Archivio dell'autore

Giacomo Verri, “Racconti partigiani”

23 aprile 2015

di Demetrio Paolin

Il racconto proemiale dell’ultima fatica di Giacomo Verri (Racconti partigiani, Edizioni Biblioteca dell’immagine) ha per titolo “Festa per la liberazione”: una sorta di monologo in cui un partigiano si rivolge alla propria nipote nel momento in cui sente la proprie forze venir meno (“forse i pensieri che io credo dettati dalla ragione sono solo i capricci di un corpo e di una mente, come i miei, che vanno alla malora”) e passa il testimone della sua esistenza di lotta (lo dovrai dire tu, […], ma ai tuoi bimbi). Questo esemplifica, anche, il nucleo estetico e etico dell’opera di Verri: una riflessione inesausta sui temi legati alla guerra partigiana e alla sua rappresentazione. Già nell’opera prima, Partigiano inverno (Nutrimenti), l’autore aveva messo in scena una riscrittura efficace di quel periodo e già allora mi aveva colpito il suo tentativo di scrivere quella storia come se ne fosse stato protagonista. Racconti partigiani riprende in questo senso il discorso che il testo d’esordio aveva iniziato e lo porta a una più matura conclusione.

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Il cardine della salvezza

30 marzo 2015

di Demetrio Paolin

Nel mio paese tutti bestemmiavano allo stesso modo, tutti i maschi dico. Il vecchio che andava alla vigna, l’operaio alla catena di montaggio, il verduriere che metteva la frutta nelle ceste o il macellaio quando portava la bestia a morte. Che ci fosse il sole lungo i prati del paese o cadesse una pioggia fastidiosa ciò non cambiava si bestemmiava dicendo le stesse due parole; anche i nonni bestemmiavano e i bimbi che stavano con loro imparavano subito dopo mamma, papà, acqua le due parole come una litania. Mio padre bestemmiava, quando lavorava o quando doveva fare una commissione senza voglia, lui s’alzava e a ogni passo puntuali le due parole.

Io ho bestemmiato a 9 anni la prima volta e quando l’ho fatto mia madre mi ha dato uno schiaffo.

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Carmen Pellegrino, “Cade la terra”. Appunti di lettura

5 marzo 2015

di Demetrio Paolin

Carmen Pellegrino in Cade la terra (Giunti) scrive un romanzo in cui la protagonista ultima è la salvezza tramite la parola: si scrive per salvare le persone che spariscono, ingoiate dalla notte, dalla morte; si scrive per fare in modo che neppure i paesi, i luoghi in cui si è vissuto scompaiano.

Con un’abile mossa pubblicitaria, qualcuno ha rubricato la Pellegrino e la sua opera cartografica sotto l’etichetta di “abbandonologa”. A me pare che questa sia ovviamente una buona trovata per mettere la fascetta sul libro, per creare una sorta di interesse virale sul libro, ma che finisca lì.  Il percorso della Pellegrino è molto più complesso: il vero epigono di Cade la terra è da ricercare, io credo, nell’operato di Franco Arminio, soprattutto per quanto riguarda quell’ibridazione di sguardo tra il narrativo e l’antropologico  nel narrare le zone più “povere” d’Italia. In Arminio, però, la riflessione sul paesaggio ha assunto, con il passare dei libri, una natura più prettamente politica,  un atteggiamento che nella Pellegrino invece è assente; nella sua opera assistiamo a quieta osservazione del luogo: c’è un leggero fatalismo, una malinconia, un lutto trattenuto, che trovano la loro ragione d’essere nella parola.

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Maurizio Torchio, “Cattivi”. Appunti di lettura

10 febbraio 2015

di Demetrio Paolin

9788806218904Se dovessimo riassumere per il lettore la trama del romanzo di Maurizio Torchio Cattivi (Einaudi) potremmo farlo in poche e brevissime parole. Un carcerato racconta in prima persona la sua esperienza dell’ergastolo; l’uomo è stato arrestato per il rapimento di una giovane donna e in seguito la sua pena è stata aumentata per un omicidio avvenuto durante la sua detenzione.

Non si veda, però, in Cattivi un testo sociologico sulla questione delle carceri e la loro disumanità. Un approccio di questo tipo non potrebbe che portare il lettore lontano dal cuore del libro, perché nella realtà più profonda il romanzo di Torchio è una riflessione sull’ambiguità di essere vittima.

Il testo, per come è concepito, è un progressivo discendere dell’io narrante, che non ha nome, età e parla da un tempo sempre presente proprio come il tempo di chi ha un’eternità davanti, verso il buio e il fondo. Il tipo di racconto, il modo di presentarsi della storia al lettore, ricorda il mito antico. Più volte durante la lettura ho immaginato questo io che narra come un Prometeo incatenato alla roccia. Una immagine che spiega perché il testo non parli dell’oggi (Cattivi non è un libro cronaca, non ha mai un taglio politico o di denuncia), ma scenda alle radici di cosa è uomo.

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La persistenza della scarpa. Appunti sulla strage di Parigi

13 gennaio 2015

di Demetrio Paolin

Ogni volta fermo il fotogramma e cerco di capire. Il fotogramma che mi interessa non è quello del poliziotto giustiziato con il colpo di grazia o lo spostarsi misurato nei passi dei due uomini armati verso la macchina nera. Mi interessa un particolare: la scarpa che il terrorista salito dal lato passeggero raccoglie. È  questo oggetto che attira la mia attenzione. Cerco di riconoscerne la marca e il tipo. In questi giorni ho guardato il video più volte, cercando sempre di ficcarmi in testa, di puntellare nella mia memoria, l’immagine della scarpa un attimo prima che l’uomo armato la prenda e la nasconda alla mia vista.

La scarpa è il centro di ogni mio ragionare. Hai visto la scarpa?, dicevo a chiunque mi chiedeva o mi parlava dell’attentato di Parigi. Sì, sì mi dicevano, ho visto ma ti rendi conto, continuavano a dirmi, tutti quei morti. Io invece dicevo: certo i morti, ma la scarpa, la scarpa che viene persa e recuperata, quella scarpa lì, perché quella e non un’altra?  Gli amici mi hanno dato del complottista, altri invece hanno creduto che io fossi dalla loro parte di chi diceva: servizi segreti, puzza di fumo… depistaggi.

Io non credo nei complotti. Io penso alla scarpa.

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Tre libri su Francesco d’Assisi. Appunti di lettura

2 luglio 2014

di Demetrio Paolin

Giotto, I funerali di san Francesco

Giotto, I funerali di san Francesco

Pochi giorni fa, cercando una degna sintesi dei mondiali di calcio, mi è capitato di finire su Rai 1 e di vedere Dario Fo. Mi sono fermato per alcuni minuti e ho riconosciuto il testo che il premio Nobel stava portando in scena: Lu Santo Jullàre Françesco (Einaudi). Mi ha colpito in particolare il prologo dello spettacolo, in cui Fo parla di Bergoglio e della sua scelta di chiamare se stesso Francesco, e giustifica in questo modo il rilancio sia dal punto di vista editoriale che di messa in scena di uno spettacolo del 1999.

A quel punto mi sono trovato a ricordare che nel corso di quest’anno avevo letto altri due libri che avevano come fulcro di narrazione la vita del santo di Assisi. Il primo è il romanzo di Aldo Nove, edito da Bompiani, dal titolo Tutta la luce del mondo, che ha come sottotitolo “Il romanzo di San Francesco”; il secondo è un agile saggio di Alessandro Zaccuri, edito dal Melangolo, Francesco. Il cristianesimo semplice di papa Bergoglio.

M sono chiesto per quale motivo tre libri, di autori diversi tra di loro, si concentrassero sulla figura di San Francesco; la risposta più ovvia è l’ascesa al soglio pontificio di Bergoglio e la scelta del suo nome. Ho detto più ovvia perché sono i paratesti di almeno due dei tre libri a indicarcelo (il prima citato prologo alla nuova edizione del testo di Fo e il sottotitolo al saggio di Zaccuri); nonostante questa evidenza testuale, io credo che esista un’altra motivazione più sensata, che ora proverò a raccontare, partendo da un assunto.

San Francesco è la nostra lingua.

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Gabriele Dadati, “Per rivedere te” / Appunti di lettura

11 giugno 2014

di Demetrio Paolin

per-rivedere-te_gabriele-dadatiLeggendo il nuovo libro di Gabriele Dadati Per rivedere te (Barney Edizioni) ho più volte pensato di trovarmi davanti non a un romanzo, ma a un libro di etnografia. Questi appunti brevi sono il tentativo di spiegarmi e di spiegarvi il motivo di questa mia convinzione

Se diamo retta alla dicitura di copertina Per rivedere te è sicuramente un romanzo, ma se decidiamo di addentrarci dentro le pagine della storia che Dadati ci racconta, qualcosa ci suona diverso. Intanto, però, cerchiamo di rendere conto della trama. Il protagonista, Gabriele Dadati – scrittore con all’attivo un libro di racconti pubblicato con un piccolo editore e in procinto di uscire con un romanzo storico con un editore importante – deve intervistare, per una collana di libri editi dal Corriere della Sera, Manlio Castoldi, anziano scrittore, tra i più importanti della sua generazione, che vive in Brianza dove ha ambientato tutte le sue storie. Durante queste sedute per la preparazione del romanzo, Gabriele conoscerà Tabita, nipote di Manlio, e tra di loro nascerà una storia d’amore.

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Non fate troppi pettegolezzi

6 febbraio 2014

di Demetrio Paolin

[esce oggi nelle librerie un mio piccolo saggio dal titolo Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria). Il libro è una sorta di escursione nei testi di quattro autori a me molto cari (Salgari, Pavese, Levi e Lucentini) e nella città dove loro hanno vissuto (Torino). Oggi alla Feltrinelli di Torino, piazza CLN, alle 18 lo presenterò insieme a Alessandro Perissinotto. Di seguito l’incipit del capitolo su Primo Levi. dp]

copertinaSono a Berlino. Nelle stanze del Museo Ebraico non c’è nessuno. Sono sceso nel piano interrato, tutto è nero e bianco. Cammino per un corridoio detto “dell’Olocausto”. Sono vestito leggero, una camicia e un paio di pantaloni. Arrivo alla fine di questo lungo camminamento e trovo una porta. Spingo il maniglione rosso e sono ai piedi di una torre. È buia e fredda. Il pavimento è di terra battuta. Non c’è luce se non da una fessura posta in alto: indovino il cielo grigio carico di neve. La porta dietro di me si chiude, fa un tonfo che riecheggia per l’altezza, che pare infinita, della torre. Il freddo mi assale di colpo, mi aggredisce come i cani di una muta; la paura diventa qualcosa di concreto e antico; è come se il mio corpo ricordasse. Non è una memoria recente, bensì qualcosa che è inscritto nella mia carne, nelle cellule del mio corpo, è qualcosa di primitivo. È la paura assoluta, quella che provarono i miei antenati nel buio della caverna; è quella che provò Adamo dopo che ebbe mangiato la mela. La paura viene dal freddo e il freddo viene dal male, che ci fa sentire nudi.

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Ipotesi di autofiction. Appunti su “Il desiderio di essere come tutti”, di Francesco Piccolo

21 gennaio 2014

di Demetrio Paolin

Esiste una canzone dei Pink Floyd dal titolo emblematico di Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict che ha una particolarità. Ascoltandola ci si addentra in un bosco di notte, in cui insetti, animali e altre bestioline emettono il loro tipico verso. Siamo così portati a credere che gli autori del brano non abbiano fatto altro che lasciare un registratore in un bosco così da poter poi riversare i suoni così come sono sul disco. Questo renderebbe Several species non una canzone in senso lato, ma una specie di documentario sonoro, una cosa molto particolare e in linea con le scelte musicali del Pink Floyd e alla loro attenzione verso gli (si pensi a Mademoiselle Nobs).
C’è un però. In realtà i suoni e i rumori degli animali in Several non sono reali ma sono costruiti e sintetizzati da Roger Waters che li ha riprodotti con la sua bocca. Ciò che quindi l’ascoltatore credeva come reale è fittizio, ma così fittizio che suona reale.
La canzone del gruppo inglese mi è tornata alla mente, mentre cercavo di mettere in ordine le idee rispetto al romanzo di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come TUTTI (Einaudi). Ho idea che Piccolo volesse nella sua opera fare qualcosa di smile a ciò che i Pink Floyd hanno fatto con il brano, utilizzando però la scrittura dell’Io.

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“Gli anni spezzati”, alcuni appunti

10 gennaio 2014
Emilio Solfrizzi nei panni di Luigi Calabresi

Emilio Solfrizzi nei panni di Luigi Calabresi

di Demetrio Paolin

Una cosa che colpisce immediatamente, vedendo anche pochi minuti della fiction andata in onda su Rai1 “Gli anni spezzati”, è che l’audio è fuori sincrono rispetto alle immagini. Ovviamente questo è un problema tecnico, dovuto credo alla post produzione della pellicola, ma per me ha un alto e un altro significato prettamente simbolico.

Il fuori sincro tra immagine e audio rappresenta benissimo tutta la difficoltà che la fiction ha di provare a dire la storia di quegli anni. È come se plasticamente gli autori, i registi e gli sceneggiatori lasciassero una spia della loro debolezza argomentativa e storica, come se chiedessero scusa di una rappresentazione così raffazzonata e poco credibile della nostra storia patria.

Nell’articolo di Raimo su Minima et Moralia c’è già una lunga e precisa disamina delle cose che non vanno in quella fiction, e quindi non mi dilungo su questi temi, ma vorrei provare a fare un discorso esclusivamente narratologico legato al discorso della vittima.

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Appunti su alcuni romanzi cattolici

24 settembre 2013

di Demetrio Paolin

2256068Mi è capitato di leggere due romanzi molto diversi tra di loro, che mi hanno riportato a rivedere e approfondire le tesi che avevo sostenuto in questo articolo di un anno fa a proposito del romanzo cattolico. I libri in questione sono Il Dio che fa la mia vendetta (Gallucci Editore) di Federico Platania e Gesù. Un racconto sempre nuovo (Piemme) di Davide Rondoni.

I due testi sono interessanti proprio perché si può individuare in loro quella doppia tendenza del cosiddetto romanzo cattolico, che evidenziavo in quello scritto: ovvero da una parte il tentativo di ri-scrittura delle Scritture e dall’altra la possibilità di calare il credo della fede cattolica nel tempo presente e di vedere in che modo reagisce.

Provo a dire qualcosa di più sui libri. (Piccola avvertenza come sempre questi sono appunti, e come tali sono bisognosi di integrazioni e altro; anche essi come altri pubblicati su vibrisse e non solo sono parte di una riflessione più ampia che vorrei prima o poi mettere a fuoco).

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“Fisica della malinconia”, di Georgi Gospodinov

26 giugno 2013

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Gerusalemme, 11 aprile 1961

10 aprile 2013

Eichmann

di Demetrio Paolin

[Questo è un breve estratto dal romanzo che sto scrivendo. Il romanzo ruota intorno alla data dell’11 aprile. dp]

Il vetro di cui è fatta la gabbia è sottile, limpido indistruttibile. L’hanno costruito apposta per il prigioniero, perché tutti lo vedano. Adolf Eichmann entra vestito come un impiegato. Una giacca di fattura modesta, una camicia altrettanto usuale, gli occhiali al naso. L’intera sua persona mostra al mondo la sua ordinarietà. Se non fosse per quelle smorfie che ogni tanto fa con la bocca, che sembrano un rigurgito di chi ha mal digerito qualcosa, il pubblico del processo ha davanti una statua di cera. Sua madre e suo padre, buonanime, sarebbero contenti di lui: Adolf Eichmann è una persona temuta, una persona odiata e non ha mai ucciso nessuno. Lui non ha mai ucciso nessuno. Ha fatto di conto. Sa farlo bene, sa incolonnare i numeri e fare tornare sempre l’addizione. Si ricorda quando da piccolo, alle elementari di Solingen, il maestro lo riempiva di caramelle dopo la prova di aritmetica, una per ogni operazione giusta. Le operazioni erano dieci e dieci caramelle stavano nel palmo della mano del bimbo Adolf, che tornava a casa felice.

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Berlino, novembre 1943

24 settembre 2012

di Demetrio Paolin

[pubblico le pagine che ho letto sabato al Circolo dei lettori. Sono una minima parte del romanzo che sto scrivendo (altri due brani sono qui e qui). Grazie per la lettura. dp]

E’ una mattina meno grigia del solito. Rudolph, sua madre e sua sorella Greta sono in giro per le vie di Berlino. Un tenue sole li ha portati fuori. E’ il 1943 e Berlino sembra in guerra da sempre. Margherete, la mamma di Rudolph e Greta, è tutt’uno con la città. Vive nella fede incrollabile verso il Fuhrer e in suo marito, Heinrich membro delle SS.
“Vostro padre – dice mentre camminano lungo le vie della città nel cielo luminoso dell’inverno – sta facendo molto per voi”. Li strattona entrambi portandoli su e giù per le strade dove si indovinano già le macerie dei primi attacchi della Raf. “Lui fa tutto per voi, lui è l’uomo che Fuhrer ha scelto per voi. Quando ho incontrato vostro padre, eravamo alla Parata del Reich per la libertà che emozione! Finita la parata, lui venne da me e disse che non aveva mai visto una donna bella come me. Le sue parole e il suo sguardo mi fecero innamorare. Quella sera io sognai il Fuhrer: ero in stazione, quando vedo arrivare un treno. Affacciato al finestrino, vedo il Fuhrer, che mi guarda e mi fa sì con il capo. Non dice niente, mi fa sì. E li ho capito che vostro padre era l’uomo per me. E ora lui combatte per voi. Ci protegge”.

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Il corpo delle vittime e il corpo dei terroristi

21 settembre 2012

di Demetrio Paolin

[nel link di seguito l’intervento che ho tenuto al convegno Le forme della contestazione in Italia: 1968-1978 tra mito e realtà, che si è tenuto nei giorni scorsi presso la Bangor University (Galles). dp]

L’Italia è una infanzia. L’Italia, uscita dalla guerra, voleva essere adulta e salda e si trova non avere gambe, braccia robuste per reggere tanto. E’ l’infanzia di molti giovani cittadini per cui i treni esplodevano, le banche saltavano in aria e i fratelli maggiori venivano picchiati nei cortei.
E’ in parte la mia infanzia, di bimbo quattrenne, che ha come primo ricordo il pianto della propria madre quando vede le immagini di via Caetani, e che spesso ha sognato nei suoi sogni di giungere in una landa desolata e di trovarvi un corpo morto gigantesco. Un corpo che il giovane bimbo quattrenene sa essere quello di Aldo Moro, che dopo morto invece di rimpicciolirsi si fa via via più grande, fino a diventare così enorme, coprendo l’intero orizzonte celeste, da rendere inutile qualsiasi sepoltura o rito funebre

Il corpo delle vittime e il corpo dei terroristi

Del perché per conoscere una casa bisogna saperla disegnare. Appunti su “Future Umanità” di Yves Citton

10 luglio 2012

di Demetrio Paolin

Per parlare di Future Umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici (:duepunti edizioni) di Yves Citton, libro curato e tradotto da Isabella Mattazzi, inizio raccontandovi che quest’anno mia figlia, 4 anni, ha frequentato il primo anno di scuola materna.

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L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea

31 maggio 2012

di Demetrio Paolin

Seduto allo stand della Romania, penso a Duckadam.
In realtà aspetto Norman Manea per parlare con lui dei suoi nuovi libri, ma la mia testa mentre lui non arriva ritorna a quel portiere magro e grandissimo, uno dei migliori, che nella finale della Coppa dei Campioni parò quattro rigori, facendo vincere la competizione allo Steaua di Bucarest. Era il 1986, i giocatori erano molto magri e longilinei, il calcio era più lento, meno muscolare e chiunque, io per primo, guardandolo dalla televisione si illudeva che un giorno ci sarebbe stato posto anche per lui.

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Il paradiso sopra i tetti (appunti sul romanzo cattolico)

17 maggio 2012

di Demetrio Paolin

[domenica scorsa è uscita sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera un mio articolo dal titolo, redazionale, “Il corpo del romanzo”. Il tentativo era di fornire una prima e sommaria riflessione sul tema del romanzo cattolico. dp]

Questa apertura e ricerca di senso mette forse in evidenza come il romanzo cattolico sia l’elaborazione di un trauma profondo, il trauma di una mancata promessa ovvero quella della seconda venuta di Cristo. Sempre vista come imminente e sempre costantemente rimandata. Il romanzo cattolico cerca, immaginando i mondi, di elaborare quel lutto e di rendere meno gravosa l’attesa

Leggi “Il corpo del romanzo”.

Anni (truccati) di Piombo sul Corriere della Sera

16 marzo 2012

di Demetrio Paolin

In questi giorni sul Corriere delle Sera è uscito un mio articolo sulla narrativa degli anni 70 dal titolo, redazionale, Anni (truccati) di Piombo, di seguito l’inizio:

Il corpo riverso di Marco Biagi nella notte primaverile bolognese è stato allora ed è tutt’oggi una sorta di squarcio sul fatto che il nostro Paese non ha ancora chiuso i conti con gli anni Settanta. Basta leggere i giornali (penso alle vicende di Battisti e di Azzolini) per dimostrare che la ferita è aperta. Nell’ipertrofia della memoria, la giornata dedicata alle vittime è solo la punta dell’iceberg, questo nostro Paese si scopre incapace di comprendere e far comprendere agli altri che cosa sono stati gli anni del terrorismo e della rivolta. Di questa inettitudine è colpevole anche la letteratura che quegli anni ha cercato di raccontarli. A cavallo tra il 2011 e il 2012 abbiamo nuovamente assistito alla pubblicazione di una serie di opere che hanno cercato di dar conto di quel periodo con esiti spesso dubbi.

A breve giro c’è stato un commento di Luca Sofri sul suo blog, a cui ho provato a rispondere brevemente qui.

La nostra testimonianza è veleno

27 gennaio 2012

di Demetrio Paolin

[Nella finzione del romanzo che sto scrivendo, questa lettera viene scritta da Enea, ex deportato, a Bruno Vasri, ex deportato e presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati), nel giorno della morte di Primo Levi, ex deportato. dp]

Caro Bruno,
oggi, uscito dal negozio, ho camminato senza una meta precisa e son finito in piazzetta Bodoni. Lì vicino a pochi passi c’è casa tua. E io avevo una voglia matta di salire e stringerti le mani, di abbracciarti con quell’amore che solo noi possiamo darci. Ho pensato di fare i pochi passi che mi dividevano dal tuo portone e suonare al campanello. Sentirne il suono e poi la voce di tua moglie che mi dice di salire.

Perché hai deciso di sposarti, Bruno? E Primo o Bepi? Perché vi siete sposati e avete avuto figli, dopo quello che ci è stato fatto? Certe volte quando ci incontriamo di questo dovremmo parlare; del dopo. Di quando tutto si è calmato, come il corpo alla fine di uno sforzo, e siamo tornati alle nostre case. Dovremmo parlare di come siamo tornati alla vita usata. Io, ad esempio, che ho patito come voi la fame, sono tornato schifiltoso tanto da togliere la pelle del latte, quando mi dimentico il pentolino sul fuoco e si crea patina spessa che proprio non sopporto.
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