Archive for the ‘Marco Candida’ Category

“Grida quando stai bruciando”

8 febbraio 2017

camus[Ho letto con interesse l’articolo del Professor Brugnolo “I fannulloni nella valle fertile” di Albert Cossery e propongo come umilissimo controcanto questo scritto (un temino) su “La peste” di Albert Camus scritto di getto qualche mese fa. Se Cossery mi sembra riprendere e ampliare Gončarov, Camus mi sembra riprendere Balzac. La questione posta dal mio intervento credo sia principalmente: alcune cosiddette allegorie del ‘900 non sono un po’ troppo artificiose? mc]

di Marco Candida

Iniziamo con un paragrafo delle Illusioni Perdute di Balzac:

“La necessità di coltivare il padre, del quale la signora de Bargeton aspettava l’eredità per andare a Parigi, e che invece li fece aspettare tanto che il genero morì prima di lui, costrinse il signore e la signora de Bargeton ad abitare ad Angoulême, dove le brillanti qualità della mente e le ricchezze naturali celate nel cuore di Naïs dovevano perdersi senza frutto, e col tempo diventare addirittura ridicole. In effetti, i nostri lati ridicoli sono in gran parte originati da un bel sentimento, da virtù o da facoltà spinti all’eccesso. La fierezza, non attenuata dalla pratica del gran mondo, si trasforma in durezza quando si esercita sulle piccole cose invece di spaziare in una sfera di sentimenti elevati. L’esaltazione, questa virtù nella virtù, che genera i santi, che ispira dedizioni segrete e stupende poesie, diventa esagerazione quando si appiglia alle inezie della provincia. Lontano dall’epicentro in cui brillano i grandi intelletti, in cui l’atmosfera è carica di pensiero, in cui tutto si rinnova, l’istruzione invecchia, il gusto si altera come un’acqua stagnante. Per mancanza di esercizio, le passioni si rimpiccioliscono ingrandendo le cose trascurabili. Ecco la causa dell’avarizia e dei pettegolezzi che appestano la vita di provincia. La persona più degna è portata in breve ad imitare le idee ristrette e le maniere meschine. Così soccombono uomini nati per essere grandi, donne che, se emendate dagli insegnamenti del mondo e formate da spiriti superiori, avrebbero potuto diventare delle creature affascinanti” (Neretto mio, ndr)

In fondo, Albert Camus, nella Peste, si è ispirato molto a Balzac. Ha preso una cittadina di provincia e ha mostrato come abitudini e vezzi proseguano anche se in questa cittadina sopraggiunge il morbo della peste. Questo, l’assurdo di Camus – che Balzac, nel profluvio del secondo capitolo delle Illusioni Perdute, definisce “ridicolo”. L’assurdo sta nel continuare a far le cose, anche se non ha più senso farle. Camus si appropria di un aspetto della “commedia umana” di Balzac, e lo espande, facendolo diventare il caposaldo di un intero sistema filosofico. Il provincialismo è specchio di una condizione esistenziale. Il provincialismo è ritagliarsi un’isola, un vivere scollegato, una sorta di volontaria auto-emerginazione. (more…)

Rivoluzione Quentin

11 novembre 2016

di Marco Candida

[Il testo si intitola La rivoluzione di Quentin]

con affetto a Quentin Tarantino

pulpbooks-7-900x1350È sbalorditivo constatare quanto Ernest Hemingway sia debitore di Sherwood Anderson. Eppure, pochi autori come Hemingway hanno consolidato il cammino della letteratura negli ultimi decenni – e qui “letteratura” ha valore altissimo: significa soprattutto “modalità di rappresentazione del mondo”. Esempi come quelli di Hemingway, in letteratura, ce ne sono un bel po’. Generalmente, sappiamo che tutti i grandi autori, o una parte non trascurabile d’essi, sono debitori. Forse, però, questa parola, la parola “debitore”, colpisce ormai in maniera troppo debole la nostra immaginazione. Infatti, se i grandi autori sono “debitori”, allora dobbiamo immaginarci “debitori” “pieni e strapieni di debiti”: non soltanto un paio di collane in una gioielleria e qualche bottiglia di whisky nel negozio di liquori sotto casa. Se sono “ladri”, li dobbiamo immaginare non semplici furfantelli che svaligiano un appartamento o commettono qualche scippo per strada: piuttosto quel tipo di birbanti che s’impadroniscono di capitali interi, società, know-how. Ecco, questo è il tipo di “debitori” o di “ladri”, se vogliamo usare i vocaboli “ladri” e “debitori”, che dobbiamo immaginarci. Ma, se sono “debitori” o “ladri”, che cosa consente a questi grandi autori di seguitare a essere considerati “grandi”? O, ancora meglio: perché questi autori sono indubitabilmente più grandi, importanti, belli e migliori degli altri autori?

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“Autunnale”, di Dario Voltolini

24 maggio 2016

di Marco Candida

copertina_voltoliniDario Voltolini si è autopubblicato un romanzo che s’intitola Autunnale (dalla finestra al teatro). Sulla quarta il libro viene presentato così: “Sono scene che si manifestano in ordine sparso come tessere di un puzzle appena rovesciato dalla scatola che le conteneva. Il protagonista è come un albero a cui l’esperienza, simile a un vento autunnale di tramontana, porta via poco alla volta tutte le foglie”. Un albero a cui il vento dell’esperienza porta via poco alla volta le foglie. Un interessante capovolgimento di prospettiva, dato che di solito l’esperienza “fa maturare”. E infatti il protagonista di questo romanzo via via che procede di capitolo in capitolo, di scena in scena sa sempre meno. Eugenio è come se fosse al centro di un tifone che trasforma tutto in sabbia. Le persone, le cose non hanno più forma, identità. Ed è il lettore che ha compito di mettere insieme i tasselli del puzzle e verificare se un senso nella vita di Eugenio è ancora possibile. Una sfida che non lascia scampo. Dove siamo noi lettori chiamati ad avere autorevolezza. E con questo romanzo scomposto Voltolini non si produce in un intellettualistico gioco combinatorio: parla invece al cuore di tutti coloro che, come Eugenio, stanno vivendo un periodo di transizione e hanno, si spera non per sempre, perso la bussola. Così, si affidano. Prima alla compagna. Poi all’amico. Poi al dottore. E magari ai passanti occasionali – come i lettori di un libro. Magari a qualcuno che possa capirli per loro. Qualcuno che sappia loro dire che cosa diavolo sta accadendo perché loro non ce la fanno più, non ci riescono più, non capiscono più. Tutto, per costoro, si sfrangia, sfilaccia, sfarina e allo stesso tempo ogni cosa si salda, riunisce, rinserra.

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Famiglia

28 marzo 2016

di Marco Candida

[In questi giorni si è parlato di “unioni civili” e “famiglia”]

Una premessa dell’ispettore Balti

Essendo un ispettore di Polizia ci si aspetterebbe forse che sia pieno di nemici. In quattordici anni, da quando ho i due pentagoni dorati appuntati sulle controspalline della divisa, ho operato qualcosa come settantasei arresti. Ho messo dentro Carlo Tontelliano che ha ammazzato sei persone e si può quasi considerare un serial killer, anche se erano tutte persone che lo avevano rovinato. E devo confessare che è stato dopo il successo di quell’operazione che ho cominciato seriamente a occuparmi del tuo caso e ad assumerlo direttamente quando l’ispettore Rettondi ha fatto la fine che ha fatto. Pace all’anima sua. Ho fatto incarcerare parecchi criminali e alcuni di loro oggi sono liberi, non stanno più in carcere. Molti conducono una vita non dico onesta ma normale. Altri invece probabilmente sono impelagati negli stessi giri di sempre – cosa di cui sono piuttosto certo almeno per quel che riguarda Arturo Colaffini o Girolamo Venicchianni o Ettore Bollemponci. Magari, se sei stata attenta alla cronaca degli ultimi anni nel pavese, i nomi che ho appena fatto possono risuonarti nelle orecchie in qualche modo. Sì, per la miseria. Ho fatto incarcerare settantasei criminali. Tuttavia, se mi stai chiedendo chi è il mio nemico più grande, allora non ho dubbi su chi potrebbe essere. Lasciamelo dire chiaro: il mio nemico più grande non è uno degli ex-carcerati che ho fatto arrestare. Invece è una donna. Come te. Si chiama Elma Comolli. E il motivo per cui dovrebbe avercela tanto con me al punto da desiderare di vedermi morto è che temo di averle rovinato la vita. Perciò se ti aspetti che mi metta a raccontare di questo o quel criminale che ho arrestato e fatto incarcerare e del quale temo la vendetta, allora ho paura di doverti deludere in partenza. Non ti parlerò di storie di arresti e criminali. Ti racconterò, invece, la storia del mio matrimonio. Un matrimonio decisamente fallito. E ti parlerò della mia famiglia.

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“Carlos Paz e altre mitologie private”, di Marino Magliani

2 marzo 2016

di Marco Candida

magliani-383x600Prendiamo l’attacco del terzo racconto “Andante crociera”. “Con un paio di amici argentini vivevamo a Gulpen, una cittadina del sud dell’Olanda, nella regione Limburg. Un giorno, non so per quale motivo – forse perché si trovava sulle rotte del Grande Nord, o perché avevamo nostalgia delle montagne – comprammo tre biglietti per la Norvegia. Destinazione Stavanger. Il traghetto salpò al tramonto da Amsterdam, infilò il Nordzeekanaal e costeggiò la cittadina di JImuiden, con le sue case di mattoni e i bunker della seconda guerra, il porto affollato di pescherecci e gru, con la spiaggia e i quartieri di Zeewijk” O il secondo paragrafo del quinto racconto dal titolo “Un taxi a Utrecht”: “Utrecht è al centro dell’Olanda, ripeteva il professore indicandola sulla carta geografica. Utrecht, ragazzi, sta con precisione millimetrica al centro dell’Olanda e ha il campanile più alto dell’Olanda.” Poi c’è il secondo racconto dal titolo “Carlos Paz”, dove ci sono capitoletti intitolati “La Germania”, “La Spagna” oltre a “Il Piemonte”.
“Carlos Paz e altre mitologie private” di Marino Magliani fa venire voglia di pensare che dovrebbero sempre essere gli autori italiani a scrivere storie ambientate all’estero. A parte qualche eccezione come La neve nera di Oslo di Luigi di Ruscio o Norvegia di Angelo Ferracuti, e Tabucchi e Magris, i paesi stranieri ci arrivano, come sappiamo, grazie alle traduzioni. Ma se ci si riflette, un libro straniero presenta una sorta di doppio esotismo che lo rende sempre un po’ oscuro: sono stranieri, infatti, sia la storia che l’autore. Pertanto, non solo risultano stranianti le ambientazioni e i personaggi della storia, ma straniante risulta anche il modo di condurre la narrazione, la scelta di privilegiare alcuni fatti anziché altri, lo sguardo. Diventa difficile sentire una storia come realmente nostra, familiare, vicina. E invece le storie migliori sono forse quelle dove elemento familiare e fattore straniante si incontrano e confrontano trovando un punto d’intesa. Un equilibrio.

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