Note di lettura: “Il postino di Mozzi” di Fernando Guglielmo Castanar.

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di Luigi Preziosi

A queste Note di lettura non può proprio mancare Il postino di Mozzi (Arkadia editore), che con tutta evidenza fin dal titolo lascia intuire un coinvolgimento del fondatore di questo sito. E’ opera di Fernando Guglielmo Castanar, autore appartato a quanto si sa, e che, a voler attribuire al racconto una coloritura di autofiction, realizza il suo progetto letterario solo dopo una lunga e tormentata attesa della pubblicazione. Il libro sfugge ad una definizione precisa, pur essendo a prima lettura evidente la sua natura di raccolta di racconti: come tale se ne può anzitutto parlare, senza dimenticare però altre sfaccettature che lo rendono un’opera più complessa di quanto appare.

In questa prospettiva, il libro risponde, con felice tempestività, a quella tendenza a rivalutare il genere che ultimamente sembra farsi strada con una certa insistenza. Una recente indagine tra alcuni critici promossa da L’indiscreto ha sancito l’insorgere di una sorta di nostalgia del racconto, pur nel predominio straripante del romanzo (per lo meno sotto il profilo della sua fruizione di massa, e del conseguente successo editoriale). Ad essa si affianca una specie di incredulo stupore circa la contraddizione tra l’attitudine contemporanea al consumo veloce delle emozioni e la posizione marginale del racconto rispetto ad altre forme del narrare. Comunque sia, il racconto non pare oggi comunque in cattiva salute, e lo dimostra la vivacità di alcune iniziative (siti e case editrici specializzate) e certe recenti uscite meritevoli di ben più di una citazione. In prima fila, questo Postino di Mozzi, raccolta notevole anche ad una prima superficiale lettura per la straordinaria invenzione narrativa che la sostiene.

Il postino di cui al titolo è il portalettere che consegna da anni i plichi dei testi che autori in cerca di editore mandano a Giulio Mozzi, sperando in un suo giudizio benevolo, o meglio ancora, nel suo interessamento per una futura pubblicazione, convinti (a ragione) che da un suo assenso possa dipendere il destino della loro creatura letteraria. In tempi lontani, lo stesso postino aveva ceduto alla tentazione di mandare “una cosa” (“chissà perché noi scrittori chiamiamo “cosa” le cose che scriviamo?”, ironizza lui stesso) a Mozzi, dal quale non aveva ricevuto risposta. Per rappresaglia, o per scherzo, o per indagare sulle reazioni degli altri, posti di fronte alla stessa delusione, incomincia ad intercettare alcuni dei plichi indirizzati allo scrittore padovano. Continuerà così per anni, attirando sull’inconsapevole Mozzi le reazioni più disparate: c’è chi insiste, chi esige risposte, chi investe il destinatario mancato degli invii con espressioni di amara delusione nei suoi confronti, ma anche verso il sistema di potere che presiede alle patrie lettere, così evidentemente incline a favorire i soliti noti e a lasciare, come luogo comune insegna, senza risposte chi vale davvero.

Soltanto il giorno prima del suo collocamento in pensione deciderà di informare del pluriennale inganno il legittimo destinatario postumo dei plichi. E gli rispedirà una ricca antologia composta di frammenti di romanzi, schemi di testi narrativi allo stato grezzo, racconti pronti per la pubblicazione, lettere ed e – mail. Il risultato è un insieme di “corpi”, nella duplice accezione di corpi del reato e di corpi inanimati, privati come sono stati della possibilità di interloquire con il mondo tramite la pubblicazione. Così li definirà Castanar rivolgendosi allo stesso Mozzi: “…ho cancellato la numerazione originale con cui gli autori avevano contrassegnato le pagine ….in questo modo il materiale numerato assieme a queste mie note può prendere una sua forma, diventare una raccolta di corpi. … i corpi sono la prova delle parole che le ho sottratto.”

Ed è così che la somma dei corpi prende vita, generando un testo diverso dalla pura raccolta, destinato ad una esistenza autonoma, non dipendente da quella, a volte allo stato fetale, a volte già ben delineata, che si intuisce presente in ognuno di quelli che la compongono.

Gli autori che contribuiscono all’impresa sono un trentina, e meritano, non essendo possibile qui una analisi nemmeno sommaria di ognuno dei loro scritti, almeno una citazione: Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Mauro Baldrati, Mario Bianco, Valter Binaghi, Adrian N. Bravi, Marco Candida, Riccardo De Gennaro, Marco Drago, Riccardo Ferrazzi, Nunzio Festa, Francesco Forlani, Matteo Galiazzo, Sergio Garufi, Alessandro Gianetti, Carlo Grande, Franz Krauspenhaar, Marino Magliani, Emilia Marasco, Claudio Morandini, Paolo Morelli, Giulio Mozzi, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta, Alessandro Zaccuri, Stefano Zangrando. Che cosa possono avere in comune questi autori, considerata anche la natura diacronica della proposta dei testi, la cui composizione, secondo quanto diligentemente annota Castaner, raccoglie più di una quindicina d’anni di invii?

I testi sono evidentemente disomogenei: per il contenuto, non essendo legati da alcun filo conduttore tematico (di cui sono spesso intessute le raccolte di racconti), per evidenze stilistiche e per i rispettivi rapporti con la materia narrata. L’elemento narrativo su cui ogni corpo converge è lo stesso Mozzi, o meglio ciò Mozzi può offrire ai suoi interlocutori, sia in via diretta, con note immediatamente indirizzate a lui, per ottenerne giudizi e domandargli ragioni dei suoi inspiegabili silenzi, sia in via indiretta, con proposte di testi narrativi o di schemi di narrazioni più o meno conclusi. Confessa lo stesso Castanar: “…lei non può neanche immaginare quanto amerei ricevere una risposta, e, quanto, con lei, amerei dare una risposta alle mie ventennali domande, una spiegazione ai miei gesti, allora il ribrezzo che mi accompagna non si spiegherebbe, ma forse sì, si giustificherebbe solo così”. Si disegna così, con parole cariche di disincanto, la relazione tra lo scrivere e la spiegazione di se stesso che molti si attendono dalla scrittura. Chi investe molto nella scrittura, a buon diritto pretende risposte, e la pubblicazione diventa in qualche misura strumentale all’aspirazione di interpretare se stessi, nella forma mediata della narrazione che consente di schermare ciò che si desidera, e al tempo stesso di conoscere parti di sé stessi trascurate.

Di un tormento tutto sommato analogo, ma scaturito dal punto di vista simmetricamente opposto, Castanar rende doverosamente conto riferendo un brano dello stesso Mozzi: come riuscire a trovare negli altri ciò che definisce il “dono” dello scrivere, come discernere negli altri ciò che anima lui, e di cui è consapevole, e non ingannarsi, ed ingannarli? Scriverà in un brano che Castanar ha sottratto pure a lui: “Queste persone scrivono i loro libri, e non li scrivono certo perché io li aiuto o li sostengo o gli dico come fare o gli risolvo i problemi…Tutto ciò che devo fare, è stare lì. Esserci. Io sono quello che ci crede, che pensa che tutto questo abbia un senso. Sono quello che può testimoniare: che giocarsi un pezzo della vita su una storia o venti storie o sessantaquattro storie da raccontare è una cosa che ha un senso. Io l’ho fatto, la mia esistenza in vita dimostra che ha un senso”.

Una sensazione di attesa, più o meno esplicita, pervade gli appelli, privi di risposta per assioma, di Castanar e di alcuni degli autori a Mozzi. L’indugiare così evidente su di esso allude anche ad una condizione comune nei nostri anni. L’attesa del consenso affligge tanti, a volte anche chi dovrebbe rispondere in primo luogo alla esigenza personale di esprimere la realtà, come può, come sa e come la vede, per poi riversare ciò che di essa ha scoperto nella scrittura.

Intorno a questo nucleo centrale unico Castanar chiama a raccolta un folto numero di autori tra i più interessanti della nostra narrativa, individuati soprattutto tra coloro che praticano la non semplice arte del racconto. Alcuni sono colti ai loro esordi, o quasi, e saranno pubblicati successivamente all’incontro (mancato?) con il consulente editoriale, suscitando interesse nei lettori e nei critici. Altri, anche all’epoca in cui si erano rivolti a Mozzi, erano già usciti con alcuni libri, ma, per diversi motivi, desideravano un confronto con lui. Ci si offre così, fra l’altro, un minuscolo spaccato di un paio di decadi letterarie, con materiale che potrebbe offrire spunti interessanti anche per qualche appunto di minima di sociologia della letteratura.

Sotto un profilo diverso, questo Postino suona come una sorta di bizzarro omaggio a Mozzi, ad una sua sottintesa centralità nel mondo letterario e soprattutto alla sua riconosciuta autorevolezza nello scouting, allineandosi ad un certo gusto del paradossale non nuovo ai frequentatori abituali di questo sito, e dallo stesso nostro padrone di casa in passato suggerita e a volte alimentata con la creazione di eteronimi ed identità più o meno surreali.

Leggere però Il postino solo come un’antologia sarebbe limitativo e fuorviante. I brani di ognuno degli autori sono inseriti in un altro testo, costituito dalla lunga lettera che il postino indirizza a Mozzi. In essa racconta i suoi furti, le diverse modalità con cui nel tempo li ha compiuti (in un caso, introducendosi in casa dello scrittore durante una sua assenza e copiandone a man bassa la corrispondenza sul personal computer, un’altra nascondendo i plichi nei bancali di un cantiere per poi passare a riprenderli una volta terminato il giro delle consegne), i suoi incontri casuali con lo scrittore, ignaro della macchinazione che lo coinvolge. In essa, soprattutto, rende conto delle motivazioni che hanno animato gli autori a prendere contatti con l’editor, ne racconta le speranze e le delusioni. La cornice deborda rispetto ai frammenti narrativi che racchiude, non ha esclusive funzioni di raccordo o di presentazione dei singoli lacerti, è essa stessa racconto, che per estensione e tenuta narrativa, ha diverso e più ampio respiro dei corpi che non tanto la costituiscono in senso proprio, quanto piuttosto la integrano.

Del Postino quindi può darsi anche una lettura opposta a quella a cui il canone della novellistica, da Boccaccio in giù, ci ha abituato: la cornice ha qui una sua autonomia particolarmente spiccata, ed i brani antologizzati esercitano spesso funzioni esornative o esplicative di ciò che il postino vuole raccontare a Mozzi. Il patto narrativo regge senza sforzo, garantito dalla piena integrazione e coerenza tra i reperti antologizzati e la storia raccontata. I personaggi che popolano Il postino sono incontrovertibilmente reali, il che rafforza l’aura di credibilità della storia. Pochi autori sanno restare in bilico tra verità e finzione e affidare a questo equilibrio buona parte della struttura narrativa del testo, e Castanar si rivela essere a pieno titolo uno di questi. Di uno degli scrittori antologizzati, Sergio Garufi, ad esempio, si riportano ampi stralci di un testo pubblicato a suo tempo su Vibrisse, nell’ambito della serie La formazione dello scrittore, deformato qui dal postino nella parte finale in funzione di forte critica nei confronti delle presunte negligenze di Mozzi. Verità e finzione finiscono per fondersi, e Castanar riesce, grazie anche ad una scrittura sempre garbata pur se non priva di disinvolta ironia, a dissimulare eventuali cesure che marchino le differenze tra realtà ed invenzione (ed in fondo, in un mondo ricreato dalla scrittura, tentare di individuare queste differenze molto senso non avrebbe). Così corpi del tutto eterogenei, assemblati con evidente padronanza nei confronti della materia trattata, suscitano una creatura letteraria nuova, espressione se non della forza, almeno della duttilità della parola, che si dimostra qui capace di rinnovarsi e farsi di volta in volta ancora racconto.

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