Il Furore di Steinbeck

by

di Marco Candida

steinbeck

Dolente constatazione, ma in Furore Steinbeck non è dalla parte della famiglia Joad. E’ contro i Joad, dall’inizio alla fine. Sconvolgente, ma così è. Siamo noi a riscrivere un po’ tutta quanta la vicenda, mentre leggiamo. A considerarla con occhi diversi. No, in seno all’inferno approntato da Steinbeck, i Joad se la meritano, la sventura, è giusto così.

Forse, per capire come stanno le cose, è necessario, per una volta, raccontare questa vicenda dalla fine risalendo al principio. Ecco che cosa traduce Carlo Coardi dall’ultima riga del romanzo di Steinbeck:

“Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente”.

Già, “misteriosamente”, traduce Coardi. Infatti, che cosa mai ha da sorridere Rosa Tea, avendo “ella” appena dato alla luce, all’interno di un carro bestiame, un bambino morto? Oltretutto, mentre l’abitazione dei Joad (il carro bestiame, appunto) stava per essere travolta da un’ondata d’acqua e fango a causa di un violentissimo nubifragio… Cosa c’è da sorridere? Nulla. Rosa Tea si stende accanto a un uomo morente, uno sconosciuto, all’interno di una stalla e gli offre come tentativo estremo di tenerlo in vita il latte che ha nelle mammelle. Questo è un compimento: dal carro bestiame alla stalla Rosa Tea s’accoccola sull’uomo morente per fargli suggere quel poco di latte che ha trasformandosi definitivamente in bestia. Rosa Tea è una mucca in una stalla. Compimento estremo, appunto, dato che i Joad sono bestie dal principio, dalla prima pagina.

Approdano dopo tanto patire in una piantagione di cotone e qui, a Tulare, tra i vari accampamenti hanno il privilegio di abitare un carro bestiame. Questo carro è riparo dalla pioggia, e calore: par quasi una reggia rispetto alle tende degli altri braccianti intorno. Qui i Joad lavorano e riescono a vivere anche decentemente. Con i cents che guadagnano possono comprarsi al dispaccio la carne, il pane, lo zucchero, il sale, la polenta… e metter via qualcosa per la benzina, quando ci sarà da spostarsi. Solo che questo avviene in un carro bestiame. E non può non significare qualcosa di molto crudo – specie dopo tutto quello che è già accaduto nel corso della narrazione. Anche perché l’autore di Uomini e topi attacca ben due capitoli ponendo subito all’attenzione del lettore la faccenda dei carri bestiame. Ma almeno qui, in questa piantagione, a Tulare, non è stato come a Weedpatch, un campeggio dove c’era anche l’acqua calda, e ci si poteva lavare ogni giorno, tanto che uno poteva persino accorgersi di puzzare appena non si lavava, ed era un accampamento governativo, per questo c’erano più comodità, ma anche dove a questi conforti corrispondevano insidie, si voleva organizzare un gran ballo, e mandare un agitatore, per ingaggiar rissa, e far scendere il salario da 5 a 2,5 cents, e per fare arresti che avrebbero fruttato denaro alle casse dello sceriffo. In più, secondo gli anziani della famiglia Joad, Weedpatch era un luogo di peccato, pieno di peccatori. Questo ha la sua importanza per una famiglia che viene dall’Oklahoma, e che si è vista, via via che viaggiava, i suoi componenti morire come moscerini o scomparire nel nulla come uno dei fratelli, Noé. E’ stato, infatti, tutto uno sposamento a bordo di un autocarro stipato di masserizie. Dall’Oklahoama alla California, in cerca di lavoro. Lungo la Route 66. Tom Joad, il padre, la madre, il nonno, la nonna, Ruth, Winfield, il predicatore Casy, Noè, Al, Rosa Tea… Tutti che si spostano in California, tremila chilometri.

In Oklahoma non si può più stare. Una tempesta di polvere ha rovinato i campi di cotone, e le società proprietarie dei terreni hanno mandato le trattrici per scacciar via i mezzadri e distruggere, se necessario, le case coloniche.

“Il reverendo Casy e il giovane Tom si erano fermati sul ciglio dell’altura e stavano contemplando la proprietà dei Joad. La baracca di legno, sfondata in un angolo e divelta nella fondamenta, era piegata su un fianco e puntava verso l’alto. Le staccionate erano scomparse e il cotone cresceva sull’aia, fin sotto la casa, attorno al granaio, e tra le rovine dei fabbricanti annessi. Il duro terreno dell’aia, rassodato e battuto dai piedi nudi dei bambini, dagli zoccoli dei cavalli, dalle ruote dei carri, s’era trasformato in terreno da semina e vi cresceva ora il verde, polveroso cotone. Tom contemplò a lungo il salice scheletrito presso l’abbeveratoio asciutto, e il pozzo in cemento ora privo di pompa. “Gesù” disse alfine ”è la fine del mondo. Impossibile che ci abiti qualcuno lì”. Si mise a correre giù dalla china, seguito da Casy. In quella che era stata la stalla non rimaneva che un mucchietto di paglia trita, popolata da una famiglia di topi; nel ripostiglio degli attrezzi, un vomere rotto, un rotolo di vecchia corda da imballaggio, un rastrello di ferro tutto contorto, il collare del mulo rosicchiato dai topi, una latta di benzina vuota e una tuta a brandelli appesa a un chiodo. “Non c’è rimasto più niente” mormorò Joad”

Le trattrici vengono descritte da Steinbeck come mostri, azionati da uomini che non sono più uomini e inviati da fantasmi (le Società, Le Banche), che saranno anche entità create dalla mente dell’uomo, ma che adesso, pur senza esistere in concreto, comandano, governano, decidono. Un po’ come Dei. E l’uomo viene scacciato dalla sua terra, e si ammassa su autocarri, automobili e va altrove. In California, dove ci sono gli aranceti. Però, e Steinbeck lo dice, questa gente non va verso una terra promessa in senso stretto: esegue invece una disperata corsa per piegare di nuovo la schiena, sollevar pesi, affaticarsi, ammalarsi, ammazzarsi di lavoro. Lo dice, Steinbeck, da qualche parte. In più, la voglia di andare via da quel paesaggio lunare, coperto di polvere, assediato dalle trattrici della Shwnee Land & Cattle Co., è tanto grande che nessuno mette in discussione in California ci sia lavoro, le cose in California possano andar meglio che a Sallisaw in Oklahoma. Si parte e basta, si fugge. Sì, poi arrivati in California, dopo un poco qualcuno azzarda qualche suggerimento: “Si dice che a Santa Clara ci sia…”, “Ho sentito dire che a Marysville forse…”. Ma a nessuno viene in mente di inviare qualcuno in avanscoperta. La famiglia deve rimanere unita. Perde i pezzi, magari – al nonno piglia un colpo e crepa, la nonna spira, e tutto per il viaggio massacrante, e per il dolore della catastrofe portata nelle vite d’ognuno dalla tempesta di sabbia, e per colpe antiche. Ma la famiglia rimane compatta. Poi, soldi non ce ne sono. Le distanze son troppo grandi. I mezzi di comunicazione praticamente non esistono. Non compare una lettera, in tutto il romanzo. Sono i latifondisti o i loro rappresentati a presentarsi di persona dai mezzadri e a dare le brutte notizie. Anche perché i braccianti che domicilio hanno? Dove vive, un bracciante? E’ una realtà primonovecentesca, quella descritta da Steinbeck. Fatta di autentiche catapecchie perennemente in penombra per la debole luce delle lampade a petrolio, o nelle verande per le lampade ad acetilene, raramente lampade ad elettricità. Ai bordi delle strade rottami d’abitazione, hooverville, attendamenti, case fatta di paglia o di cartone o di pezzi di lamiera:

“Passato il ponte, trovarono sulla destra della strada un deposito di vetture fuori uso: un acro di terreno  circondato da un’alta siepe di filo spinato, al centro del quale si elevava una modesta baracca di lamiera. Dietro a questa baracca c’era un casotto costruito esclusivamente con vecchie cassette e con latte di benzina, che aveva per finestre dei parabrezza d’auto. Tutto il resto dell’area era occupato dagli avanzi di veicoli sfondati, telai contorti, spesso privi di ruote, carrozzerie, assi posteriori, alberi a gomito. Un mare di rottami; un putridume di relitti.”

“Le tende, le capanne, le automobili erano sparse per l’accampamento nella massima confusione. La baracca più vicina all’entrata era quanto di più miserabile si potesse immaginare: la facciata risultava di sei grandi teli di sacco, il lato est, di vari pezzi di cartone, il lato opposto, di stuoie, e il rovescio, di lamiera ondulata; il tetto era di paglia, ammucchiata alla meglio sopra un’intelaiatura di rami di salice. […] Nell’interno, una latta di petrolio serviva da fornello, ed era  munita d’un pezzo di tubo di stufa che usciva dal tetto. Vicino al fornello stava un mastello per il bucato. Il resto del mobilio consisteva di cassette di legno. […] Più in là ancora una tenda di grandi dimensioni incredibilmente logora e disseminata di toppe e rammendi fatti con filo di ferro. Dai lembi sollevati dell’apertura si intravvedevano per terra quattro ampi materassi. […] Erano forse una quarantina in tutto, le tende e le capanne, e ciascuna aveva la sua automobile”

furore

Dunque, tutti in partenza. Si attaccano ai predellini della Hudson un paio di barilotti pieni di carne di maiale e patate bollite, e via. E le carovane son fatte di automobili. Furore è anche un grande romanzo di automobili e mezzi di locomozione meccanica. Di descrizioni con tutta roba di acciaio, viti, bulloni. E impareggiabili sono le descrizioni di Steinbeck dell’ammassarsi degli individui negli autocarri, sui predellini, con le masserizie a sbatacchiar sui tettucci delle Ford e delle Plymouth…

Nessun scrittore più di Steinbeck è in grado, poi, di mostrare l’identità di un individuo dalla descrizione dei vestiti che ha e dall’aspetto che ha.

“Arrivarono in quattro, capeggiati dal nonno, un arzillo vecchietto, scarno, in cenci, che camminava leggermente zoppo a piccoli passi saltellanti, abbottonandosi il panciotto di maglia con mani impacciate, perché aveva infilato il primo bottone nella seconda asola e ciò bastava a sconvolgere l’ordine delle operazioni. Anche i pantaloni erano sbottonati e dall’apertura usciva un lembo della camicia di grossa tela blu, che era totalmente aperta sul petto e lasciava vedere una selva di peli grigi. Rinunciò al panciotto e si arrovellò coi bottoni dei pantaloni, ma abbandonò presto anche questo tentativo e si contentò di dare una stratta alle bretelle per assicurarsi della loro solidità”

Né il dramma di una situazione descrivendo una famiglia che si riunisce penosamente a tavola e dove c’è poco da mangiare e tutto è uno schifo.

“La mamma inginocchiata vicino al fuoco stava aggiungendo fascine per tener viva la fiamma sotto la pentola del bollito. Attorno a lei, il circolo dei bimbi affamati s’andava stringendo sempre di più, e i marmocchi arricciavano i nasini ogniqualvolta coglievano l’odore della carne. […] Ora il gruppetto dei bambini faceva ressa attorno alla mamma affaccendata, tanto che Tom e zio John si erano trasferiti presso di lei per proteggerla dalla famelica turba.

“Non so proprio comne fare” mormorava la mamma, “c’è n’è appena a sufficienza per noi”. I visi intenti, immobili dei bambini seguivano meccanicamente con gli occhi ogni mossa. Allorché la donna passò nel piatto a zio John la prima razione che trasse dalla pentola fumante, tutti gli occhi si posarono sulle mani si zio John. Egli assaggiò la minestra in cui nuotavano pezzi di carne bollita, e tutti gli occhi accompagnarono il cucchiaio fino alla sua bocca, e quando egli inghiottì il primo boccone, si posarono sulla sua faccia per notarne le reazioni. Era buona? Gli piaceva?[…]

Tom si volse ai marmocchi: “Ora voialtri vi squagliate, capito?” Tutti gli occhi si posarono stupiti sulla sua faccia. “Filate. Inutile star qui, non ce n’è abbastanza per tutti”

Il mestolo della mamma andava metodicamente dalla pentola ai piatti di stagno allineati in terra, ed ella continuava a mormorare: “Come si fa a mandarli via. Non so proprio cosa dire. […] Sentite bimbi, andate tutti a cercarvi un cucchiaio e poi tornate qui. Ma non facciamo confusione, intendiamoci”

Il gruppetto si squagliò sull’instante ma prima ancora che la mamma avesse finito di distribuire le razioni alla famiglia si era già riformato. I marmocchi erano tutti lì, trepidanti, affamati come lupetti, ma silenziosi. La mamma li arringò: “Vedete che è poca? Vi lascio pescare una cucchiaiata per uno. Dovete contentarvi”

In ogni romanzo che si rispetti i personaggi mangiano e bevono. Questo è normale, è giusto che sia così. Tutti mangiamo. Ma in questo romanzo, in particolare, il cibo  non rappresenta soltanto il mero soddisfacimento di un bisogno biologico. E’ sopravvivenza, è un momento drammatico. Equivale a una scena di inseguimenti e sparatorie in un thriller. Se non metti qualcosa sotto i denti puoi ammalarti, tirare le cuoia.

Non c’è pietà, in questa storia. Non c’è una via d’uscita. E’ soltanto la descrizione delle condizioni in cui si trova una famiglia in mezzo ad altre famiglie, una condizione da cui non c’è riscatto. Le cose stanno così. I Joad sono al mondo per patire. Tuttavia, ripetiamolo con chiarezza, c’è un senso di giustizia che tiene in equilibrio la narrazione. Ciò che accade non è del tutto arbitrario. Non c’è nulla che avviene per capriccio di John Steinbeck. I Joad hanno commesso degli errori, hanno peccato, non sono i buoni, e dalla tempesta di polvere in avanti è tutto soltanto un payback.

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Tom Joad è stato in carcere per aver ammazzato a badilate un uomo nel mezzo di una rissa. S’è beccato sette anni, ma esce libero sulla parola per buona condotta. Solo sette anni perché Tom la badilata l’ha tirata dopo aver ricevuto una coltellata.

“Eccolo là, l’ergastolano! Nessuno dei Joad è mai stato in gattabuia, porco d’un cane. Ma è stata un’ingiustizia, quei bastardacci l’han condannato a torto, io avrei fatto preciso come lui. E quel buggerone d’un vecchio puzzolente che andava sbraitando di volerti far la pelle appena venivi fuori. Ma badi ai casi suoi, o lo concio io per le feste!”

Tom torna dalla famiglia e sulla strada incontra Casy, un predicatore che ha perso la fede. Casy viene subito accolto con calore dalla famiglia di peccatori Joad. Prego, Casy, un predicatore in casa può far comodo. Specie se è senza Dio. Così, Tom Joad rivede il fratello Al, e i nonni, e la famiglia. Ed ecco il ritratto del nonno e della nonna:

“Aveva una faccia magra e irascibile, e due occhietti chiari e maligni e petulanti come quelli d’un bimbo brontolone e insolente: nel complesso l’aspetto di un omino sarcastico, pronto alla disputa così come agli atti con le parole. Raccontava barzellette sporche. Era scurrile adesso come una volta, vizioso, impaziente, prepotente come un bambino capriccioso; ma sempre rumorosamente allegro. Beveva troppo, quando poteva, e mangiava troppo, quando c’era abbondanza sulla tavola; e parlava troppo sempre.

Dietro a lui veniva saltellando la nonna, che aveva resistito alla vita coniugale solo perché era maligna e aggressiva quanto suo marito. Era sempre riuscita a difendere le proprie posizioni per virtù di una stridula religiosità feroce, che era non meno scurrile e selvaggia di quella del marito. Una volta, dopo il servizio divino, aveva dato di piglio al fucile e aveva sparato i due colpi contro di lui  che fuggiva come una spia, ficcandogli anche una dozzina di pallini nelle natiche. Da quel giorno il nonno l’aveva sempre rispettata”.

E in famiglia si chiacchiera. Salta fuori che qualcuno in famiglia da giovane piaceva alle fanciulle come i più giovani oggi… Se si presta attenzione, se si legge con disincanto, e dando importanza a ogni passaggio, si capisce quanto Steinbeck sia abilissimo nel suggerire che in questa famiglia  vi sia stato un momento dove si è vissuto spensieratamente, non badando al futuro, e che questa non è casa di santerellini, e adesso sono tutti quanti in povertà assoluta. E l’autore di Una corriera stravagante si limita a far questo: giustappone degli episodi, e la vicinanza tra gli eventi deve suggerire una sorta di correlazione, allorché capiti qualcosa di tragico. Muore la nonna, ma nella notte, mentre lei spirava, altri (Connie Rivers e Rosa Tea) in casa amoreggiavano… Descrivendoci la famiglia Joad, qualcuno in casa dice che bestemmiare è salutare, aiuta a scaricarsi… Lì per lì, siamo anche indulgenti difronte ad affermazioni del genere. Son lì per darci idea a quale estrazione sociale i Joad appartengano, braccianti, lavoratori, poveri… Qualche bestemmia è più che comprensibile, per gente come questa. Invece, Steinbeck sta facendo qualcosa di molto diverso. Non sta solo caratterizzando i personaggi o scrivendo quello che gli passa per la testa. Sta scavando la fossa ai suoi personaggi utilizzando come vanga la colpa, il peccato. Noi forse non ce ne accorgiamo, ma così è.

Bisogna fare attenzione, specialmente all’inizio del romanzo, quando c’è ancora una relativa calma piatta. Ogni dettaglio, in questa storia, serve a giustificare (in modo subliminale, analogico, scaramantico, quando non con nessi di causa-effetto evidentissimi) gli eventi tragici che arriveranno in seguito. L’esempio più palese è quando Tom Joad verso la via di casa incontra una tartaruga. Steinbeck ce la descrive minuziosamente, e poi Tom Joad la fa su dalla strada e la porta con sé. Ma cos’è, in fondo, la tartaruga, se non ciò in cui i Joad si trasformeranno presto? La tartaruga non è lì a caso. E’ un presagio. Joad la raccoglie perché vede in essa, senza saperlo, qualcosa di simile a sé stesso, alla sua famiglia. La tartaruga viaggia con la casa sulla schiena. Che è quello che i Joad assieme a tutte le altre famiglie di Sallisaw in Oklahoma presto faranno. Cercheranno di portarsi dietro, nelle loro automobili, tutti i loro averi, pentole, utensilerie, tutto ciò che riescono… come tante tartarughe. Dopo un animaletto simile a sé, Joad si porterà appresso un uomo, il reverendo Casy, appunto, anch’egli, senza fede, peccatore, molto simile alla famiglia Joad. Prima un animale, poi un uomo… è un climax.

Al primo sopruso operato dalle forze dell’ordine alla famiglia Joad nella loro nuova condizione di vagabondi, Noè se la svigna… Vivrà di pesca. In effetti, un nome così evocativo all’interno di un autocarro stipato di tutte le cose di una vita, avrebbe potuto starci fino in fondo solo se alla fine fosse apparso un arcobaleno in cielo. Invece, il camioncino dei Joad non è un’arca, e Noè, il primogenito della famiglia Joad, taglia presto la corda, Steinbeck lo fa uscire di scena in fretta. Tra l’altro, il povero Noè non è tutto giusto. Per colpa, a quanto pare, del suo babbo.

“Quando Noè era venuto al mondo, il babbo, sconvolto alla vista delle cosce divaricate della partoriente, solo in casa e terrorizzato dalle grida della moglie, aveva usato delle proprie dita come un forcipe: aveva estratto lui la renitente creatura fuor dal suo immondo ricettacolo. La levatrice, arrivata tardi, aveva trovato il pupo con la testa deforme, il collo stralungo, e il corpo bilenco; e l’aveva riplasmato lei alla meglio con le sue mani. Ma il babbo non aveva mai dimenticato la macabra circostanza e e tutte le volte che ci pensava sentiva onta. Ed era verso Noè più indulgente che verso gli altri figli”

Forse perché è ridotto così Steinbeck se lo leva dai piedi. L’autocarro dei Joad non è un’arca, anche se a tutta prima potrebbe farlo sperare, e non c’è un arcobaleno in fondo alla storia, e il ragazzo ha già la sua punizione per via della deformità e della deficienza mentale. Non serve ficcarlo in un’infernale odissea supplementare.

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Visto che abbiamo passato in rassegna alcuni dei componenti della famiglia Joad, non si può non dire qualcosa anche della madre. In apparenza, la madre è una forte, che sa come tenere insieme la famiglia, la governa. Lei prende le decisioni, lei è realista, sa vedere le situazioni. Quando c’è da prendere la decisione di partire, dal campeggio governativo, dove sì non ci si sta male, ma nessuno ha trovato un lavoro che è uno, è lei, la madre, a riunire il nucleo familiare e a spiattellare la verità. Ma c’è un ma. La madre fa anche un’altra cosa. E’ lei a dire a Rosa Tea di stendersi sull’uomo morente trovato nella stalla mentre si fuggiva dal nubifragio che stava per travolgere il carro bestiame dove nei pressi di Tulare i Joad abitavano e Rosa Tea ha messo al mondo il bimbo morto. Lei glielo dice, e porta via tutti lasciando Rosa Tea sola con l’uomo perché lei possa trovare il suo compimento-salvezza: l’accettazione della sua condizione ineludibile di bestia, schiava, oppressa. La madre lo fa. Perché la forza della madre è di sapere fin dal principio che i Joad sono bestie e che non c’è via d’uscita da questa condizione. Inutile essere ottimisti se a Weedpatch s’è trovato un campeggio governativo con l’acqua calda eccetera. Inutile dare da mangiare ai bambini se questi non possono lavorare e portare a casa il pane… meglio nutrire gli adulti. Il ruolo della madre è quello di far restare la famiglia Joad così com’è, di svegliarla dai sogni, di farle rendere conto della realtà che lì si vive e che non può essere cambiata.

Se guardiamo alla struttura narrativa, a come la narrazione è organizzata, Furore è persin meglio della Bibbia. Infatti, nella Bibbia abbiamo il racconto dell’esodo di una tribù, come se Javhé fosse il dio di quella tribù soltanto. Si dà per scontato non sia così. Invece, in Furore abbiamo per esteso la vicenda dei Joad e alla fine di ogni capitolo sulla vicenda particolare, abbiamo un breve capitolo sulla sorte delle altre famiglie di profughi del Mid-West… ed è chiaro che ciascuna di quelle famiglie di “maledetti Oakies” non ha un destino molto dissimile da quello dei Joad. Tra l’altro, “Joad”, se vogliamo, richiama “Jews”. Sicuramente “carro bestiame” a noi richiama il campi di concentramento, anche se Furore è del 1938 e i carri bestiame dei deportati nei campi di sterminio nazisti cominciarono a entrare in funzione nel 1941 circa.

Esiste forse una colpa ontologica, aprioristica (al di là di specifiche colpe e manchevolezze di ciascuno) dei Joad e di tutti i Joad del Mid-West e d’America? Sì, se si considera nei capitoli iniziali la figura di Muley Graves, il quale si è piantato in quella che è sempre stata la sua casa (anche se proprietari sono i latifondisti), e non vuole andarsene, difendendosi come un indiano da Willy Freely e la sua trattrice. Muley Graves e le trattrici sembrano ricordare i tripodi della Guerra dei mondi di H.G. Wells. Di sicuro sembrano mostri, robot o alieni che siano. Quello è piantato lì, come un indiano, e combatte, per tutto ciò che è stata la sua vita in quel luogo. Forse è anche questo che i Joad, e gli Oakies, devono ontologicamente scontare: una volta il territorio americano era degli indiani e ora non lo è più a causa di una prevaricazione. Il Fato non si è dimenticato di questo.

Non solo, ma anche la California, la terra promessa degli Oakies, non se la passa poi granché bene, dopotutto. Ci sono terreni e terreni da coltivare, ma nessuno può far nulla perché sono le Società ad avere in mano tutto quanto. Del paesaggio di povertà estrema abbiamo già detto. Forse, anche la California, come l’Oklahoma, e un po’ tutta quanta l’America, ha qualche colpa antica che il Fato non ha dimenticato? Difficile andare dritto lungo questa via interpretativa, ma ecco come attacca Steinbeck il capitolo XIX:

“Una volta la California apparteneva al Messico, e le terre ai messicani; ma orde di straccioni americani irruppero nel paese. E così imperiosa era la loro fame di terra, che si impossessarono della terra di Sutter, della terra di Guerrero, la spezzettarono, si azzuffarono  a vicenda per disputarsene le briciole, e munirono di cannoni i poderi così conquistati. Fabbricarono stalle e casolari, campi e raccolti, costruirono titolo di possesso; e il possesso diventò proprietà.

I messicani deboli e sazi, non avevano potuto opporsi all’invasione perché non c’era nulla al mondo che essi desiderassero con quella frenesia con cui gli invasori americani desideravano la terra.

Poi, col tempo, i predoni non più considerati tali, si dichiararono padroni, e i loro figlioli crebbero nel paese e procrearono altri figlioli. E non sentirono più la fame selvaggia, mordente e lacerante della terra…”

D’altra parte leggendo con più attenzione, il Fato non colpisce per colpe antiche. Colpisce perché Muley  Graves e i Joad e gli Oakies, e le famiglie di migranti provenienti dall’Arkansas, dal Texas… tutte quante si comportano proprio come gli indiani o i neri. E Steinbeck questo aspro concetto lo ribadisce a più riprese nelle sue opere. Se in “Uomini e topi”, infatti, i protagonisti erano due individui senza famiglia che vagabondavano qua e là, e dei quali a nessuno importava nulla proprio perché senza una famiglia alle spalle, in Furore la famiglia c’è, ma questa famiglia non è proprietaria di nulla. Nulla è suo. Ecco, la colpa. Non avere nulla. Così si diventa bersaglio facile, un fuscello debole debole. Nel romanzo successivo a “Furore” “Una corriera stravagante” Steinbeck lo fa dire chiaramente a uno dei suoi personaggi: gli indiani non volevano possedere nulla, essere proprietari di nulla, e fu questo il loro errore, la colpa, per questo la pagarono. Pertanto, i Joad rappresentano tutti coloro che non hanno una casa, non hanno nulla di loro, indiani, neri, messicani… e naturalmente, poco più tardi con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale si imparò che anche chi è proprietario, chi possiede cose, ma non ha uno Stato alle spalle che lo protegga, può trasformarsi facilmente in un bersaglio… I Jews. Gli ebrei.

Ciò che va detto, anche se potrà sembrare un’enormità, potrà non piacere, è che per Steinbeck non essere proprietari di nulla è una colpa. La quale si paga a caro prezzo – si deve pagare. Ecco perché Steinbeck, in questo romanzo, non sta dalla parte dei Joad. I Joad non sono i buoni. Non li sono. Non sono i “I frutti dell’ira”. Non sono loro l’origine del “Furore”. Loro sono le vittime di un furore antico, divino, un’apocalissi che si abbatte virulentemente su di loro, vincendoli. Il titolo originale dell’opera da lì proviene, dall’Apocalisse. La quale Apocalisse è sì luogo della “rivelazione finale”, ma anche del “Giorno del Giudizio”: i Joad stanno vivendo il loro Giorno del Giudizio.

I Joad, i migranti sono come i pellerossa o i neri. Noi siamo abituati a considerare i film di John Wayne e il Western quasi come uno scherzo… al limite, come tutta propaganda. I pellerossa sono i cattivi e i cowboys i buoni. Poi, negli anni 90 arriva Kevin Kostner, con Balla con i lupi, e ci mostra che non è così. Grazie, Kevin. Il guaio è che esiste tutta una letteratura di grandi scrittori americani precedente ai film di John Wayne e al genere Western… e anche lì, in quelle storie, gli indiani non sono presentati nel migliore dei modi. Come nei racconti di Nick Adams di Hemingway. O nei romanzi di Steinbeck. E non ci andavano per il sottile. Gli indiani erano dei vigliacchi, le squaw delle ragazzette facili… Nella “Valle dell’Eden” John Steinbeck lo dice chiaro e tondo che i neri non coltivavano la terra e oziavano, a differenza dei bianchi. Una volta era così. Colpe. Peccati. Manchevolezze. E tanto bastava per un romanziere per far scattare gli strali della punizione.

Chi conosce Stephen King sa della grande ammirazione di King per Steinbeck. Personalmente, ho sempre pensato che questa ammirazione fosse dovuta alla “maestria tecnica” di Steinbeck. Ma solo oggi mi accorgo che c’è molto di più. “Furore” non è molto diverso, in fondo, dai migliori romanzi di Stephen King. Solo che non c’è un’entità soprannaturale all’interno della narrazione che colpisce uno dopo l’altro i malcapitati personaggi. Lo schema, però, è molto simile. Nel film Predator un essere alieno è appollaiato sulle cime degli alberi e fa fuori uno dopo l’altro Dutch e compagni. Ecco, è così che si potrebbe vedere la forza che governa le sorti della famiglia Joad e che fino a qui abbiamo sbrigativamente definito come “Fato”: un Predator appollaiato sulle cime degli alberi che si abbatte sui componenti della famiglia Joad eliminandoli, separandoli, inviando prove difficili, disgrazie.

Che dire, in conclusione? Temo che questo romanzo sbricioli al suo cospetto qualsiasi altro romanzo americano. Questo in via del tutto accidentale. Per un caso. Per il soggetto che tratta. Perché come la Bibbia, parla di un genere di uomini, con i quali non è possibile non avere nulla a che fare: uomini odiati dal loro stesso Dio, uomini che non possono nulla. Ciascuno di noi, nessuno escluso, nessuno, ha a che fare con un lato della propria vita infinitamente più forte e infinitamente crudele, e contro cui non può nulla. “Furore” non mostra altro che questo. Ecco perché “siamo noi a riscrivere un po’ tutta quanta la vicenda, mentre leggiamo. A considerarla con occhi diversi.” come abbiamo scritto all’inizio. Perché questa storia tradisce dei significati che nemmeno Steinbeck voleva veramente dire. Questa storia oltrepassa sé stessa, ed è più grande del suo pur grande autore. Ci parla, al cuore. Dice quello che siamo o che basta un niente e potremmo essere, diventare. Ci ricorda tutto ciò che lottiamo per non essere. E proviamo pietà, empatia,  identificazione. Noi, la proviamo. Anche se nella storia non c’è un granello di tutto questo. Steinbeck non era certo un uomo buono, ma sapeva cosa era un uomo e lo era.

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6 Risposte to “Il Furore di Steinbeck”

  1. ricmmblog Says:

    Complimenti, una lettura coinvolgente.

  2. Bartolomeo Di Monaco Says:

    Sempre in gamba, Marco. Complimenti.

  3. Le vittime del Furore — vibrisse, bollettino | l'eta' della innocenza Says:

    […] via Le vittime del Furore — vibrisse, bollettino […]

  4. Il Furore di Steinbeck — vibrisse, bollettino | l'eta' della innocenza Says:

    […] via Il Furore di Steinbeck — vibrisse, bollettino […]

  5. marisasalabelle Says:

    Un libro magnifico, e una recensione molto interessante, che offre spunti di riflessione inediti

  6. marcocandida Says:

    Grazie, Marisa Salabelle. Ti ringrazio.

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