Archive for the ‘“La ragazza selvaggia” di Laura Pugno’ Category

“Il racconto dell’apocalisse”

3 settembre 2016

di Demetrio Paolin

[Questo articolo di Demetrio Paolin è apparso oggi nel quotidiano Il foglio].

7228419_1572657Ne La ragazza selvaggia Laura Pugno continua a sviluppare il tema che è centrale nella sua poetica, ovvero il racconto dell’apocalisse. Se c’è una continuità tra il suo esordio narrativo (nel 2002 con una raccolta di racconti per Sironi) e questo suo ultimo testo, è sicuramente da rintracciare nella lunga e fedele riflessione sul tempo ultimo. La storia de La ragazza selvaggia, infatti, altro non è che il tentativo di raccontare un ritorno o, meglio, una resurrezione. Il tutto prende le mosse in un immaginario parco naturale di Stellaria (una sorta di ardito esperimento scientifico per fare sì che la natura riprenda il sopravvento senza controlli e senza regole di questi ettari di boschi, campi e monti) dove Tessa – una ricercatrice che monitora le varie fasi del ritorno al “selvaggio” – ritrova dopo dieci anni Dasha, giovane figlia adottiva di una famiglia di ricchi industriali, che due lustri prima si era perduta nel bosco ed era stata data per morta. Dasha, che incontriamo descritta come una ragazza-cagna, ha una sorella gemella, Nina, che è in coma dopo un incidente stradale. Intorno a queste due vicende si muovono tutti i fili di una storia che ha il suo fulcro in due domande, mai dichiarate apertamente, ma che aleggiano nelle pagine. Può ciò che è morto ritornare alla vita? Si può “ritornare” alla vita – Dasha rappresenta appunto un revenant – e che conseguenze ha questo ritorno? La risposta della Pugno è negativa. Sin dalle prime pagine, l’immagine della foresta e del bosco che prendono possesso con silenziosa tenacia delle case abbandonate, delle strutture lasciate in disarmo, rinfoltiscono boschi, cancellano sentieri in una sorta di paradiso vegetale, che ricorda certe suggestioni de La carta e il territorio di Houellebecq, si affianca al suo progressivo fallimento. Non è possibile sostenere i costi del parco e del suo inselvatichimento, molto meglio una “selvaticità” controllata e farlo diventare un parco turistico.

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“Il racconto di una lacerazione immedicabile richiede sobrietà”

31 luglio 2016

di Filippo La Porta

[Questo articolo di Filippo La Porta è apparso nel “Domenicale”, supplemento de “Il Sole/24 ore”, oggi 31 luglio 2016].

7228419_1572657Il quinto romanzo di Laura Pugno, La ragazza selvaggia, fa pensare a certi racconti dello splendido filone non horror di Stephen King, lì dove il perturbante agita il lettore mostrandogli la domestica familiarità dell’estraneo, l’oscurità impenetrabile che circonda il perimetro della razionalità. La giovane biologa Tessa, custode della riserva protetta di Stellaria – un progetto fallito per mancanza di fondi – «aprì la porta sul buio del bosco…». E così ritrova la ventenne Dasha, sparita nel bosco quando era bambina: il corpo pieno di ferite e cicatrici, l’odore di selvatico, un flebile mugolio. Di lì ricostruiamo l’intera vicenda, fitta di personaggi (suggerisco di fare uno specchietto nell’ultima pagina) e storie secondarie: Dasha e la sorella gemella sono state adottate in Ucraina dai coniugi Held, Giorgio e Agnese, poi Dasha sparisce nel bosco e Nina resta in coma per un incidente; Nicola, figlio dei Varriale, trascorre gli anni dell’infanzia con loro e si iscrive all’università – Economia – insieme a Nina; con lui Tessa, a sua volta cresciuta orfana, sotto la protezione della zia Sagitta, intreccia una relazione sentimentale e tenta – vanamente – di sbrogliare quella che sembra la matassa di una oscura maledizione.

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“Quel confine innominato ci attrae e ci atterrisce”

14 giugno 2016

di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa è apparso in “Tuttolibri”, supplemento de “La Stampa”, sabato 11 giugno 2016].

7228419_1572657Sulla stampa illuminista, ai primi dell’Ottocento, tenne banco a lungo il caso del «ragazzo dell’Aveyron» (e ne resta ancora memoria, se nel 1970 François Truffaut gli ha dedicato Il ragazzo selvaggio: uno dei suoi film più asciutti e, dunque, davvero poetici): un ragazzino di una decina d’anni ritrovato in un bosco, nudo e privo di parola. A prenderlo con sé, il dottor Itard: il «caso» smontava l’idea del «buon selvaggio» di Rousseau, secondo il quale ricondotto allo stato di natura l’uomo avrebbe conosciuto la sua indole autentica, corrotta dalla civiltà; per lui, viceversa, educazione e cure parentali avrebbero restituito a Victor – questo il nome dato al ragazzo – la sua fisionomia umana. A partire dal linguaggio: tradizionale discrimine che fa, di questo, un uomo.

Ma Victor morirà, quarantenne, senza il dono della parola. Una vera dialettica dell’illuminismo: alla retorica dell’originario di Rousseau si contrappone quella, opposta, dell’apprendimento e della civilizzazione. Il nuovo romanzo di Laura Pugno parafrasa il titolo di Truffaut e ne ripropone la dialettica senza sbocchi; la sua storia ne differisce, però, in modo sottile.

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“La vera Zona è il romanzo stesso”

24 Maggio 2016

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli è apparso in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della sera”, domenica 22 maggio 2016. L’articolo è disponibile in pdf qui].

7228419_1572657Era una notte buia e tempestosa. No, sul serio, comincia proprio così La ragazza selvaggia (Marsilio) di Laura Pugno, anche se non con queste parole. Ciò non per insinuare che si tratti di una sfilza di luoghi comuni di scrittura e di invenzione: al contrario. Chi ha letto le sue cose precedenti sa che l’autrice ha un mondo narrativo tutto suo, riconoscibile all’istante nei temi e nel modo di porgerli, un insieme finito e ricorrente di elementi che si combinano in maniera ogni volta diversa e sorprendente. Vero però che ora, per la prima volta, quel mondo corre il rischio di apparire chiuso, fisso, non passibile di sviluppi, il che ne rappresenta insieme il fascino e il limite.

Quali sono questi elementi? Ecco la configurazione con cui si presentano qui. Ci sono la città e il bosco, natura e cultura sempre colte nelle faglie in cui entrano in frizione: la ragazza selvaggia di cui al titolo, Dasha, perdutasi una decina di anni prima perché abbandonata dalla gemella Nina (entrambe orfane di Chernobyl adottate da Giorgio Held, imprenditore andato a fare affari in Ucraina), viene ritrovata da Tessa, nipote di una strega di paese, biologa precaria e ultima abitatrice di Stellaria, riserva naturale creata per un esperimento universitario ora in via di smantellamento e sul cui sfondo si staglia una selva di pale eoliche (simbolo di energia pulita, fragile alleanza tra bisogni umani e risorse ambientali, bosco rassicurante).

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