Archive for the ‘Il famoso romanzo’ Category

Aranciata amara

30 ottobre 2012

di giuliomozzi

[Questo episodio fa parte del romanzo in corso d’opera Discorso attorno a un sentimento nascente, del quale si possono leggere altri episodi qui. gm]

Entrai dunque in casa dei miei. Volevo restituire il Dorian Gray, vedere come stavano, magari mangiare un boccone con loro, e poi andarmene. In cucina c’era la luce accesa. Entrai in cucina. Mio padre era seduto per terra davanti alla credenza. Accanto a lui una sedia rovesciata. Il tavolo spostato. Un paio di mele, il barattolo del caffè, un piatto rotto, due bottiglie di aranciata per terra. Mio padre, in pigiama e vestaglia, stava seduto in terra, le gambe distese, le mani appoggiate a terra dietro la schiena. Faceva dei respiri a fondo. Mi avvicinai. Non sembrava in affanno. Gli guardai le gambe. Erano dritte. I piedi all’insù, come devono essere. Mi abbassai sui talloni.
«Tutto bene?».
«Sì».
«Vuoi che ti aiuti ad alzarti?».
«Un momento».
Mi guardai attorno. Raccolsi le cose per terra. Presi le bottiglie di aranciata amara. Raddrizzai la sedia.
«Hai cercato di prendere l’aranciata dalla credenza, giusto?».
«Sì».
«Ma poi cos’è successo?».
«Mi è venuto un giramento di testa». (more…)

La signorina sta benone!

27 ottobre 2012

di giuliomozzi

[Questo episodio fa parte del romanzo in corso d’opera Discorso attorno a un sentimento nascente, del quale si possono leggere altri episodi qui. gm]

Il 2 agosto del 2004, alle dieci di sera, ero a casa. Suonò il campanello. Andai ad aprire. Era Bianca. Rimasi di stucco. Lei guardava in terra. Alzò la testa. Mi diede un’occhiata.
«Allora? Vuoi farmi restare qua?».
Non sapevo cosa fare. La feci entrare. La guidai nello studio, a pianoterra. Il divano era ingombro di libri e carte. Ne liberai mezzo.
«Ecco».
Lei sedette. Presi la sedia della scrivania. Mi sedetti difronte a lei. Bianca appoggiò il gomito destro su un ginocchio, il mento sulla mano. Guardava fisso in un angolo. Poi mi guardò.
«Allora? Come va?».
Aveva un tono di voce esagerato.
«Bene, grazie. E tu?».
«Eh! E tu? E tu? Bene, grazie! E tu?».
«Bianca, perché sei qui?».
Lei tornò a mettersi con il gomito sul ginocchio, il mento nella mano, lo sguardo nell’angolo. Poi, di nuovo esaltata, agitando le mani in aria:
«Va tutto bene! Va tutto bene, senz’altro!».
Mi accorsi che le mancava l’ultima falange dell’anulare della mano sinistra.
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Booktrailer per un romanzo che non c’è

12 novembre 2011

Il booktrailer è qui. Il booktrailer speciale del personaggio che si chiama Bianca è qui. Qualche pezzo del romanzo si può leggere qui.

Chicago Review

27 giugno 2011

Chicago Review

Index. gm. Vedi

Discorso attorno a un sentimento nascente

18 settembre 2009

discorsointorno

[Le pagine che seguono fanno parte del romanzo in corso d’opera, intitolato Discorso attorno a un sentimento nascente, ispirato in parte a un quadro – lo vedete qui sopra – del pittore Claudio Laudani]

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Adorazione Cadorna

29 giugno 2009

di giuliomozzi

[Questo testo è la seconda parte di un pezzo che uscì, un paio d’anni fa, in Nuovi argomenti. Sto cercando il modo di farlo entrare nel famoso romanzo]

Avrei voluto assistere alla morte del generale Luigi Cadorna. Questo è un desiderio che ho sempre tenuto nascosto – anche perché è un desiderio impossibile, e io tendo ad astenermi dai desideri impossibili – e del quale parlo qui per la prima volta. Quando avevo quattordici anni, qualche mese dopo la morte del mio nonno materno – che era stato arruolato come Alpino, aveva combattuto sulla Bainsizza, si era preso una pallottola in un polmone il 25 ottobre del 1917, ed era stato trasportato in barella dai suoi compagni, senza alcuna possibilità di cura, dalla Bainsizza a Noventa Padovana, dove finalmente fu curato, in mezzo al caos della ritirata seguita allo sfondamento improvviso del fronte, da parte degli austroungarici, a Tolmino e Caporetto – sviluppai un intenso interesse per la storia della Grande Guerra. Per quasi sette anni, finché non cominciai il servizio civile – in un orfanatrofio -, la storia della Grande Guerra, e in particolare della «disfatta di Caporetto», come la chiamavano i libri che leggevo, fu l’unica cosa della quale mi interessassi veramente. In quei sette anni misi insieme una notevole collezione di libri e documenti; scrissi un saggio su un aspetto dimenticato della «disfatta di Caporetto» (il lavoro di spionaggio compiuto da numerosi soldati ed ufficiali italiani che, presi dentro la manovra di aggiramento degli austroungarici, anziché combattere o arrendersi preferirono darsi alla macchia e successivamente – con l’aiuto della popolazione e grazie allo stato di prostrazione nel quale, passata l’euforia della vittoria, e a causa della lunghezza della guerra e della durezza della fame, giacevano molti soldati e ufficiali austroungarici – ingegnarsi per far arrivare oltre le linee, ai comandi italiani, informazioni sullo stato delle retrovie imperiali, sui movimenti di truppe, sulla qualità dei rifornimenti) con il quale vinsi un premio internazionale; aiutai un giovane generale con la passione per la storia, marito di una collega di mia madre, a catalogare il materiale documentario di un importante archivio militare conservato nella mia città; e, cosa che mi divertii molto a fare, ma della quale mi vergognai un po’, scrissi anche un paio di tesi di laurea.

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Lei fa parte del problema

27 giugno 2009

di giuliomozzi

[Ieri a Trieste, nell’ambito di Residenze estive, ho letto qualche pagina dal romanzo in corso d’opera Discorso attorno a un sentimento nascente. Altre pagine – le prime – di questo romanzo sono pubblicate in vibrisse con il titolo Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi].

Mia figlia oggi ha diciassette anni. Mia figlia, io, l’ho vista per la prima e unica volta quando aveva sei anni. La madre di mia figlia mi disse, diciotto anni fa:
«Sono incinta».
E poi mi disse: «Non farti più vedere».

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Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi

24 dicembre 2008

di giuliomozzi

[In relazione all’articolo di Demetrio Paolin Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore, a sua volta riferito all’articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana Siamo i Fangio della cultura che non paga, che a sua volta si riferiva a un articolo sulla proposta di Sciopero dell’autore – pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni. Il titolo del romanzo è: Discorso attorno a un sentimento nascente. Il capitolo non ha titolo. Ovviamente il testo va letto per quello che è: un brano di romanzo, nel quale parla un personaggio la cui biografia e le cui opinioni sono frutto di pura invenzione. gm]

[Questo testo è stato ripreso in Nazione indiana, qui e in Pazzoide, qui.]

Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi. Ne ho un bisogno disperato. Io non sono mai stato attaccato ai soldi. E’ per questo, forse, che non ne ho. Non sono mai stato capace di mettere i soldi in cima ai miei pensieri. Non credo di avere mai buttati via i miei soldi. Ho sempre pensato che se avessi sempre lavorato, avrei avuti sempre i soldi. Ho sempre risparmiato. Sono stato educato al rigore. Ho accettata l’educazione al rigore che mi è stata impartita. Ho sempre pagate le tasse. Ho sempre pagati i contributi volontari. Mi sono fatto un’assicurazione sulla vita. Ho regolarmente comperati i Buoni di Risparmio Postale. Non sono mai vissuto alla giornata. Mi sono sempre sentito tranquillo. Lavoravo, guadagnavo, pagavo le tasse i contributi l’assicurazione, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. A volte andava meglio, a volte andava peggio. Ci sono stati degli anni nei quali ho guadagnato molto e degli anni nei quali ho guadagnato poco. Non sono mai stato veramente in difficoltà. Quello che ho risparmiato è sempre bastato a tenermi al sicuro. Non mi era mai successo di dare fondo a tutti i miei risparmi. I risparmi stavano lì. Lavorare mi piace. Nella vita non so fare altro che lavorare. Non sono mai stato avido. Il lavoro mi interessa più del guadagno. Gli amici mi hanno sempre detto che certe volte mi faccio pagare troppo poco. Lo ammetto. A volte mi piace lavorare gratis. Quello che mi dà soddisfazione è il lavoro. Non il guadagno. Il guadagno non è mai stato in cima ai miei pensieri. Lavoravo, avevo lavoro, venivo pagato, risparmiavo, pagavo le tasse, pagavo i contributi, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. Provvedevo alle mie necessità. Il lavoro non mancava, il lavoro veniva pagato regolarmente, quanto guadagnavo bastava a provvedere alle mie necessità, perché avrei dovuto preoccuparmi? Mi è sempre mancata la voglia di concentrarmi sul guadagno. Se qualcuno tardava a pagarmi, aspettavo. Magari sollecitavo. Non mi sono mai preoccupato. I soldi arrivavano, prima o poi. Dentro dei tempi accettabili. La situazione era comunque sempre gestibile. Non mi era mai successo di dover liquidare i Buoni di Risparmio Postale. Invece adesso non è più così. Tutto l’anno scorso ho lavorato. Da alcuni, che mi avevano affidati dei lavori importanti, non sono stato pagato. Ho sollecitato. Ho aspettato un anno. Ho sollecitato di nuovo. Ho aspettato ancora qualche mese. Non sono stato pagato. Nel frattempo ho dovuto fare delle spese di una certa importanza. Non mi sono più sentito al sicuro. L’altro giorno ho telefonato a uno di questi soggetti. Intendo soggetti per dire persone, società, aziende, enti pubblici, università, associazioni. Non ne faccio il nome per timore di ritorsioni. Ho telefonato e ho detto:

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