Archive for the ‘Le recensioni del bibliofilo’ Category

“Il colon irritabile”, di Hans Reiter

14 aprile 2017

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene d’essere un bibliofilo. Sostiene anche di essere, spesso, se non sempre, l’unico lettore dei libri che recensisce].

“E, a proposito, come va con il colon irritabile?”, “Malissimo. Ormai non parla più con nessuno”. Con questa battuta a suo tempo arguta, rivoluzionaria e sconvolgente (ci riferiamo, come tutti avranno inteso, alla Cantatrice calva dell’Eugène Ionesco, a suo tempo intrepido, al nostro tempo artista fin troppo incensatamente accademizzato, nonché vittima dei suoi stessi banalizzanti seguaci: tra il teatro dell’assurdo e le assurdità teatrali, ahimè, vi è qualche direi abissale differenza qualitativa), oggi polverosissimamente pedissequa, o pedissequissimamente polverosa – fate voi – prevedibilissimamente si conclude questo romanzo o non-romanzo o anti-romanzo o non-anti-romanzo o anti-non-romanzo che un ignoto autore (ebbene sì: chi si nasconda dietro l’evidente pseudonimo di Hans Reiter, che sarebbe come dire Renzo Tramaglino o Mattia Pascal o Michele Ardengo; con l’aggravante che chiamarsi Hans Reiter, in terra di lingua tedesca, è più o meno come chiamarsi Paolo Rossi qui da noi: tra fisici, calciatori ed enigmisti ce n’è millanta solo in Wikipedia – nemmeno il vostro ardito bibliofilo è riuscito finora a saperlo; ma, nel caso, tempestivissimamente aggiornerò) ha dato alle stampe presso le sciaguratissime edizioni Aleppi, ben note al mondo editoriale nonché ai lettori più avveduti (o meno avveduti, secondo l’approccio) per l’appassionato sostegno a qualunque visione del mondo mistico-complottistica, gnostico-paranoica, grillo-strafalcionica, magico-padrepiica (e non per nulla il loro bestseller risulta essere, a tutt’oggi, il temibilissimo Le zie chimiche di Tommaso Pandolfi).

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“Libro non scritto non letto mai aperto bellissimo”, di nessunautore

22 marzo 2017

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene d’essere un bibliofilo. Sostiene anche di essere, spesso, se non sempre, l’unico lettore dei libri che recensisce].

Ma quanti ne abbiam visti, signori miei, signore mie, dico voi che una certa età ce l’avete, che eravate giovani quando non esistevano ancora i ggiovani, tanti anni fa, negli anni Sessanta, negli anni Settanta, vi ricordate?, quanti ne abbiam visti, di libri, che facevano l’impossibile per essere nonlibri, e di spettacoli teatrali, che sgomitavano per essere nonteatro, e quanta musica abbiamo ascoltata, che riusciva perfettamente a essere nonmusica, per tacer della nonpittura, della nonscultura, della nondanza, ve le ricordate?, quelle cose alle quali pazientemente assistevamo, quei libri che ostinatamente leggevamo, quelle musiche che sonnolentamente ascoltavamo, quelle robe lì, quelle cose che si facevano in teatro che all’improvviso ti saltavano addosso, proprio addosso, e tu diventavi lo spettacolo e loro il pubblico, il pubblico, anzi no, loro per esempio ti processavano davanti al pubblico, ti facevano parlare male della mamma davanti al pubblico, ti facevano piangere di vergogna e di dispetto per la tua animaccia piccoloborghese irrefrenabilmente vivace dentro di te, nella tua mente, nella tua condizione socioculturale, nella tua carne, nelle tue viscere, nel tuo buco del culo, nel tuo cazzo e nella tua fica, ve li ricordate?, quei pensosissimi penosissimi pallosissimi libri che non ci si capiva né una Eva né un Adamo, e a leggerli non sapevamo se sentirci come il cattivo Caino o il poveraccio Abele, e discutevamo, fumosissimamente vinosamente discutevamo, che la birra non c’era ancora, non so quando sia stata creata la birra ma in quegli anni non c’era, c’era il vino rosso, cattivo, c’era il vino bianco, più cattivo, c’era la grappa, cattivissima, e c’era la nonarte, c’erano le nonperformance, c’erano i nongesti, ve li ricordate?, e si faceva tutto così convintamente, così politicamente, così privatamente, tanto il privato era politico, e il politico non era ancora stato privatizzato, e ci avevamo le barbe, noi maschi, ci avevate le gonnellone, voi ragazze, ed eravamo pieni del senso del dovere di liberarci dal senso del dovere, e dovevamo liberarci dalla letteratura, dovevamo, dovevamo liberarci dall’arte, dovevamo, dovevamo liberarci dalla bellezza, dovevamo, dovevamo liberarci dal piacere, dovevamo, vi ricordate?, quanto dovevamo, dovevamo, dovevamo – no, lo so, non vi ricordate. E chi si ricorda, preferisce non ricordare.

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“Tette fantastiche, e come trovarle”, di autore incerto

16 marzo 2017

di Ennio Bissolati

Hop-là, èccomi qua. La lunga latitanza del Mozzi ha costretto anche il soprascritto, che dalle volontà e dagli umori del Mozzi dipende, a stare muto e celato. Ma Zefiro torna, il bel tempo rimena, e i fiori e l’erbe si danno ormai il loro bel daffare; e come la gallina, tornata in sulla via, ripete il suo verso, ecco il vostro Bissolati pronto a invibrissirsi ed eventualmente a bissarsi, per il vostro spasso (si speri) e la vostra estenuazione (si tema). Hop-là, èccomi qua.

Il libro introvabile del giorno (lo vedete qui accanto) è parossisticamente un libro che insegna, o pretende di insegnare, a trovare: non libri, però, bensì morbidi caratteri sessuali secondari femminili della specie umana. Chi ne sia l’autore, non è noto.

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“Il deuteragonista”, di Leopardo Zimbelli

23 settembre 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

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Il caso vuole che proprio in questi giorni in cui il curatore di vibrisse (sempre sia ringraziato per l’ospitalità) si sbraccia (non me ne voglia: anche un po’ scompostamente) in pro’ del romanzo d’esordio di Edoardo Zambelli, L’antagonista, al vostro bibliofilo sia capitato di mettere le mani su un’opera che con il predetto romanzo sembra avere, al di là di qualche prossimità fonetica, alcune singolari somiglianze: Il deuteragonista, di Leopardo Zimbelli. Non che si voglia accusare questo o quello, lo Zambelli o lo Zimbelli, per carità, di scopiazzatura o furto: nulla impedisce a due distinti ingegni, come già sperimentò (a proprie spese) Pierre Menard, il noto autore del Don Chisciotte, di concepire universi narrativi assai simili se non addirittura – cosa statisticamente improbabile, ma non impossibile – assolutamente identici. Ma veniamo al dunque.

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“Il cadavere distratto”, di Gambardella

16 settembre 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

gambardella“Anzitutto gioverà dire, per l’intelligenza dei lettori, che il celebre Gambardella di cui si parla nel presente racconto, non ha niente a che fare con gli altri Gambardella più o meno celebri, e non sono pochi, che girano per il mondo. Questo è un celebre Gambardella noto a pochi intimi. Anzi, diciamola com’è, perché la sincerità è sempre la miglior cosa: si tratta d’un celebre Gambardella che nessuno conosce”. Esordiva così l’inarrivabile Achille Campanile nell’unico intervento – unico a nostra conoscenza: ma nel caso specifico il soprascritto, bibliofilicamente parlando, non teme smentite – che sia mai stato pubblicato in pro del Gambardella in questione: la cui celebrità rimase, e tuttora è, ristretta a un così minimo numero di intimi, che nemmeno l’editore Garzoni, pur impegnato nella ripubblicazione dell’opera completa, ne conosce il nome di battesimo.

Gambardella peraltro, alla fine della fiera, è Gambardella: e tutti gli altri Gambardella sono solo qualcosa di Gambardella: dall’amabilissimo Vincenzo Gambardella, autore di eleganti prose narrative (pubblicate da Marietti) all’onnipresente Cherubino Gambardella, architetto assai prolifico di scritture (per tacere del Joe Gambardella, reso noto dal cinema, che è peraltro e resta personaggio fittizio): tutti costoro, in virtù del nome di battesimo, sono solo delle possibili determinazioni del Gambardella: mentre il Gambardella in questione, del quale già questionò Campanile, essendo Gambardella e basta, è un Gambardella “alla massima espressione” (come avrebbe detto il Bernazza): è la quintessenza della Gambardellità.

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“Gli impotenti della letteratura”, di Autori Varii

14 settembre 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

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Absit iniuria verbis, ma quando il vostro bibliofilo si trovò per le mani il libriccino (formato tascabile, un’ottantina di pagine) la cui copertina decisamente optical e Anni Settanta potete contemplare qui accanto (e se lo trovò tra le mani senza averlo cercato, essendogli stato notturnamente deposto nella cassetta delle lettere, in plico anonimo, da mano altrettanto anonima, in una fresca notte d’inizio settembre), la prima cosa che gli venne in mente fu quel generere di barzellette che ci divertivano tanto quand’eravamo bambini, e non ci appaiono oggi che insulsamente razziste: ci sono un italiano, un tedesco, un inglese eccetera. Qui, quattro critici (il francesce Jean-Claude Pelletier, lo spagnolo Manuel Espinoza, l’italiano Piero Morini, l’inglese Elizabeth Norton) e uno scrittore (il tedesco Hans Reiter) si sono messi insieme e hanno unito le forze allo scopo di dare degna sepoltura a ciò cui devono, in effetti, qualunque risultato o successo abbiano ottenuto nella vita: i quattro critici campano infatti dello stipendio che fornisce loro la rispettiva università, lo scrittore campa dell’omaggio che la schiera critica, e i nostri quattro moschettieri in prima fila, gli rende: perché il pubblico (e non turbatevi, dunque, se il vostro primo pensiero è stato: “Hans Reiter! Chi era costui?”) effettivamente gli latita.

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“Archeologia del petare”, di Odorino Reggiasco, e “Il meteorismo nell’Ancien Régime”, di Enza L. Flatù

16 agosto 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

reggiascoSono apparsi a breve distanza di tempo, entrambi per i tipi della Casa editrice dottor Antonio Milani (C.E.D.A.M.) di Padova, due singolari (benché accoppiabili) volumi dovuti rispettivamente alla penna del fondatore della Società italiana di studi corporali (Sisc) – l’oggi ultranovantenne Odorino Reggiasco – e a quella della sua attuale presidente (così ella, nell’articolo Il genere che presiede, in “Quaderni placentali”, a. xxii, n. 3, 2012, ha dichiarato di voler essere consuetamente appellata, argomentatamente rifiutando gli orrori non solo linguistici presidentessa o, castiglianamente peggio, presidenta) Enza L. Flatù, allieva prediletta del precedente. Si tratta in realtà di due volumi culturalmente interconnessi, benché editorialmente assai diversi.

L’archeologia del petare. Saggio metodologico del Reggiasco non è altro che una raccolta ragionata, nonché accuratamente selezionata, delle ultime lezioni e degli estremi saggi del maestro (attualmente ridotto al silenzio da una devastante demenza senile), tutti già sparsamente e ormai introvabilmente pubblicati: dalla celebre conferenza Morte e meteorismo a Vipiteno (in “Acta tirolesiana”, a. xli, n. 1), all’euforizzante Esercizio di interpretazione dell'”Ars bene petandi in societate” (in “Collezione di saggi e studi rabelaisiani”, a. xxxix, n. 4); da L’odore di santità nell’olfattomanzia tardo medievale (in “La civiltà coprolalica”, a. xii, n. 2) alla definitiva sintesi di Scorregge e corregge: il governo del corpo e le punizioni corporali nel Piemonte dell’età cavourriana (pubblicato nel numero monografico Sculaccioni! della “Rivista italiana di studi sulla punizione”, a. xvi, n. 3). Il lettore non specialista si beerà della facilità e della felicità di scrittura del Reggiasco, ad onta della sterminata erudizione e della precisione cristallina del dettato.

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“Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare”, di Iginio Montile

4 agosto 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

calzavaraPresento anzitutto le mie scuse alle gentili lettrici e ai cortesi lettori di vibrisse: la bibliofilia, come ben sa lo Gnirro (per quanto, prudentemente, si astenga dallo scriverne), non è professione ma passione; e talvolta dalle passioni la professione, per motivi professionali ovvero economici e alimentari, indebitamente – ovvero per evitar di far debiti – distoglie. Comunque: èccomi qua, di bel nuovo tornato dal Brasile, ove mi recai in qualità di consulente di una società di formazione di formatori di operatori addetti alla messa in opera di zanzariere avvolgibili – potete facilmente immaginare, in questi tempi olimpiàdici, l’incremento della domanda e la frenesia dell’offerta. Dunque rientro, e mi ritrovo tra la posta – sollecitamente depositata dal postino presso il salone di estetica Bulli & Pupe, sotto casa – questo tomino (in senso voluminoso, non caseario) intitolato Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare, dovuto alla spregevole penna di Iginio Montile. Spregevole, dico: e so il fatto mio.

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“La mistificazione”, di Carlo Della Corte e Alcide Paolini

28 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

mistificazioneI lettori saranno tolleranti, così spero e mi auguro, se per una volta il loro umile bibliofilo si azzarderà a trattare di un’opera, non solo con poca fatica reperibile (benché da lungo tempo fuori commercio) ma addirittura – così mi si dice – esistente. D’altra parte, tràttasi di un’opera (e qui sappiamo di stuzzicare la curiosità del nostro sempre cortese ospite) che tratta sua volta di letteratura (se condizione d’esistenza per l’opera è la sua circolazione) sommamente inesistente: ovvero inedita. Riportiamo per intero – data la sua illustrativa pregnanza – il titolo dell’opera in questione, così come lo reca – in una ripresa o parodia dell’uso antico – la copertina: La mistificazione. Un saggio di Carlo Della Corte e Alcide Paolini su lettere, poesie, suppliche, brani di romanzi, racconti di tutti gli aspiranti scrittori. Una antologia del sottobosco letterario, uno sconcertante panorama dell’incultura. Pubblicato in Milano per i tipi di Sugar editore. L’anno è il 1961. E, a quel che ci risulta, codesto non corposissimo libro (duecento pagine, cinquanta di saggio iniziale che evidentemente si vuole socioantropologico e politico, e centocinquanta di raccolta documentaria, o antologia degli orrori) costituisce il primo e finora unico tentativo di rappresentare seriamente la “letteratura inedita in Italia”, ovvero la produzione letteraria e scritturale nazionale che non trova via di pubblicazione – ed è, vale la pena di ricordarlo, massicciamente preponderante su quella che invece l’editoria, buontà sua, manda alle stampe e alla distribuzione.

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“La livellatrice”, di Luigi Mercantini

25 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

mercantiniEssendo perenne la tentazione – e in filologia soprattutto – di confondere la causa con l’effetto, non starò qui a discutere se l’autore del romanzo La livellatrice (metto le mani avanti: trascurabilissimo romanzo; rilevante quasi solo come campione d’un genere) abbia trascelto uno pseudonimo su suggestione del titolo prescelto, o se dall’illustrità di un nome magari per meri motivi ereditari portato (o per patriottismo antenatale) sia sgorgata l’intuizione del titolo: come che sia, il titolo è quello e il nome (faccio eco: nomina nuda tenemus) è quello. Analogamente: che il nome della casa editrice – editrice di questo unico libro, stanti le mie ricerche – faccia riferimento alla dea dell’amore anticamente greca o, stante la grafia, (e il contenuto dell’opera, di cui poi diremo), a un’attricetta del porno particolarmente talentuosa nello squirting (e sia consentito al vostro bibliofilo di non mettere il link a Wikipedia, per stavolta: se proprio v’interessa, e non avete già pratica, fatevi le ricerche da voi) – è cosa d’imporanza minima. Again, faccio eco: il testo è là; e parla da solo; o borbotta, bofonchia, grugnisce almeno.

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“La nuda”, di Eva Bèn

17 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lanudaNell’autunno del 1957, quando ero ancora un giovane studente di ingegneria delle materie plastiche, finii una sera a bere in una sordida osteria, in compagnia di quattro o cinque colleghi di studi dalla leggendaria astinenza (dagli studi, non dall’alcol). Cominciammo alle ventidue circa. Alle quattro del mattino rimanevamo in piedi in due: io, che avevo bevuto solo tè, e il vecchio Boris, che aveva bevuto qualunque cosa in quantità smisurate. Boris non era tipo da confidenze; eppure quella sera, nell’osteria ormai trasformata in un rantolante dormitorio (l’oste stesso dormiva – e russava -, su una sedia a dondolo opportunamente posta davanti alla porta – vedi mai che la clientela se ne vada di soppiatto e senza pagare) all’improvviso mi disse: “Ennio, devo raccontarti una cosa”. “Dimmi”, gli dissi. “E’ un segreto”, disse il vecchio Boris. “Non dirmelo”, risposi. “No”, disse ancora il vecchio Boris, “a te te lo devo dire”. “E allora dimmi”, dissi, “e ti prometto che non dirò nulla a nessuno”. “Stavo per chiedertelo, infatti”, disse il vecchio Boris. “E allora su, forza”, dissi: e mi disposi ad ascoltare. “Ho conosciuto una donna che vive nuda”, cominciò Boris.

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“365 vite”, di Ibis Redibis

8 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

ibisredibisConsentite per una volta, al vostro pur consumato – e quasi usurato, oramai – bibliofilo, di dirlo: di libri strani come questi, se n’è visti pochi. Non è raro trovare, non dico nelle belle librerie ma puranco nelle più stolide bancarelle “3 x 5 euro”, libri dedicati all'(oramai usurato, questo sì) tema della reincarnazione; non è raro che cotali pubblicazioni, di livello mediamente infimissimo e ciarlataneschissimo, rechino nomi autoriali di fantasia caratterizzati però dall’assai scarsa fantasia (come questo, che rimanda – peraltro con pertinenza di ben ardua giustificazione – all’arcinoto e ovvio Ibis redibis non morieris in bello); già più raro è trovarsi tra le mani un’opera pubblicata da una casa editrice che arditissimamente e incomprensibilissimamente s’appelli Satyagnamannapurnompfthalassa (che significa, più o meno, teste l’editore stesso telefonicamente appellato dal Vostro: “La valanga oppone resistenza passiva, e purtuttavia rotola ballonzolando dalla più alta montagna al mare”); ma rarissimo, davvero rarissimo (e qui, lo giuro, interrompo la superlativesca serie) è trovarsi a leggere un’opera che rinunci totalmente alla seduzione del lettore, che espella aure mistiche e angiolotti, che non pretenda d’insegnare nulla, che consista infine e finalmente nella pura e semplice elencazione delle vite vissute, nell’instancabile migrare da morte a reincarnazione e da reincarnazione e morte, da colui o colei che narra.

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“Gli angoli più segreti sono i più sudici”, di Giammanco Pessogno

29 maggio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

bricolageMi perdonerà il venerabile Mozzi, che galantemente ospita le mie recensioni, se per una volta non parlerò di un libro effettivamente, se pure introvabilmente, pubblicato; ma di un libro che pubblicato ancora non è, e che di pubblicazione è in cerca; sebbene possa garantire, sulla base di un’inesausta esperienza, che qualora il libro sarà pubblicato, la sua introvabilità sarà quasi certa – e certissima quella degli eventualmente interessati a leggerlo. Sto parlando – e i lettori più arguti mi avranno già inteso, dato il gran chiacchiericcio che da gran tempo se ne fa in rete – di Gli angoli più segreti sono i più sudici, spettacolare libro d’esordio (sempre che l’esordio possa effettualmente avvenire) di Giammanco Pessogno, scrittore piemontese d’inequivocabili origini portoghesi (“Pessogno” è infatti la realizzazione fonetica langhina del celebre alle lettere cognome “Pessoa” – e una certa multiformità d’ingegno, a dire il vero, da questo a quello si direbbe non so se genealogicamente o misticamente trasferita: fermo restando l’ineluttabile abisso qualitativo), professionalmente gestore d’un campo da golf, culturalmente animatore d’un bar di provincia la cui insegna (“Un posto pulito, illuminato bene”) non si sa se ammicchi ad Hemingway o voglia garantire l’esecuzione dei protocolli Haccp: in sostanza un outisder della più bell’acqua, se da quelle parti – assai vinicole – l’acqua fosse considerata una bevanda potabile.

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“Storia universale delle tette”, di Pigi Calì e Mario Sauna

21 maggio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

anitaL’hanno fatto di nuovo. Pigi Calì e Mario Sauna, specialisti in specchietti per allodole, hanno allestito presso il museo veneziano di Ca’ Pezzòli (la cui serissima tradizione sarà irredimibilmente inquinata da questo corpo estraneo, la cui esistenza troverà ragione, temiamo ma anche speriamo, solo nell’inestirpabile esigenza di far quadrare i conti) la più sfacciata e sgangherata, e insieme scientificamente misera e improbabile, delle mostre tematiche. Una breve spiegazione per il lettore ingenuo o disinformato. Le mostre tematiche si fanno così: si sceglie un tema, possibilmente allettante o choccante; si radunano una quantità di operine e operacce qualsisia, non importa di quale bellezza o significatività storica; si paga lautamente un paio di accademici perché imbastiscano su un più o meno serio (ma, possibilmente, affabulante) apparato d’apparati; dopodiché si telefona agli amici della televisione e si oliano i registratori di cassa.

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“La cena editoriale”, di Anonimo

17 maggio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lacenaVi sono libri la cui copertina, graficamente parlando, proclama a tutta voce: lasciate ogni speranza; e di questi codesto La cena editoriale, rigorosamente di Anonimo (autore assai prolifico, si direbbe) è un ben degno campione. Se poi si pensa che l’opera vorrebbe essere divertente, e che in verità per essere tale mobilita (ma senza risultato) una quantità impressionante di risorse: allora davvero cascano le braccia. Eppure, a un bibliofilo sia pur dilettante – la mia primaria attività essendo, come noto, l’estrazione del caucciù dai giacimenti limnogomminiferi dell’Anatolia australe, ove opero per conto di qualificate multinazionali – non può che far gola qualunque testo che si rifaccia (e tanto esplicitamente, in questo caso) a quel mirabile libro-non-libro (ovvero: libro che ebbe forse più rifacitori che lettori: libro germinale, prolifico e polisenso) che va noto sotto il come di Coena Cypriani (un’edizione recente, recante per l’appunto non il testo originale – posto che un testo “originale” propriamente detto, per questo testo, vi sia – bensì ben due rifacimenti, è quella a cura di E. Rostai e F. M. Casaretto, presso le Edizioni dell’orso), non a caso rifatto in ultimo, nella cosiddetta “visione di Adso”, nientepopodimenoché da quell’uomo che fu tutto fuorché nostro contemporaneo, bensì altomedievale, che fu l’Umberto Eco da Alessandria.

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“Velocizzare l’efficientamento”, di Kevin Zancanaro

2 maggio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

poverelliIn questo ennesimo repertorio di parole nuove e deprecabili (e deprecabili non in quanto nuove, ma in quanto orrende e soprattutto – peccato gravissimo per una parola nuova – inutili) si spara (come peraltro di consueto) ad alzo zero, e con una potenza di fuoco eccezionale, sulla Croce Rossa. Perciò non starò a descrivervelo: il repertorio è esattamente ciò che il titolo vi fa immaginare. L’attenzione del vostro bibliofilo, abituato a consultare non solo il testo, ma anche il controfrontespizio, è stata attirata da altro. Il curatore dell’opera è Kevin Zancanaro, figlio del celebre Thomas Zancanaro (fondatore della scuola linguistica padovana); la tavola dei collaboratori, tutti meritoriamente giovani e presumibilmente bravissimi, reca i seguenti nomi: Boby Ballarin, Orson Boscolo, Elvis Caruso, Chantal Dal Col, Aisha D’Alessio, Keith Di Monaco, Nicky Ferrari, Marlin Lo Iacono, Samantha Paccagnella, Emerson Presutti, Lizzie Strazzabosco, Michael Segato, Suellen Soranzo, Ridge Tonon, Luana Torresan, Waldo Zancan.

Lungi da noi deprecare. Constatiamo, constatiamo: e sappiamo che la lingua, ad onta chi tenta di regolarla, fa ciò che vuole.

“Volevo fare lo scrittore (sul serio) ma i corsi di scrittura creativa mi hanno rovinato per sempre”, di Mario Cippa Lippa

21 aprile 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

cippaLa prima impressione, più che ovvia e naturale, è che alla domanda se in Italia i corsi i seminari le scuole gli stage i workshop i laboratori le botteghe di scrittura creativa abbiano o non abbiano “prodotto” nuovi narratori di un qualche rilievo, la risposta più caritatevole sarebbe: no, ma hanno prodotto un nuovo genere letterario, ovvero il “romanzo di deformazione” del frequentante di un corso un seminario una scuola uno stage un workshop un laboratorio una bottega di scrittura creativa. “Deformazione”, mi raccomando, e non “formazione”, perché con corale (e un po’ assordante) univocità tutti questi romanzi (dei quali quello di cui ci occupiamo, del Cippa Lippa, va considerato meramente come esemplare o sintomatico o punta d’iceberg: non come specialmente meritevole sul piano artistico) raccontano la medesima storia: c’è un gruppo di ardenti aspiranti pieni d’ambizione e di bruciante passione; c’è un Maestro con l’emme maiuscola e dal cognome enfatico tipo Stupazzoni o Pestalozzi o una Maestra con l’emme maiuscola e dal cognome doppio tipo Tocchetti Bocconi o Molarin D’Entière; e vi si producono situazioni di asservimento, di sfruttamento, di vampirizzazione, di cronicizzazione dell’invidia, di umiliazione financo erotico sessuale, di lotta biologica per la sopravvivenza, eccetera eccetera, nelle quali il Maestro o la Maestra risultano sistematicamente essere degli smokeseller più che degli storyteller, e gli allievi sono tutti dei pazzi furiosi invasati – tutti tranne quello, ovviamente, che costituisca proditoria proiezione dell’autore o autrice, suo o sua alter ego o quantomeno portavoce. E quanto sia divertente la lettura di ‘sta roba, ve lo potete immaginare senza che ve lo racconti nel dettaglio il vostro umile bibliofilo.

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Come funziona davvero la società letteraria italiana

1 aprile 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

Una volta tanto, signore e signori, il vostro bibliofilo verrà meno all’impegno preso a suo tempo di recensire unicamente pubblicazioni di reperibilità difficile, ardua, o perlomeno impossibile: e vi parlerà invece d’un libro messo al mondo da un grande editore (grande dimensionalmente; ex “grande editore”, secondo alcuni – e il caso in questione testimonierebbe -; ma questa è un’altra faccenda): Einaudi, nientepopodimeno; in una collana di grande prestigio, la “bianca” di poesia (la collana nella quale si pubblicano, per stare agli italiani viventi, le opere di Valerio Magrelli, Patrizia Cavalli, Cesare Viviani, Mariangela Gualtieri, Gianni D’Elia, Patrizia Valduga, Aldo Nove e altri). Il libro in questione è: Poesie erotiche e appassionate – di? Non è difficile indovinare, per chi frequenti regolarmente questo ai suoi bei dì autorevole bollettino vibrisse. Ebbene sì: di Mariella Prestante. Da pochi giorni in libreria.

Mariella_Prestante_Einaudi_Chi segua da qualche tempo (anche distrattamente, vista l’insistenza) le molteplici (e un po’ confuse e frenetiche, va detto) attività del curatore di vibrisse sa benissimo chi sia costei: è l’autrice, pretesamente femminista e antimaschilista (ma in realtà pervicacemente tanto antifemminile quanto antimaschile), di certi sonettuzzi scolastici, di certe canzoncine pretenziosucce, di certe cabalette seriosamente oscene, che da qualche tempo va pubblicando in Facebook; il tutto scritto in una lingua infarcita di riboboli e solecismi, irresponsabilmente mischiata d’aulico e di corporale, appoggiata su un citazionismo miserando e imparaticcio; con rivendicazioni però (e questo è il colmo) virtuosistiche: da cui i sonetti monorimi, le rime difficili se non assurde (un esempio per tutte: “puzzi: Tootsie”), la risuscitazione di forme che non hanno più alcuna ragion d’essere né storica né stilistica né poetica né meno archeologica come lo strambotto o la ballata o la sestina. Il Mozzi (che qui ci ospita; e gli dovremmo forse qualche non metrico rispetto; ma il vostro Bissolati, lo si sappia, da sempre fa suo il motto amicus Julius, magis amica veritas: e se questo articolo dovesse costargli il posto, e il diritto di quivi pubblicare, non se ne adonterà; se ne farà, semmai, motivo d’orgoglio) da tempo segue, o insegue, talvolta precede, spesso accompagna, tutto sommato trasporta e trasborda questa inane versificatrice nel suo pecorso, diciamo così (ma facciamo uno sforzo a dir così), poetico.

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“Come risolvere alla svelta tutti i problemi del mondo”, di Anonimo Chiunque

28 marzo 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

anonimoConosciamo questo genere di libri: gli sciocchezzai: un genere che conta esempi illustri e meno illustri, da Flaubert ai Fiori di banco di Ada Treré Ciani (un piccolo successone, a suo tempo), dal celebre Strangolata con un posacenere di Teresa Cremisi al mefitico Io speriamo che me la cavo di Marcello D’Orta. Ma questo Come risolvere alla svelta tutti i problemi del mondo è forse una cosa un po’ diversa. Intanto: “Anonimo Chiunque” non è semplicemente uno pseudonimo: è il nome (di battaglia) collettivo che si sono dati una sporca dozzina di giovani ricercatori (in senso effettivo, non contrattuale: si tratta di laureati triennali, laureati magistrali, dottorandi, dottorati, e perfino un paio di ricercatori in senso contrattuale) dell’Università di Accavallavacca; i quali hanno deciso, bontà loro, di spendere di lor vita il più bel fiore spulciando le discussioni d’argomento in senso lato politico-sociale che tutti possiamo (se vogliamo, eh!) leggere nei vari social media, e segnatamente nell’orribile Facebook.

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“Tutti gli insegnanti di scrittura creativa sono degli scrittori falliti”, di Alessandro Oldeni

25 marzo 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

OldeniE’ nota l’ammirazione del curatore di vibrisse, che Dio ce lo conservi, per un libricino qualche anno fa pubblicato, e più recentemente ripubblicato, dell’Ermanno Cavazzoni da Bologna; titolato: Gli scrittori inutili. Nella limpida casistica del Cavazzoni, l’illustre Mozzi si è riconosciuto – bontà sua – nella casella degli scrittori in disuso (e il Cavazzoni mai smentì): ed è forte di tanta spregiudicata autocoscienza che il vostro bibliofilo, umilmente, si azzarda a recensire questo torrido pamphlet, dovuto alla penna di un Anonimo (perché il nome, per tacer del cognome, nomina sia pur pudicamente fin troppo) che sicuramente l’intinse nel curaro; e confida che il padrone di casa non se la prenderà.

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