Archive for the ‘La dissoluzione familiare’ Category

La formazione dello scrittore, 24 / Enrico Macioci

10 novembre 2014

di Enrico Macioci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

La mia formazione di scrittore si divide in quattro fasi piuttosto nette.

La prima fase va dai sette ai quattordici anni ed è forse la più importante, quella che ha indirizzato e condizionato il seguito nel bene e nel male. Una mattina di febbraio del 1983 nevicava forte. Frequentavo la seconda elementare, la mia classe affacciava su un vicolo che la bufera imbiancò in un amen. La maestra propose di scrivere una poesia sulla neve. Noi alunni ci guardammo perplessi; cos’era una poesia? La maestra ci diede un’ora di tempo o forse due, non ricordo; ciò che ricordo è che allo scadere un solo bambino aveva prodotto una cosiddetta poesia, e quel bambino ero io. Una filastrocca che però conteneva un seme di ritmo e di suono, e qualche timida metafora. Tornai a casa e raccontai l’accaduto consegnando il manoscritto; mio padre, sorpreso e inorgoglito, mi comperò un drago di plastica verde e giallo che conservo ancora. Da lì in avanti, e fino ai tredici anni, scrissi altre trentaquattro poesie più un numero enorme di racconti e romanzi, la maggior parte dei quali non terminati, stipati in decine di quaderni a righe e a quadretti. Leggevo moltissimo e assorbivo lo stile e i contenuti degli autori per poi scimmiottarli; divorai Emilio Salgari, Jules Verne, Francis Hodgson Burnett, Mark Twain, Robert Luis Stevenson ed Edgar Allan Poe; mi sciroppai Pinocchio qualche decina di volte (Pinocchio è un capolavoro della letteratura mondiale, non dimenticatelo mai, specie la scena notturna in cui il gatto e la volpe, avvolti in neri pastrani, braccano il burattino all’uscita dall’osteria del Gambero Rosso); attraversai la fase dell’avventura, quella dell’orrore, quella umoristica e persino quella calcistica (il mio nume tutelare era Gianni Brera). A ben riflettere la produzione in prosa fu sin da allora incomparabilmente più abbondante della produzione in poesia, ma era quest’ultima a suscitare interesse e curiosità. In alcune delle mie poesie c’era in effetti qualcosa di singolare, di troppo precoce, una specie di tristezza matura, un anticipo sui tempi; vinsi dei premi (i premi di poesia per bambini andrebbero aboliti e sostituiti con gare di calci di rigore, o di corsa a ostacoli o di freccette); cominciai a sentire puzza di bruciato. Possedevo un dono bizzarro che si manifestava improvviso e al di fuori del mio controllo, una sorta di lampo o illuminazione indipendente dalla mia volontà, troppo remoto anche per poterlo associare all’istinto; d’un tratto mi sedevo e scrivevo, come sotto dettatura. Questo dono mi regalava attimi brevi ma intensi di felicità – meglio: di rapimento e pienezza, di totale sintonia col mistero chiamato mondo; però allo stesso tempo mi separava dal mondo, dal mondo e dagli amici. Non era vero naturalmente, ma quando mai ciò che è vero ha contato un soldo bucato nelle nostre vite? Conta solo ciò che crediamo, e io credevo con fermezza che la poesia (non il racconto o il romanzo, si badi bene, solo la poesia) scavasse un fossato fra me e i miei coetanei, mi rendesse “diverso” (una parola dubbia e ambigua, una parola limacciosa, una parola che è una palude). In realtà gli amici e le amiche si limitavano a manifestare equanimità, stupore o addirittura ammirazione quando s’imbattevano nei miei versi, ma il mio astio verso il “dono” divenne via via più inflessibile. Da un certo punto in avanti non volli che si parlasse delle mie poesie e ne proibii la circolazione; se qualche parente diffondeva la voce del poeta m’arrabbiavo; staccai dal muro un diploma di merito e lo nascosi sotto il letto, dietro le scatole delle scarpe, nel regno della polvere e dell’oblio; infine, sei giorni dopo aver compiuto quattordici anni, buttai giù l’ultima poesia da bambino e decisi che non avrei più scritto. Fu una risoluzione netta, fredda e consapevole, non certo un capriccio. Ci diedi un taglio con l’affilata lama della vergogna intinta nel veleno del senso di colpa. Non scrissi (e non lessi) più nulla per i successivi tredici anni.

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“La lettura per me è una fuga. La scrittura meno”.

11 febbraio 2013

Conversazione tra Luca Cristiano e Enrico Macioci.

[…]Macioci: Ti dirò che adesso mi viene in mente uno scrittore remoto da King, ovvero Von Hofmannsthal e la sua Lettera di Lord Chandos, altro testo in cui l’atto dello scrivere è sottoposto a critica acutissima. Hofmannsthal, che è poeta prodigiosamente precoce, a 26 anni sente che le parole, anche se usate benissimo come fa lui, equivalgono a funghi muffiti, non sono in grado di rendere neppure alla lontana la complessità del reale. E qui ci risiamo non solo con la questione del realismo ma anche con Wallace, che aveva la pretesa di scrivere TUTTO su TUTTO, e io sospetto che questa pretesa, evidente in Infinite Jest, l’abbia in un certo senso stroncato (non mi sto riferendo direttamente al suicidio, bensì a una postura esistenziale e scritturale). Poi, dopo la pubblicazione della Lettera, Hofmannsthal diventa scrittore di teatro e librettista di Strauss, con buoni risultati di critica e pubblico, ma molla la poesia, molla il suo autentico daimon. È uno di quelli che Vila-Matas definisce scrittori del No nel magnifico libro Bartleby e compagnia.[…]

Leggi tutta la conversazione in Il primo amore.

“La dissoluzione familiare” a Roma

18 ottobre 2012

Sabato 20 ottobre alle 18.30, a Roma presso Blutopia, Giorgio Vasta ed Emiliano Sbaraglia presentano il romanzo La dissoluzione familiare di Enrico Macioci. Sarà presente l’autore.

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“Una sontuosa cattedrale eretta in onore dello splatter”

27 settembre 2012

La relazione tra immagine, recensione e romanzo recensito è evidente.

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La dissoluzione familiare

12 settembre 2012

[…] Ci sono voluti due mesi perché iniziassi a leggerlo e altri due mesi per concluderlo. So che potrebbe essere una prospettiva non proprio allettante, ma La dissoluzione familiare non è un libro facile, non lo è per un generico lettore, non lo è, a maggior ragione, per un lettore aquilano. […]

Alessandro Chiappanuvoli recensisce in Nazione indiana il romanzo La dissoluzione familiare di Enrico Macioci. Leggi tutto l’articolo.

Molto altro in vibrisse su questo romanzo, qui.

Ma è un romanzo?

22 maggio 2012

di Eleonora Zucchi

Viene da chiedersi: La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana, 331 pp, 24,50 €) è un romanzo? La domanda sembra il titolo di un quadro di Magritte, visto che sulla copertina, sotto l’immagine di un libro apparentemente privo di parole ma consunto ai margini come se fosse stato letto, compare la scritta Romanzo, come a dissolvere un dubbio legittimo e prevedibile.
È proprio il concatenarsi continuo di ambiguità semantiche e metaletterarie che permette all’autore di giocare con il lettore proponendo innumerevoli “exercices de style”, narrazioni contenute in altre narrazioni che suggeriscono divertenti regressioni all’infinito, elenchi borgesiani in cui le categorie che tengono insieme gli elementi sono prive di qualsiasi criterio intellegibile e la cui lunghezza non può che suscitare una sincera risata, come a chiedersi: “Ma veramente la lista continua per due pagine?”. E tuttavia, da questo proliferare barocco di testo, quasi indipendente da qualsiasi principio di unità e utilità, deriva un’opera interessante, stimolante e divertente, che invita a non perdersi neanche un rigo di questa singolare scrittura fatta di un apparato fittissimo di note, disegni, poesie e spazi vuoti. Il testo si sviluppa come l’infiorescenza di un arbusto infestante, che si estende dove può, senza preoccuparsi di rispettare alcuna gerarchia testuale come quella che esiste fra narrazione e note, tra trama e digressioni, fra personaggi principali e secondari, fra l’oggetto di una descrizione e i suoi minimi particolari.

Continua a leggere in Doppiozero l’articolo di Eleonora Zucchi.

In vibrisse si possono leggere alcuni (i primi) capitoli de La dissoluzione familiare, nella redazione precedente l’editing: Nascita, Don Sisma e il vomito umano, Di cos’hai paura?, Il principe e l’incubatrice, L’intervista, I signori Tenebra, Sylvanus esorcizza il grande scandalo; e inoltre una riflessione dell’autore, Enrico Macioci, proprio sull’editing (vedi), con un estratto del testo (illustrato) definitivo.

La “favola” di Enrico Macioci

18 marzo 2012

di Alessandro Beretta

[Questo articolo è apparso oggi in La lettura, supplemento del Corriere della sera. gm]

La nascita del Principino Poppy Bank può essere una svolta per l’umanità nei territori traumatizzati dalla Grande Scossa. A provarlo, l’attrazione naturale che spinge tutti i personaggi del romanzo La dissoluzione familiare ad avvicinarsi al neonato nel terrificante Ospedale della Sacra Frattura, luogo dalla geografia incerta e dalla crudeltà tentacolare. Ci sono il padre Ham Bank, lo zio Sylvanus, la temibile Lady Tenebra, il metafisico Don Sisma e l’Onni, dittatore televisivo. Sono solo alcuni de tanti personaggi che Enrico Macioci coinvolge nel suo romanzo, favola grottesca e allegorica dietro cui pulsa il ricordo del terremoto in Abruzzo.
L’autore, nato nell’Aquila nel 1975, ha già trattato il tema realisticamente nella sua prima raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo, 2010) e qui vi torna, accompagnato nell’editing da Giulio Mozzi, con taglio surreale e simbolico. Una strada poeticamente inerpicata che affronta in una triplice battaglia: stilistica, tra periodare lungo, ripetizioni, elencazioni, allitterazioni; strutturale, tra capitoli di forme diverse e note che fanno “all’incirca mezzo libro”; e, infine, di temi. Ma argomenti come la società anestetizzata dai media, la famiglia da dissolvere e le false promesse di ricostruzione, faticano a coagulare. A picchi brillanti, si alternano momenti paludosi in cui l’originalità spinta della scrittura si affossa in eccessi di speculazione. Ne esce un libro frammentario, come frammentario è il piacere di leggerlo, ma coraggioso e fuori dal coro.

“La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci: una breve storia

25 febbraio 2012
La dissoluzione familiare. Guarda il primo capitolo

La dissoluzione familiare. Guarda il primo capitolo

[La dissoluzione familiare – in libreria da venerdì 2 marzo 2012 – è un romanzo al quale tengo molto. Ho chiesto a Enrico Macioci di raccontarne la storia editoriale. In vibrisse potete trovare la descrizione dei luoghi e personaggi notevoli del romanzo, nonché alcuni capitoli nello stato in cui erano nel dicembre 2010: primo (dove nasce Poppy Bank), secondo (dove compare il formidabile personaggio di Don Sisma), terzo (che introduce San G.), quarto (nel quale Ham Bank riflette sulla propria recente paternità), quinto (nel quale i coniugi Tenebra si comportano da pari loro), sesto (nel quale Sylvanus riflette sulla dissoluzione familiare). gm].

di Enrico Macioci

La dissoluzione familiare - Bozza della copertina

Copertina: bozza

Ho iniziato a scrivere La dissoluzione familiare il 9 settembre 2009 a Ortucchio, un piccolo paese situato nell’estremo lembo est della Marsica. Era un primo pomeriggio caldo; sulla piana del Fucino una coltre di nubi filtrava la luce, i pioppi parevano argento. Furono almeno tre i motivi che mi spinsero alla pazzia: 1) il 6 aprile uno spaventoso terremoto aveva distrutto la mia città, cosicché da diversi mesi vivevo con mia moglie in esilio; 2) in giugno avevo letto Infinite Jest, sentendo distintamente che la sua voce poteva aiutarmi a trovare una mia voce; 3) il 3 settembre era nato Leonardo, il mio primo e finora unico figlio. Se dovessi descrivere lo stato d’animo che provavo in quel periodo, dovrei paragonarlo a un’arancia ficcata in uno spremiagrumi inferocito. Io avevo bisogno di scrivere La dissoluzione familiare.
Terminai la prima stesura – cioè la “brutta copia” – il 22 giugno 2010. La scrissi fra Ortucchio, Avezzano (dove andammo in affitto per qualche mese), Castellanza (dove mi trovavo, ospite d’un amico, per prestare supplenza d’italiano e storia in un istituto tecnico superiore di Tradate) e L’Aquila (dove tornammo nella primavera 2010, all’incirca un anno dopo il sisma). La brutta copia misurava quasi un milione e mezzo di caratteri, ed era la cosa di gran lunga più estesa che avessi mai prodotto – pur mantenendosi ben lontana dal milione di parole di Infinite Jest.

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Il romanzo illeggibile

9 ottobre 2011

Di cosa parla Mirella Appiotti in questo articolo apparso sabato 8 ottobre 2011 in Tuttolibri (supplemento del quotidiano La Stampa)? Parla, ebbene sì, di quel romanzo del quale pubblicai qualche capitolo qui in vibrisse, mesi fa: presentandolo come un “romanzo illeggibile”. Anche se nel frattempo c’è stato un certo lavoro d’editing, provare per credere. (Inutile dire che ne consiglio a tutti la lettura, di codesto romanzo). (E complimenti all’editore che ha avuto il fegato di pubblicarlo). (E complimenti ulteriori a chi oserà leggerlo, e avrà quindi il piacere di scoprire un romanzo in realtà accessibilissimo, e per di più bello, profondo, istruttivo, e per soprammercato spassosissimo). (E: abbiate pazienza, sarà in libreria tra qualche mese). gm

La dissoluzione familiare / Sylvanus esorcizza il grande scandalo

11 gennaio 2011

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

Sylvanus non sentì di tradire il proprio nome né la propria ultraventennale vocazione silvestre quando s’incamminò in direzione della Città.
Un piccione

Sylvanus, come S. Francesco d’Assisi, gode d’un canale preferenziale con gli animali. Comunica con uccelli, mammiferi e persino rettili. Spesso lo hanno veduto conversare amabilmente con serpenti o lucertole o gechi, e finanche con un caimano affamato e di pessimo umore con le fauci ancora sanguinanti e i brandelli dell’ultima vittima a pendergli a brani bordeaux fra un dente e l’altro. Pur vivendo da due decenni nei boschi più selvaggi, nessun lupo e nessun orso ha mai fatto alcun male a Sylvanus. Non riesce invece a intendersi bene con gli insetti ragion per cui, colto da improvvise crisi di rabbia, ne fa strage spiaccicandoli fra le ampie palme. Dopo ognuna di queste stragi Sylvanus cade in depressioni così fonde che riesce a espiare solo tramite massacranti scioperi della fame e della sete, i quali hanno finito di forgiargli un fisico già straordinariamente forte. Egli riceve le comunicazioni più importanti da un grosso piccione bianco con gli occhiali senza lenti in montatura d’acciaio e il becco dipinto di rosso, chiamato Concorde. Nessuno sa chi distribuisca i messaggi a Concorde, né Concorde si è mai degnato di fornire delucidazioni al riguardo. Stavolta sul bigliettino legato al collo di Concorde con un elegante fiocchetto beige c’era scritto: E’ NATO STOP. E’ SANO STOP. SI CHIAMA POPPY STOP. VIENI? STOP. NON VIENI? STOP. FAI COME CAZZO TI PARE STOP. ANXIETY STOP.

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La dissoluzione familiare / I signori Tenebra

10 gennaio 2011

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

Lord e Lady Tenebra escono dal garage della loro villa a bordo del Suv MegaMaster 6000 di cilindrata

Si tratta d’un modello unico, progettato e costruito appositamente per Lord Tenebra, grande appassionato di motori. E’ un gigantesco Suv nero a sette porte con parabrezza, lunotto e finestrini antiproiettile e antimitragliatrice e antimissile, ruote con carroarmato capace di frantumare chiodi e pietre le più acuminate, e fari in grado d’illuminare (con l’opzione abbaglianti) a dieci chilometri di distanza e persino attraverso le montagne sia calcaree che renose. Dispone inoltre d’anti-nebbia perforanti, che smuovono masse d’aria spazzando via la bruma e al contempo gettando un abbacinante raggio bianco. Lord Tenebra coltiva la discutibile abitudine di tenere gli abbaglianti e gli anti-nebbia sempre in funzione, cosicché provoca disastrosi incidenti accecando gli automobilisti sopraggiungenti dalla direzione opposta (le retine dei malcapitati vengono bruciate all’istante, per cui il verbo “accecare” è usato qui nella sua accezione letterale). Gli automobilisti che non sono morti nell’impatto con un muro o un albero sono quindi rimasti privi della vista. Lord Tenebra non è stato mai incriminato perché è una sorta d’oscuro boss simil-mafioso e para-governativo, a capo d’una cosca denominata Col Suv Sul Cranio Dello Zingaro, il cui acronimo risulta essere CSSC; i vocaboli “Dello” e “Zingaro” sono stati esclusi dall’acronimo (compaiono solamente sul verbale di registrazione dell’associazione) in nome d’una dicitura più geometrica quale quella formata da una C, due S consecutive e un’altra C. La decisione è stata di Lord Tenebra medesimo. Del CSSC fanno parte all’incirca un centinaio di membri, ognuno dei quali colluso a propria volta con associazioni a delinquere mafiose, camorriste o para-governative (il che è sostanzialmente lo stesso). I CSSC sono gemellati coi Fratturatori dell’OSF, e non s’esclude che alcuni membri siano stati e continuino a essere travasati temporaneamente da un gruppo all’altro, magari previo cambio d’identità.

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La dissoluzione familiare. L’intervista

24 dicembre 2010

Clicca sull’immagine per ascoltare l’intervista.

La dissoluzione familiare. Il principe e l’incubatrice

23 dicembre 2010

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

E’ mio figlio” pensa Ham Bank osservando Poppy Bank che lo osserva a propria volta da dentro l’incubatrice trasparente, coi piccoli fori per l’aria sul soffitto e una copertina verde scuro sul fondo. “Ancora una volta sono costretto a misurarmi con l’innegabile componente biologica dell’essere umano, della razza umana cui mio malgrado appartengo” cogita Ham, gli occhi grigi negli occhi grigi del figlio, il figlio che gli somiglia incredibilmente. Fissando l’esserino che lo fissa prono nell’incubatrice, tranquillo, serio, la bocca socchiusa, le pupille all’erta, le mani strette a pugno senza forza o rabbia, senza alcun sentimento che non sia, per adesso, la sorpresa e – in fondo – la gratitudine di esserci, di esistere, di sbarcare in questa valle di lacrime non sapendo ancora trattarsi d’una valle di lacrime;

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La dissoluzione familiare. Di cos’hai paura?

22 dicembre 2010

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

San G.

San G. è un santo non canonizzato dalla Chiesa cattolica, che anzi ne osteggia più o meno apertamente le molteplici e multiformi attività, non potendo però occultarne lo straordinario carisma e le doti apparentemente inspiegabili. Egli medesimo si definisce un “santo laico”, oppure un “laico santo”, a seconda dell’umore che è assai variabile e dal buono tende all’ottimo al magnifico all’estatico. Non si sa se il nome San G. sia stato scelto da lui o da qualcun altro, né mai si saprà. Non si sa, né mai si saprà, di dove San G. provenga e quando sia nato e da chi. I suoi sempre più numerosi adepti lo chiamano San G. senza domandare altro. Tutti gli danno del tu, ma chi vuole può dargli del lei (anche se nessuno vuole). Gli adepti di San G. sono accomunati da alcune caratteristiche quali un certo grado di intelligenza, sensibilità, apertura mentale, mancanza di pregiudizi, generosità, solidarietà, spiccato senso artistico e del bello. Si potrebbe dire, semplificando alquanto, che essi rappresentano l’esatto opposto dei Fratturatori dell’OSF. Non è San G. a selezionare gli adepti (che lui non definisce mai adepti, anzi che lui preferisce non definire affatto), poiché San G. ritiene che verranno a lui solamente coloro che a lui vorranno venire. San G. non respinge nessuno a priori, ma sa già fin da subito chi resterà con lui e chi andrà via. Anche se s’imbatte in qualcuno di cui è convinto (sempre a ragione) che andrà via, San G. si guarda bene dal cacciarlo o anche soltanto dallo scoraggiarlo seppur lontanamente: lascia che sia l’interessato a nutrire nei confronti di San G. una tale nausea e un tale disprezzo o rabbia o addirittura furia cieca da spiccare la fuga di propria esclusiva volontà (ma attenzione: San G. non si comporta male apposta per indisporre l’interessato, è semplicemente se stesso e, come aveva previsto, l’essere se stesso basta e avanza per trasformare l’interessato in un ex-interessato). Gli adepti di San G., il cui numero va aumentando d’anno in anno in ogni piega più riposta del Paese, si riuniscono nel cosiddetto Intreccio Cultural-Psico-Animico Con Interazione Delle Principali Religioni Della Terra il cui acronimo è ICPACIDPRDT, un vocabolo abbastanza difficile da pronunciare perché ci si rivolga all’attività suddetta semplicemente indicandola con la parola Intreccio (il cui logo consiste in un groviglio di mani diverse, alcune nere, altre gialle, altre munite a quanto pare di tre dita o di unghioli a mo’ di lince, a rappresentare l’accoglienza nei confronti della diversità anche le più abissali di cui l’Intreccio si rende capace). San G. propugna un’integrazione fra cristianesimo, ebraismo, induismo, islamismo, buddhismo, taoismo, jainismo, scintoismo, confucianesimo, zoroastrismo, bahaismo, gnosticismo, ermetismo, mazdeismo, manicheismo, mitraismo, geovismo, essoterismo, ayyavali, bahà’ì, caodaismo, celtismo, neopaganesimo, odinismo, rastafarianesimo, scientology, sciamanesimo, shintoismo, sikhismo, wicca, senza disdegnare il contributo di dottrine quali la teosofia e l’antroposofia e la psicologia eccetera, nell’afflato d’una fede comune e condivisa ecumenicamente e mescolata alla scienza e alla cultura intellettuale. San G. tiene gl’incontri dell’Intreccio galleggiando a mezz’aria con le gambe incrociate sotto il corpo e le braccia conserte, il profilo d’avvoltoio e gli occhi azzurrissimi che avvampano da dietro occhiali di corno privi di lenti, una pace superiore che emana dalla figura magra e un po’ curva. Sia i suoi estimatori che i suoi acerrimi nemici hanno tentato di risalire al significato della lettera G. che lo contraddistingue; ecco alcune delle ipotesi più credibili:
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La dissoluzione familiare. Don Sisma e il vomito umano

21 dicembre 2010

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

Don Sisma

Don Sisma, noto anche semplicemente come il Don, prima della Grande Scossa aveva senza dubbio posseduto un altro nome; ma questo particolare, come tutti quelli che lo riguardano, è andato perso nel momento in cui Don Sisma ha voluto che andasse perso. Egli è titolare dalla notte dei tempi d’una parrocchia di periferia della Città da ben prima che esistesse la Città (che già di suo è una città molto antica), parrocchia tanto insignificante esteticamente e irrilevante politicamente quanto tenuta in alta e larga considerazione da un ampio bacino di fedeli. Del Don non si conoscono né luogo né data di nascita né parentele; sembra essere sorto d’incanto da qualche luogo ultraterreno – e probabilmente è così. Vive nella più assoluta severità di costumi, privo di televisione, radio e giornali, e tuttavia conosce ogni cosa che è accaduta e che accade e che accadrà nel mondo, e come faccia è un autentico mistero. La notte non dorme, ma sosta diritto immobile al centro d’una stanza piena di crocifissi e figure sacre appesi alle pareti decrepite ascoltando a ripetizione musica sacra, in special modo Bach. Non si sa se si nutra, e di cosa (ma le dimensioni della sua pancia, all’ombra della quale d’estate si stendono piccoli branchi di cani randagi e grossi branchi di gatti altrettanto randagi, fanno ragionevolmente ritenere che di qualcosa egli si nutra).

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La dissoluzione familiare. Nascita

18 dicembre 2010

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

Nell’Anno

Nel porre in calce all’opera che segue un apparato di note s’è voluto risultare il più opportuni e discreti possibile; ciò per non invadere il legittimo campo della narrazione e per non infastidire il lettore con aggiunte, glosse o particolari di cui, francamente, non si sentiva affatto il bisogno. Troverete dunque, voi che v’avventurerete nel periglioso mare de LA DISSOLUZIONE FAMILIARE, qualche noticina sparsa qui e là a mo’ di tenue segnaletica, d’indice puntato verso il giusto orizzonte della fabula, d’incanalamento a favore d’una più completa e soddisfacente e totale comprensione della vicenda in ogni sua seppur minima e infinitesimale e finanche inutile sfumatura; e nulla più. Tutto qua. Non intendiamo tediarvi oltre con premesse o peggio ancora promesse, ché sarebbe un po’ come, che so, affermare che l’apparato critico dantesco sia più importante dei versi del Sommo Poeta oppure come, che so, affermare che un bel vestito (posto poi che questo vestito fatto di note che trovate qui di seguito possa definirsi bello) sia più importante del corpo femminile (o maschile se vi garba) che lo riempie oppure come, che so, affermare che un uomo che sta pugnalando selvaggiamente e ripetutamente alla carotide un altro uomo e mentre lo pugnala selvaggiamente e ripetutamente alla carotide sempre più sfasciata e scrosciante sangue e grigiume vario dichiara (all’uomo con la carotide scrosciante e sanguinante e sgrigiante) un amore e un affetto eterni e incondizionati e francescani e cristiani e insomma un’empatia che tracimi nella fratellanza, sarebbe come affermare che un tal uomo nell’ambito d’una tale azione risulti innocente perché le sue parole sono più importanti del suo gesto selvatico e iniettato di violenza belluina; e insomma non intendiamo dilungarci oltre su un argomento – quale quello concernente l’importanza rispettiva di note e testo nell’ambito dell’opera che avete fra le mani – cui già ci pare d’aver dedicato troppo spazio; senza tener conto poi che l’intero spazio dedicato a un argomento non esiziale come quello appena accennato sopra ruba un equivalente – quest’ultimo esiziale però – del vostro spazio, dello spazio prezioso che voi preclari lettori avete deciso di consacrare, nonostante lo stress e gli esaurimenti nervosi e le ossessioni e gli attacchi di panico e le depressioni e i tic e le manie e gl’impegni quotidiani quali il lavoro, la famiglia, i figli, il traffico, i colleghi odiosi, le riunioni di condominio da manicomio, la lotta strenua per procacciarsi un po’ di vacanze senza svuotare completamente il portafogli, e poi ancora il pagamento delle tasse e la mancanza di tempo libero e il cuore che sfarfalla e la prostata che non funziona e l’orina d’un verde preoccupante e il diabete che sale e la pressione alta (o bassa) e le influenze (quando non pandemie) letali e straveloci e i raffreddori singolarmente aggressivi e para-tropicali e poi specie nel periodo invernale quelle polmoniti fulminanti che ti strappano letteralmente via il respiro e ti scagliano in un letto d’ospedale a cercare di tirar fuori aria dai polmoni con le pinze, la questione delle note e del testo ruba un equivalente – dicevamo – dello spazio prezioso che voi preclari lettori avete deciso di consacrare a LA DISSOLUZIONE FAMILIARE nonostante gl’innumerevoli inconvenienti appena e di sfuggita sopra citati e molti, molti altri non sopra citati allo scopo precipuo di non rubarvi per l’appunto lo spazio prezioso che non intendiamo rubarvi.

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Personaggi, ambientazioni, tempi

17 dicembre 2010

[Il romanzo al quale accennavo ieri s’intitola La dissoluzione familiare. Da qui a Natale (e forse anche un po’ oltre) ne pubblicherò ogni giorno un capitolo. Sono capitoli brevi. Poiché il testo è composto in buona parte (più di un quarto, così a occhio) di note in calce; e poiché leggere le note in calce in un post è scomodissimo, ho deciso che inserirò le note – in corpo più piccolo – direttamente nel testo. Ogni giorno sarà comunque possibile prelevare il capitolo intero, normalmente impaginato, in un elegante Pdf.
“Mozzi, ma: e il nome dell’autore?”.
Per quello, dovete aspettare domani. Intanto accontentàtevi dell’elenco dei personaggi principali, redatto personalmente dall’autore; corredato altresì da un elenco dei meno secondari tra i personaggi secondari; da qualche nota d’ambiente; e da giusto giusto due righe sui tempi. gm]

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Un romanzo in arrivo

16 dicembre 2010

Max Ernst, Ocell de foc

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