Note di lettura: “Volevo scrivere un’altra cosa” di Luciano Curreri.

by
di Luigi Preziosi

Scrivere altro.
Con la recente raccolta, Volevo scrivere un’altra cosa (Passigli editore), composta da 18 racconti oltre alla postfazione, Luciano Curreri, che all’attività di docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università di Liegi affianca da anni quella di narratore in proprio, contribuisce in maniera originale ad una stagione letteraria in cui pare rinnovarsi un certo interesse per il racconto. Le storie, per quanto del tutto indipendenti l’una dall’altra, hanno un elemento unificatore comune (una sorta di cornice immateriale), costituito da una particolare forma di chiusura costante: una annotazione in cui l’autore enuncia che avrebbe voluto scrivere un’altra cosa rispetto a quanto appena scritto.

Il libro è ben diverso dall’ultima produzione letteraria in senso stretto dell’autore, Quartiere non è quartiere (Amos editore, 2013), florilegio di ricordi in cui l’effusione sentimentale trova freno e contrappunto in una piacevole venatura scanzonata che intride di sé la memoria dell’adolescenza. Qui, invece, Curreri maneggia da par suo lo strumento del paradosso, inventando storie che da un’apparenza di normalità trascorrono presto a costituire lacerti di universi paralleli, forse sogni, a volte incubi: anche solo il dubbio circa la loro effettiva esistenza induce però a sospettare che la realtà possa anche, chissà come e chissà quando, essere altra da quella che si riesce a raccontare.

Esercizi di stile?
Ciascun racconto della raccolta è inoltre dedicato a un grande autore del passato: Primo Levi, Dostoevskij, Rigoni Stern, Dürrenmatt, Dickens, Hemingway, Carlo Levi, eccetera. Di alcuni traspaiono calchi stilistici, altrove si gustano grottesche deformazioni tematiche rispetto al modello, e via sperimentando nei confronti dei dedicatari sottintesi ma ben intelligibili omaggi. Producendosi di volta in volta in raffinati esercizi di stile, Curreri prende sì a prestito le voci di altri autori, ma lo fa con discrezione, senza ostentati effetti mimetici, quasi sfidando il lettore a riconoscere nel testo, oltre all’epigrafe, tracce dell’autore dedicatario. Trascorre così dal poliziesco “filosofico”, sotto lo sguardo benevolo di Dürrenmatt, al racconto ecologico – montano che piacerebbe a Rigoni Stern, al noir surreale con debiti forse reperibili in qualche racconto di Levi, fino al sommesso svelamento di sé, certo non elegiaco, ma piuttosto percorso dal dubbio indotto dalla sapiente commistione tra surreale e paradosso, che sorregge l’apparente autobiografismo di Il furto impossibile.

Reale e soprattutto surreale.
Succede, così, che l’attualità più stringente riesca ad affiorare dal surreale più profondo. In Decolliamo e nuclearizziamo, questa è la sola sicurezza, una visione deformata dei rischi che corre il nostro occidente impone un trasferimento di massa su un satellite lunare occidentale. Ma i fuggitivi ben presto si accorgono che “sulla terra l’oriente di una volta era un Occidente in piena regola e si opponeva a un oriente che era un pezzo superstite del vecchio Occidente, ormai considerato oriente dagli stessi discendenti degli ex occidentali che tempo prima ci vivevano.”
Il finale di ogni racconto, sotto la clausola del desiderio di scrivere una storia che sia altra da quella realmente sulla carta, stabilisce una certa distanza tra il racconto e il narratore. Questi, in termini narratologici, non coincide certo con l’autore del racconto, ma gli si avvicina parecchio, tanto da suggerire al lettore una lieve sensazione di straniamento.
Il contro racconto sottinteso nel “volevo scrivere un altra cosa”, racchiude spesso una sorta di morale, non necessariamente coerente in via immediata con la narrazione che lo precede, ma nascosta, che suggerisce un consapevole sforzo di ricerca. Si è a volte in presenza di impennate vertiginose rispetto alla materia narrata. Ad esempio, in Due o tre cose che mio cugino non sapeva dei fondamentali, dedicato a Rigoni Stern, l’incapacità di un cugino del narratore nell’addentrarsi nei boschi si trasfigura in una riflessione sui “fondamentali” che dovrebbero animare il nostro vivere: “penso che la libertà che ci resta non debba né possa risolversi in un insieme dei fondamentali: la tecnica di base di una disciplina… non può imbrigliarci al punto da non essere più fondamentali noi stessi. Noi dobbiamo essere i fondamentali …”

Un’altra storia.
C’è dunque ogni volta una storia diversa rispetto a quella immaginata prima e composta poi, circostanza che a tutta prima può sembrare alludere alla difficoltà del raccontare: una storia si dipana da sé durante la composizione, quasi come una creatura che dal proprio stesso esistere sviluppa una autonoma affermazione di sé: allo stesso autore può apparire distante dalle proprie originarie intenzioni. Una storia, d’altra parte, ne cela a volte altre, meno facilmente raccontabili, o dal significato non concluso. L’immaginario autore della postfazione Non già come un ubi consistam… Storia di chi voleva scrivere un’altra cosa, alter ego deformato e bizzarro dello stesso Curreri, ne traccia un profilo critico e biografico, individuando nel “tormentone del volevo scrivere un’altra cosa” uno stimolo per comprendere “un narratore che incarna per davvero la necessità di dialogare … pur restando, forte della sua finta semplicità, la complessa … consapevolezza della scrittura”. La convinzione che un’altra storia da raccontare possa comunque esistere basta allora ad attestare, accanto alle ambiguità almeno tematiche che ogni racconto dimostra, anche una sopravvivente fiducia circa l’inesauribilità del senso stesso del narrare: il che è in fondo lo stigma dello scrittore.

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Una Risposta to “Note di lettura: “Volevo scrivere un’altra cosa” di Luciano Curreri.”

  1. quasibiancaneve Says:

    Ma con l’apostrofo o proprio, consapevolmente, senza?

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