europeo. Vedi l’introduzione di Demetrio Paolin].

[Preleva l’intervento di G. Frasca in pdf]

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nessuno può tenere in catene la parola. Con questa variazione da un ben noto passo deuteropaolino, che recita in verità “non s’incatena [dedetai] la parola di Dio” [2 Tim 2, 10], iniziavo il saggio che ora accompagna la nuova edizione del Quinto evangelio che con questo nostro convegno telematico in qualche modo festeggiamo; e ne sono personalmente felice, e grato a chi ne ha avuto l’idea. La citazione, tratta da quella stessa seconda lettera a Timoteo in cui l’apostolo (o chi per lui) esorta a rifuggire i più tipici piaceri intellettuali (i “vaniloqui profani” [2, 16] e le “ricerche insensate e non istruttive” [2, 23]), mi è servita in quell’occasione per tentare di seguire una doppia parabola: quella disegnata nel testo, vale a dire l’affannosa ricerca del vangelo nascosto che lo anima, e l’altra che il romanzo di Pomilio, letteralmente sparendo dopo l’iniziale successo, è come se avesse a sua insaputa intercettato. C’è qualcosa di sorprendente, lo sappiamo, nella storia stessa della ricezione di quest’opera, che è come se insomma avesse finito col contenere inconsapevolmente se stessa, e avesse messo in scena un dramma, un dramma culturale, quello per l’appunto della sparizione di un testo, che l’avrebbe vista inopinata protagonista. Nessuno può tenere in catene la parola, concludevo a un certo punto di quel saggio; sempre che un assordante rumore di fondo non la riduca a un bisbiglio.

Di motivi per questo strano destino che si è abbattuto sul Quinto evangelio, ho provato a fornirne in quell’occasione; eppure non si può dire che ne abbia trovato uno così convincente da acquietarmi. Di sicuro la svolta ultraliberista dell’intero sistema occidentale a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, e dunque la progressiva nascita dei monopolî editoriali, potrebbe bastare a motivare l’improvvisa sfortuna di un’opera che non nacque certo per intrattenere. Magari per far riflettere, persino per salvare, ma non di sicuro per limitarsi a far trascorrere il tempo da una stazione della metro all’altra, ove mai si fosse così fortunati da trovare un posto a sedere, o l’angolo giusto dove aprire il proprio libro senza sbatterlo in faccia al malcapitato vicino. Non c’è più tempo, e magari nemmeno spazio, in un mondo governato da quello che Alain Supiot ha recentemente definito la “gouvernance par les nombres”, per avere a che fare con un testo che non nasconde la voglia d’imbrigliare il lettore, e sprofondarlo nelle sue riflessioni. Con l’intento fra l’altro persino dichiarato di farne ben altro che una x valore di variabile. Sarà dunque questo il motivo della sua sparizione, fino alla meritevole edizione che stiamo in qualche modo salutando.

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Una giornata con Mario Pomilio

26 ottobre 2015

Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo (da lunedì 26 ottobre )

24 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Più o meno a maggio di quest’anno avevo tra le mani la copia della nuova edizione del Quinto Evangelio (L’orma editore, 2015) di Mario Pomilio; nella mia libreria facevano mostra di sé la ristampa de Il nuovo corso (Hacca, 2014) e di Scritti cristiani (Vita e pensiero, 2014). E mentre ero indeciso su come scrivere, qui in vibrisse, mi è capitato di leggere un’affermazione di Giulio Mozzi sul suo profilo di facebook che diceva più o meno che il Quinto Evangelio era il più bel romanzo italiano del dopoguerra. Alla sua affermazione mi venne solo da dire: Dio mio, sì! Giulio ha ragione.

La letteratura, sappiamo, non è una classifica di calcio, ma spesso è utile cercare di stabilire un qualche ordine di grandezza, cercando – in parole povere – di fornire una sorta di canone dei testi. E sicuramente il romanzo di Pomilio, ma sarebbe meglio dire la sua opera, dovrebbe essere contemplato al suo interno. In realtà, però, dell’autore abruzzese si è parlato poco o niente, relegandolo al ruolo marginale nell’economia della nostra storia letteraria.

Per questo motivo in quel giorno ho pensato di scrivere una breve mail a tre amici, scrittori e lettori forti dell’opera pomilana, dicendo loro che volevo provare a costruire sul Quinto Evangelio e sull’opera di Pomilio non una semplice recensione o saggio ragionato, ma qualcosa di più.

Gli amici in questione erano Giulio Mozzi, Alessandro Zaccuri e Gabriele Dadati e il qualcosa in più che avevo pensato e immaginato è quello che leggerete nei prossimi giorni qui sul sito di vibrisse ovvero una sorta di convegno on line dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, in cui scrittori, critici, teologi e giornalisti sono stati chiamati a scrivere un loro contributo.

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