Appunti sul concetto di Trinità

by

di Marco Candida

(Questi appunti riprendono qualche pensiero espresso in questo articolo qui)

Mi è venuto in mente che uno dei limiti della storiografia è che si occupa di cose le quali vanno inesorabilmente allontanandosi giorno dopo giorno. A pensarci, questo genera alcuni paradossi. Uno studioso che si concentri in particolare sulle questioni del bellum sociale a Roma nel 90 a.C., e lo faccia da circa quarant’anni, anziché “saperne sempre di più”, dovrebbe “saperne sempre meno” visto che si allontana dai fatti di cui si occupa ogni secondo che passa. Ma non credo uno studioso tenderebbe a sorridere di questo paradosso.

La fantascienza invece occupandosi del futuro si avvicina via via alle cose che ha per oggetto. Qui non ci sono paradossi particolari. Semmai, rispetto alla storiografia, è più facile smascherarla. Ad esempio, gli extraterrestri non si sono fatti ancora vivi come vaticinavano i fumetti degli Anni 50 ambientando le loro storie ai giorni nostri; né usiamo gli areoplani al posto delle automobili per recarci in ufficio, eccetera.

Ecco, una delle qualità della Bibbia è che riesce a intrecciare passato e futuro, mescolando, per così dire, storiografia e fantascienza. Da un lato testimonia di eventi sempre più lontani, dall’altro grazie al libro dell’Apocalisse, di cose a cui ci si avvicina ogni giorno – e non ci sono nemmeno date precise.

La domanda che mi faccio da un po’ è: la Bibbia è quel libro confuso e fantasioso che ci appare oggi? O è percorso al contrario da estremo rigore? Ed è questo rigore estremo che abbiamo perso di vista, non capiamo più. Abbiamo smarrito il senso unitario totale della mastodontica narrazione biblica. Eppure, non solo la Bibbia è un libro che si colloca nel passato e nel futuro, ma essendo “libro”, essendo lì, consultabile, è anche nel presente e ci offre la possibilità di riconquistare quel messaggio unitario fondamentale in esso contenuto. La Bibbia parla di cose passate e di cose future, ma è anche presente.

Allora, se la Bibbia non è un libro fantasioso, bensì rigoroso, è possibile spiegare lo strano concetto di trinità alla luce di una tale regolatezza? In questi appunti abbozzo, certo in modo un po’ goffo per uno studioso, qualche ipotesi.

Già nel Vecchio Testamento Dio appare con diversi nomi, e da questo punto di vista si potrebbe ravvisare una tendenza a presentare Dio stesso, nel Vecchio Testamento, come un’entità non del tutto padroneggiabile. Sì, Dio è uno, e l’unicità del Signore viene a più riprese confermata e ribadita nel corso della narrazione veterotestamentaria, ma il Dio Unico ha quantomeno una molteplicità di nomi a designarlo. Sotto questo profilo, l’elemento trinitario introdotto dalla dottrina del Cristianesimo non è altro che un’espansione di questa sorta di “monoteismo debole” già ravvisabile nel Vecchio Testamento. Dio non solo può avere più nomi, e può presentarsi sotto forme diverse (il roveto ardente), ma può anche assumere intere identità o essere Spirito.

(Un paio di riflessioni a margine: 1) per gli ebrei Dio può diventare un roveto ardente, e questo non è blasfemo, ed è accettato; ma se diventa uomo, questo è dubbio, eresia; 2) Dio in quanto carne viene flagellato, e una volta risorto porta sulla carne i segni di cicatrici orribili, mentre invece a Dio in quanto Spirito, pura immaterialità, nulla accade: pertanto, si potrebbe dedurre (dico, si potrebbe!) che il male non è nel mondo terreno, ma nella carne. Ecco la differenza tra il mondo biblico e ad esempio Dostoevskij: per Dostoevskij il male è nel mondo, e investe sia le persone che le cose – tutti sono dissoluti, maligni o brutti, e tutte le cose mezze rotte e sporche, decadenti, e non è possibile, mai, manifestazione di bene. Invece, Sant’Agostino è assai più  in linea con il messaggio cristiano: secondo il Santo, la carne è la casa del peccato e del dolore, e solo nella condizione di puro spirito non è possibile (è materialmente impossibile) peccare).

A ogni modo, riprendendo il discorso, lo stesso Gesù ribadisce, nel Nuovo Testamento di cui Egli è artefice e protagonista, l’unicità di Dio Padre, e lo fa nel modo più netto e chiarificatore possibile, affermando che il comandamento più importante è il primo: “Non avrai altro Dio all’infuori di Me”. Chiarito questo, Gesù non ha problemi, più tardi, a farsi riconoscere come Figlio di un Dio Insostituibile. Il che non è una contraddizione, ma un’affermazione della consustanzialità Padre-Figlio. Poiché non può esservi nessun Dio all’infuori di Dio, se Gesù è Dio allora Gesù è Dio. Non un rappresentante o la longa manus: è Dio nel suo intero. Il primo comandamento, nell’economia della narrazione biblico-neotestamentaria, viene osservato in pieno nel caso e solo nel caso in cui Dio, per così dire, si sostituisca a Sé stesso.

Il primo comandamento è il principio-guida di ogni evento raccontato nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Tutto ciò che accade non contradice mai, in nessun caso, il primo comandamento. Ecco la straordinarietà del messaggio cristico. Gesù è venuto a spiegare meglio la Bibbia. Il Dio biblico non è quel castigatore severo che può sembrare a un’occhiata superficiale. E’ l’uomo a essere malvagio e a volersi sostituire a Dio per dominare sugli altri uomini (e magari su Dio stesso). L’uomo fabbrica continuamente idoli. Nel Vecchio Testamento Dio interviene per fare piazza pulita di questi uomini – sia di chi si propone come idolo sia di chi a questi da corda adorandoli. E se qualcuno pensa di potersi sostituire a Dio o di potersi mettere alla pari con Lui o che si trova nella posizione (anche senza volerlo) di poter essere venerato come un dio, allora Dio è costretto ad agire. Si veda la storia di Giobbe, buon osservatore delle leggi di Dio, ma che proprio per questo avrebbe finito per essere paragonabile a Dio stesso. O come altro esempio lampante si veda Mosè che se avesse portato il popolo d’Israele nella Terra Promessa, sarebbe inevitabilmente stato venerato come un dio e avrebbe regnato come un dio. Così, il Signore non volle fargli vedere la Terra per cui Mosè tanto aveva combattuto e sofferto. E poi, ovviamente, il figliolo di Dio. Che è Dio, ma anche Uomo, e che è stato martoriato nei modi peggiori, perché non può esserci un Dio in Terra, quand’anche questi – il Vangelo lo dimostra –  fosse il Dio Vero. E poi, Gesù è l’Agnello offerto da Dio agli uomini per togliere i peccati dal mondo. Anche qui, se vogliamo, una ripresa e un’espansione dell’episodio biblico di Abramo e del figlio Isacco. Il Dio biblico non vuole sacrifici umani. Non solo, ma è disposto a fare Lui un sacrificio umano per le sue creature. Un capovolgimento totale, rivoluzionario – qui sì, quasi eresia. Il Figlio è l’Agnello che Dio offre agli Uomini; e gli uomini non esitano naturalmente a farne ciò che vogliono. Anche in questo caso, è interessante notare come la narrazione rispetti con estremo rigore il primo comandamento: abbiamo un Dio-Padre che fa sacrifici umani agli uomini quasi come a chiedere scusa per il diluvio universale e le altre cose, pur meritate e assolutamente in linea con i principi cardine della narrazione biblica, inflitte alle sue creature; e abbiamo altresì un Figlio che non ha nessun potere di Dio, ma anzi è prostrato e inerme difronte agli uomini. Il Dio del Vangelo è un Dio che si comporta come se non fosse un Dio. Antitesi massima, se ci soffermiamo a riflettere, degli atteggiamenti che generano di solito idolatria: forza, imbattibilità, invulnerabilità.

Ora, è chiaro che nel Nuovo Testamento se Dio è un Dio che non si sostituisce, Lui per primo, a Se Stesso (non dice mai, per dire: “Adesso vi faccio vedere di che cosa sono capace”, o se lo fa lo fa attraverso opere buone e meravigliose come camminare sull’acqua o guarire i malati), allora anche il concetto stesso di Dio è un concetto ad alto potenziale esplosivo. Se il primo comandamento è il più importante, e non esiste un Dio al di fuori di Dio, come si fa a dire infatti con sicurezza: “Dio è questo” o “Dio è quest’altro”?. Come si può dire: “Dio è Uno, Vero, Bene”? Se fossimo in grado di stabilirlo, allora noi il concetto di Dio lo padroneggeremmo. Saremmo noi i padroni. Noi decideremmo. E presto fabbricheremmo vessilli, bandiere, gonfaloni… Ma così si contravverrebbe, e nel modo più paradossale, al primo comandamento. Allora, ecco il trinitarismo. Il trinitarismo serve a gettare quell’incertezza necessaria a non padroneggiare mai pienamente un concetto tanto vasto e inesauribile e inafferrabile (e potente – oh sì, tremendamente potente) come quello di Dio. Dio è unità e trinità, e questo per l’uomo è inconcepibile, dunque è incomprensibile, e se non si può capire, non si può padroneggiare. Ecco il senso della trinità divina all’interno della logica (logica, sì) narrativa del Libro di Dio – dove ovviamente non viene espressa a chiare lettere la trinità divina, ma che è assai plausibilmente deducibile, così come assai plausibilmente deducibili sono i concetti fisici di spazio e tempo…). E la disputa nicena e la teologia negativa… tutto questo non fa che confermare quanto l’espediente, dopotutto, abbia funzionato. L’uomo difronte a Dio è inerme, e non può nulla. Persino il concetto stesso di Dio non gli è chiaro. Venera qualcosa che non riesce a comprendere, non può, non gli è dato. Non è in suo potere.

Ecco, più o meno è qui che volevo arrivare con i miei appunti sul concetto di trinità, e mi fermo.

24 Risposte to “Appunti sul concetto di Trinità”

  1. fabio painnet blade Says:

    Ciao Marco , anzitutto tanti auguri e buon anno.
    La Bibbia mescola storiografia e fantascienza? testimonianze e vaticini apocalittici? Niente di tutto ciò, nessuna immaginazione e nessun referto di pura cronaca! Nella Bibbia si parla soprattutto di Scienza, in un linguaggio che la scienza (moderna) non può più comprendere. Ma in quanto a rigore scientifico essa ci porta nel campo dell’assoluto nel suo significato di ‘verificabile’ e nell’orbita di una concezione temporale sbalorditiva che anticamente faceva da pilastro all’indefesso sforzo di ricerca e indagine umana.
    Penso così di aver risposto esaurientemente alle tue domande di apertura d’anno e di post. O no?

  2. marcocandida Says:

    Riguardo Gesù come Agnello di Dio ho trovato questi versetti da un opuscolo trovato or ora dal fondo di un cassetto in casa e che si intitola “La Santa Messa. Testimonianza di Catalina”.

    1) Allora gli dissero: “Signore, dacci questo pane”. Gesù rispose: “Io sono il Pane della Vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6, 35)

    2) Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò all’ultimo giorno” (Gv 6, 53-54)

    3) “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 55-57)

    4) Chi mangia questo pane, vivrà in eterno (Gv 6,58)

    Fabio Painnet Blade, l’inizio di questo articolo è una serie di boutade. Questo articolo parla soprattutto dell’esistenza di un principio unico fondamentale da un punto di vista prettamente narrativo. Il principio narrativo unico è. il primo comandamento. Tutto ciò che accade all’interno della Bibbia non può mai contravvenire a questo principio – ed è Gesù a indicare il primo comandamento come il comandamento più importante. La Bibbia è un libro che segue questo criterio narrativo in modo rigoroso – sempre, sillaba per sillaba. E questo per me è un dato. E’ verificabile. Basta leggere tenendo a mente il primo comandamento. Poi, che la Bibbia sia stata scritta da un alieno di nome Jahvè, che sia Scienza o Storia…. dimostra semplicemente quanto questo alieno fosse un ottimo scrittore, un profondo conoscitore di tecniche narrative – oltre che un ottimo esperto di manipolazioni genetiche, medico, astronauta, cosmobiologo eccetera…. E le tecniche narrative Jahvè le sapeva applicare. .

  3. fabio painnet blade Says:

    In realtà quelle che definisci ‘boutade’, sono interrogativi che appassionano da tempo la comunità scientifica oltreché quella teologica; sono a mio avviso ‘gli interrogativi’. Come sai la Bibbia è un’opera polisemica (per i cabbalisti questa polisemia è ricchezza), come la Divina Commedia si offre perciò a diversi livelli di lettura (almeno quattro, mi risulta) . Uno di questi è considerato segreto e compete agli iniziati, ma oggi, sulla traccia dell’opera di de Santillana siamo in grado di scoprire nei testi sacri (non solo ebraici) , in virtù di indagini alfa-numeriche – quindi non solo testuali come prediligono i teologi – e attraverso il linguaggio arcaico del mito , importanti dati astronomici, quindi scientifici proprio perché combaciano (e qui entriamo nel campo della verifica) con le misurazioni rilevate dagli astronomi dei nostri giorni. Ora, quella che mi è sembrata una corretta riflessione sull’enigmaticità del concetto trinitario, in opposizione al principio di unicità biblico (una costante, come giustamente affermi, negli scritti del VT), può trovare conferme nel significato simbolico (anche in chiave astronomica) del numero tre.
    La posizione del Card G.Ravasi , e cioè dell’esegesi cattolica, individua nel numero tre il significato di ‘totalità’, ma se vogliamo approfondire possiamo anche considerare il vincolo umano coi tre sistemi cosmici di riferimento: ciclo precessionale, lunare e terrestre, ovverossia dio, semi-dio, uomo, sistemi interconnessi fra loro ma subordinati all’unicità e alla stabilità del millenario ciclo di precessione degli equinozi (quello che Platone considerava l’anno perfetto). E con questo spero di aver aggiunto qualche contributo ai tuoi pensieri, mentre su quanto hai scritto rispetto ad alieni e abilità letteraria di Yhwe, faccio finta di non aver letto.

  4. marcocandida Says:

    Fabio, di sicuro non è il sottoscritto a ritenere Yhwe un extratterestre o un massone! Dico solo che accanto a letture esoteriche è possibile leggere la Bibbia alla luce del primo comandamento – come se quel comandamento fosse anche una regola inderogabile della narrazione. E funziona! Nella Bibbia ci sono ammazzamenti e quant’altro. Ma come… Dio mi dice “Non uccidere”, e poi lui per primo lo fa. Ma Gesù ha detto: il comandamento più importante è il primo. Non il quinto. O il nono. E perché lo ha detto? Lo ha detto perché Gesù aveva letto la Bibbia. E si era reso conto che qualsiasi cosa accada nel Vecchio Testamento, comunque, è il primo comandamento a non venire mai infranto.

  5. Tiziana Says:

    Post interessante,ma …è lecito pensare che da un punto di vista strettamente spirituale avesse bisogno di “documentarsi” sulla Bibbia?

  6. fabio painnet blade Says:

    Il primo comandamento come ‘regola inderogabile’ lo posso capire, benché mi risulti piuttosto difficile pensare all’intero corpo di testi biblici, o anche solo a quello del VT come una narrazione omogenea, per il fatto che omogenea non lo è di certo. Immagino che anche tu riconosca quanto sia difficile per gli studiosi confermare questo dato dal momento che gli autori dei singoli capitoli sono ritenuti sconosciuti nel nome e nella quantità e immagino sappia bene che i testi non sono attribuibili ad una sola epoca. Risulta estremamente difficile allora datare l’opera, anche parzialmente, eccezion fatta per gli scritti del Pentateuco che una certa tradizione rabbinica, e solo quella (quindi un po’ pochino per fornire conferme), indica essere stata redatta in epoca mosaica. Detto ciò posso tuttavia riconoscere che, in perfetta continuità temporale, coloro che hanno scritto numerosi fra i tanti testi, si fossero attenuti rigorosamente a questo principio di unicità. L’elemento originale, rispetto la pluralità degli déi classici, viene ribadita proprio dal sistema di riferimento centrale, dalla necessità di uniformare il tutto alle regole dell’unico. Ma bisogna tener conto che gli antichi si esprimevano in un linguaggio mitico e quindi, anche nel VT i termini di questo linguaggio attinto dal passato, pare, fossero ancora in auge. Invece, rispetto alla preminenza del primo comandamento nei Vangeli, solleverei qualche dubbio. Teologicissimo dubbio. Il Cristo infatti è stato condannato proprio per aver infranto precetti considerati imprescindibili per la cultura giudaica. Il primo comandamento per il vero non lo ha infranto anche se, definendosi discendente dell’unico Dio, minava alla base il concetto stesso di unità, indivisibilità e onnipotenza. Non mi risultano invece passi in cui egli specifica nel dettaglio una graduatoria del celebre Decalogo. Pertanto, il dubbio sul passaggio dall’unicità alla trinità, fuori dai criteri di una lettura arcaico-cosmologica, rimane. Mi piacerebbe ti soffermassi meglio su questo punto che poi, mi è parso essere il pilastro portante del tuo articolo.

  7. marcocandida Says:

    Riguardo la lunghezza della Bibbia può forse essere interessante questo raffronto. La Bibbia ha quasi 800.000 parole. Guerra e Pace 600.000. (Dati errati e approssimati, ma che servono solo per far dar l’idea che la Bibbia non ha una lunghezza ineguagliabile).

    Fabio, no, la graduatoria del Decalogo nel Vangelo non c’è – la faccio io. Ma c’è il celebre passo nel quale Gesù afferma che il comandamento più importante è il primo.

    Gesù non può minare all’unicità di Dio-Padre “definendosi discedente dell’unico Dio” (come scrivi nel tuo commento) essendo Lui Stesso Dio.
    Questo è importante.
    Ario sosteneva che in Gesù l’aspetto umano prevalesse sul divino, facendo diventare il Figlio di Dio un essere subordinato al Padre, e negandone la consustanzialità – Ario dice: “Gesù non è della stessa sostanza del Padre”. Ma questa è un’eresia. Perché se cominciamo a dire che Gesù è inferiore al Padre allora, collassa conseguetemente tutta quanta la logica della narrazione neotestamentaria. Perché se Gesù non è Dio, allora Egli infrange il primo comandamento,e se non è Dio, gli apostoli, e la Chiesa, idolatrano un uomo come gli altri, e insomma viene giù tutto.

  8. fabio painnet blade Says:

    In realtà avevi ragione tu! Devo ri-confutare tua affermazione (l’ultima) restituendo ciò che avevi correttamente espresso prima , ovvero: la graduatoria c’è. In Marco (da me scordato nella sua effettiva traduzione masoretica, occupandomi prevalentemente di VT.) vi è una chiarissima graduatoria, nel senso che il primo comandamento biblico la fa da padrone, sebbene associato ad un secondo, e forse nemmeno inferiore rispetto all’esempio del Cristo terreno; tuttavia , di sicuro nel primo comandamento, pr ciò che concerne l’evnglst Marco, l’unicità del dio di Abramo è preminente, inconfutabile. Mi scuso per la precedente sbadataggine. Ciononostante, in una lettura strettamente evangelica, bisogna ricordare l’altrettanto celebre passo di Matteo dove, nella stessa testimonianza, come primo comandamento (ancora in duplice valenza) pone in risalto non l’unicità , che invece non è nemmeno contemplata, ma l’Amore verso l’Altissimo e verso il prossimo, che in un azzardo interpretativo (per sillogismo logico), potremmo tranquillamente associare. Dio pertanto è posto da Matteo e sul piano dell’Amore, allo stesso livello del nostro prossimo (Dio=persona sofferente), cioè di colui che ha bisogno di aiuto . Entrambi, insomma, vanno amati allo stesso modo. Qualcuno ha scritto che per ‘prossimo’ va inteso il sofferente, quando non il ‘tuo stesso nemico’. Ed in realtà, come già una certa lettura laica ha posto in risalto, questa incredibile associazione fra il Dio eterno/superno e il tuo nemico/sofferente, rappresenta la vera svolta teologica rispetto a tutte le altre confessioni/ religioni.

  9. marcocandida Says:

    Comunque, Fabio, quello che importa non è che Gesù lo abbia detto, ma che quel principio unico che regola la narrazione biblica sia verificabile nel testo biblico.

    Ma come mai poi mi è venuta in mente questa faccenda del principio unico che regola la narrazione eccetera?

    La cosa curiosa è come mai non mi sia mai venuto in mente prima. E la risposta è semplice, semplicissima… Perché la Bibbia è un insieme di libri, non una narrazione unica. Allora, non mi ha mai sfiorato l’idea di leggere la Bibbia come se fosse un libro solo, una narrazione unica.
    Poi, per puro caso l’ho fatto (nel 2015) e mi sono accorto che funzionava. Succede nella Bibbia, fondamentalmente, sempre la stessa cosa. Tutti gli eventi sono riconducibili a una regola fondamentale, ossia l’umiliazione, l’abbassamento del potente declinato in tutti i modi possibili. Dopodiché, scopro che Gesù stesso aveva indicato nel primo comandamento il comandamento più importante. Guai a credersi all’altezza di Dio. S’immagini ora che concetto alttissimo possa avere io di Gesù…. non solo tutto quello che sappiamo, ma anche un intellettuale incredibile.

    Perciò, la Bibbia non è affatto un insieme di libri fantasiosi cuciti assieme confusamente. E ci sono le mille implicazioni che questo comporta. Mille, mille implicazioni…. E mille cose che da oscure e incompresibili che erano diventano molto più familiari. 😉

  10. fabio painnet blade Says:

    Il principio dell’unicità del Dio in via generale esiste, ma la cosa non trova riscontri rigorosi. Sono stati scritte molte pagine di approfondimento su questo tema e perfino la versione più manipolata della Bibbia (quella della Cei che ciascuno conserva nella libreria di casa) solleva dubbi tali da incentivare le speculazioni più astruse (extraterrestri o quant’ altro). Perciò la risposta alla tua domanda è decisamente negativa, considerato che questo è uno di quei casi in cui bastano poche eccezioni per ribaltare la tesi di partenza. E le eccezioni nella Bibbia canonica non mancano di certo. Allora possiamo dire che la Bibbia contiene ben altro che semplici significati teologici. Le mie osservazioni, in definitiva, miravano a constatare che, nonostante il suo aspetto spirituale, la Bibbia rappresentasse un testo di riferimento di una certa rilevanza
    proprio dal pdv scientifico, piuttosto che teologico o storico; da essa possiamo dunque estrapolare riferimenti esatti e ampiamente comprovabili. Insomma, da credente dovrò e dovremmo farci piacere l’idea che la Bibbia possa essere un testo affidabile sotto il profilo scientifico. Ed allora – sarebbe lecito chiedere – sotto quale aspetto in essa sono annessi riferimenti di alto valore documentale? La risposta è: sotto il profilo scientifico! Ma per capire questa affermazione dovremmo anzitutto comprendere la
    lezione di studiosi come Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, dovremmo provare a riesumare criteri perduti di analisi dello spazio e del cosmo, che per gli antichi significava soprattutto,
    l’osservazione dei cicli temporali dei moti astrali e planetari. Il tempo è la misura del cielo, per l’appunto.
    Per familiarizzare con questo metodo diventa allora necessario accantonare secoli di positivismo o di esegesi teologica (specialmente cattolica) e saperci addentrare nella riscoperta di un linguaggio mitico, talvolta poemico, in cui le raffigurazioni antropomorfizzate riproducevano astri e cicli cosmologici
    e non fatti realmente accaduti.

  11. marcocandida Says:

    Fabio,in questi appunti ci si limita a indicare un principio di fondo che regola (o regolerebbe, se preferisci) la narrazione biblica. Questo principio è nel testo, e non c’è bisogno del Codice di Leningrado per individuarlo. Il principio è etico, e le storie della Bibbia sono etiche. Può darsi contegano anche scienza e quant’altro, ma ciò non esclude la coesistenza con quanto si fa presente in questi appunti.

  12. fabio painnet blade Says:

    ’il principio è nel testo e non occorre il codice di Leningrado per individuarlo’.
    In realtà, Marco, credo che non basti il codice di Leningrado per individuare nella Bibbia (solo) il concetto di cui dicevamo, o meglio, per sottrarlo alle pretese arbitrarie di studiosi e rabbini. Quando infatti, sullo stesso testo si accaniscono tanti ‘esperti’, ciascuno con le proprie convinzioni e le proprie cattedre, ma con ben poche argomentazioni al seguito, credo non basti soltanto un codice, dacché la lingua di partenza, come ben sai , pare esser concepita allo scopo di confondere i significati, anziché dipanarli. Un intellettuale moderno, categoria alla quale sembri appartenere, non può quindi limitarsi a fornire la ‘sua’ interpretazione dei Testi, o valutare la funzionalità di un aspetto fideistico, ritengo altresì, permettendomi di alzare un po’ l’asticella del confronto, che ci si debba ragionevolmente domandare il fine ultimo di questi sconosciuti autori, il vero scopo del loro espediente linguistico. Questo è ciò che, oggigiorno, si domandano i più, visto che, davanti a testo privo di vocali sarei capace pure io di trasformare il Mein Kampf in una catechesi per ragazzi. E mi scuso per il paradosso.

  13. fabio painnet blade Says:

    Possiamo pertanto affermare, senza scandalizzare nessuno, che un testo a-vocalizzato si presta molto facilmente ad ogni tipo di soluzione o di messaggio, se vuoi. Ben più complesso si presenta invece il lavoro per coloro che, appurato il carattere altamente interpretabile del codice espressivo, si ponessero il compito di scoprire se in esso è possibile o no, individuare principi assoluti, ovvero non manipolabili. Ebbene, solo la matematica/ astronomia offre una simile opportunità, ed allora mi domando e ti domando: ritieni sia intellettualmente corretto ignorare un simile bagaglio di nozioni (contenuto cifrato), ammesso e dimostrato che queste siano inequivocabilmente riscontrabili negli scritti biblici? Se di questo vogliamo discutere, gentile Marco, sono a tua completa disposizione, anticipandoti fin da ora come un approccio scientifico risulti, in realtà, molto più efficace per sconfessare le bislacche costruzioni di sedicenti ufologi e dei loro numerosi sostenitori, che oggi possiamo trovare – strano a dirsi – perfino fra eminenti rappresentanti del clero cattolico. Ti ringrazio per l’attenzione

  14. marcocandida Says:

    Fabio, che dire? Visto che parli del catechismo, mi viene in mente la parabola del seminatore (Mt 13, 1-23).

    «1 In quel giorno Gesù, uscito di casa, si mise a sedere presso il mare; 2 e una grande folla si radunò intorno a lui; cosicché egli, salito su una barca, vi sedette; e tutta la folla stava sulla riva. 3 Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: «Il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. 5 Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; 6 ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. 7 Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9 Chi ha orecchi [per udire] oda». 10 Allora i discepoli si avvicinarono e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?» 11 Egli rispose loro: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato. 12 Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha. 13 Per questo parlo loro in parabole, perché, vedendo, non vedono; e udendo, non odono né comprendono. 14 E si adempie in loro la profezia d’Isaia che dice: “Udrete con i vostri orecchi e non comprenderete; guarderete con i vostri occhi e non vedrete; 15 perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non rischiare di vedere con gli occhi e di udire con gli orecchi, e di comprendere con il cuore e di convertirsi, perché io li guarisca”. 16 Ma beati gli occhi vostri, perché vedono; e i vostri orecchi, perché odono! 17 In verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi vedete, e non le videro; e udire le cose che voi udite, e non le udirono. 18 «Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore! 19 Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. 20 Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, 21 però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. 22 Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. 23 Ma quello che ha ricevuto il seme in buona terra, è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta».

    L’Agnello di Dio è consapevole fin dal principio di una cosa: tutto ciò che farà, esclusi pochi beati, non verrà compreso, cadrà nell’indifferenza, nell’insensibilità. Non solo, ma Gesù vuole che sia così: “capire” è un dono che Il Figlio di Dio concede solo a pochi beati. Ecco perché si esprime in parabole, e rende difficile la comprensione alle “folle”. In questo senso, si potrebbe dire che sia Gesù stesso a condannare l’uomo a ucciderLo. Gesù non è venuto per farsi capire. E’ venuto per farsi ammazzare.

    Se gli uomini non hanno “capito” il Dio del Vecchio Testamento, Gesù dà per scontato che gli uomini non capiranno quello del Nuovo, anche se i metodi di comunicazione sono radicalmente diversi. Di là un Dio sterminatore, rabbioso verso gli uomini peccatori, di qua un Dio guaritore e sottomesso. Naturalmente, come in ogni narrazione il lettore è dalla parte del “protagonista”, e non è certo lui a non “capire” le parole di Gesù. 😉

  15. marcocandida Says:

    Quanto al fatto, Fabio, che la Bibbia rappresenterebbe cicli cosmologici e non fatti realmente accaduti, vale la pena di ricordare che Gesù, ad esempio, viene menzionato anche da Svetonio, Tacito e Plinio Il Giovane.

  16. fabio painnet blade Says:

    Scusa se non preciso continuamente, ho parlato di dimostrazioni e te le proporrò (diritti d’autore permettendo) quanto prima, ma come specificato, esse riguardano solo il Pentateuco (ogni studio ha un suo limite),qualcosa tuttavia riguarda anche i Vangeli, mi par di ricordare.
    Sì, la parabola è nota fin dall’ infanzia e per quanto riguarda le citazioni del Gesù storico esso è appurato da fonti diverse (quindi attendibili), non le discuto in virtù del ‘metodo’ storico’, tuttavia nei libri del VT ci sono anche parecchi numeri i quali, al contrario dei testi, fino all’ultima modifica della Cei (recentissima), non sono mai stati cambiati nel tempo, forse perché non considerati materia di studio nè per teologi nè per matematici.

  17. fabio painnet blade Says:

    Qui, insomma, stiamo cercando di capire, non tanto l’attendibilità dei riscontri storici (che non sono in discussione) sull’esistenza del Gesù, ma se gli evangelisti, naturali eredi di un’ antica tradizione, utilizzassero un linguaggio arcaico che non prevedeva cronache di fatti accaduti , ma rappresentazioni venute fuori, come in un lavoro letterario, da formule poemiche e immaginarie mescolate ad elementi storici, criptando nella simbologia numerica importanti dati scientifici. Che i narratori della vita di Cristo non facessero cronache fedeli dovresti, da scrittore, comprenderlo bene e l’incongruenza fra le differenti versioni evangeliche dei medesimi eventi, dovrebbe averlo ampiamente dimostrato. Per questo sono estremamente interessato a discutere con te queste faccende, piuttosto che con teologi o matematici, il cui contributo alle mie/nostre ricerche è stato assai deludente.

  18. marcocandida Says:

    Fabio, sarà anche vero che ci siano incongruenze tra le differenti versioni evangeliche, ma nella Bibbia che ho qui in casa leggo in Marco il titolo: “Gesù, Signore del sabato” = (Mt, 12:1-8; Lu 6-1-5) e subito dopo “Gesù guarisce l’uomo dalla mano paralizzata” = (Mt 12:9-14; Lu 6:6-11). Insomma, per ogni episodio raccontato nel Vangelo da uno degli evangelisti viene indicato anche dove si può leggere lo stesso episodio da un altro evangelista. Quindi, non discuto che ci possano essere incongruenze tra le varie versioni, ma c’è indubbiamente anche trasparenza, onestà. Questo è un elemento curioso; di solito, “incrogruenza” e “trasparenza” sono concetti molto distanti tra loro. In questi passi che ho preso ad esempio in modo assolutamente casuale Gesù fa notare che non l’uomo è stato fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo. L’uomo è lavoratore, e può raccogliere le spieghe anche al sabato, o guarire un malato, anche al sabato. Può farlo, se compie opere di bene, e se per lui è necessario farlo. E dice, l’Agnello di Dio: “Voglio misericordia e non sacrificio!”. Chi lavora di sabato (o discute…) non va accusato o condannato. 😉

  19. fabio painnet blade Says:

    Ah, Ah. Bellissima la parentesi in chiusura.
    Buona domenica, Marco. Se ti fa piacere, lunedì ti allungo qualcos’altro.

  20. marcocandida Says:

    Tiziana, io non lo so se sia “necessario” “documentarsi per credere”. Ho solo controllato se per caso esiste un principio unitario di logica narrativa all’interno della Bibbia e l’ho trovato. Certo, per farlo ho dovuto aprire il Libro dei Libri e leggerlo: questo a un buon cattolico può sembrare oltremodo oltraggioso. Paul Claudel diceva: “I Cattolici hanno un grande rispetto per la Bibbia, e infatti non la aprono mai”. 😉

  21. fabio painnet blade Says:

    Arìeccoci Marco!
    . Penso anzitutto che incongruenza non significhi necessariamente mancanza di onestà di qualcuno. Le varie incongruenze incontrate nei Vangeli dimostrano solo che essi provengono dall’ impegno di onestissimi e appassionati narratori e non di semplici cronisti (padre Alberto Maggi, Direttore Centro studi biblici Vannucci – Macerata). Condivido quindi il leitmotiv biblico dell’unicità del Dio d’Israele, poiché ciò non contraddice minimamente i contenuti scientifico-astronomici. Allora – mi chiedo – perché ignorarli? Fornendo un riscontro scientifico credo solo di esser venuto incontro alle intenzioni degli antichi redattori biblici che, rimango convinto, con l’utilizzo di un linguaggio arcaico volevano rafforzare il valore spirituale dei loro scritti, tecnica che – come già accennato – pare seguisse anche un certo Alighieri. Mi ricollego a un tuo post per spiegare meglio la cosa. Se non sbaglio, domandavi il motivo del trentaquattresimo canto dell’ Inferno, e fornivi peraltro una risposta teologica abbastanza efficace. Ebbene quella tua risposta, secondo quanto sostenuto in questo commentario, non sarebbe altro che una, fra le differenti chiavi di lettura possibili. Menzionerei fra queste anche la versione qabbalistica, oltre quella scientifica astronomica che riconduce, se ci hai badato, al famoso numero precessionale 144 più volte riportato nei suoi multipli entro i testi biblici di Vecchio e Nuovo Testamento (Apocalisse: 144000 segnati delle tribù di Israele; 1440 mesi = 120 anni in Genesi 6: 3). Questo numero indica due gradi del ciclo precessionale di 71,165 anni (per Dante: 14233 versi / 100 canti), di 71,4… anni (in Genesi) e di 71,4…anni (per l’astronomia moderna. Ma la corrispondenza fra la cifra criptata nella Genesi e quella attuale, collima fino all’ultimo decimale) . E qui torniamo a bomba sulla chiave scientifica e sulle corrispondenze delle misure riscontrabili nel VT e nella DC con quelle astronomiche rilevate nel Ventesimo secolo, .
    Per la ghematriah , invece (tecnica qabbalistica di scomposizione e sommatoria delle componenti numeriche di una cifra), i tre cantici principali della DC, senza l’aggiunta di circa centocinquanta versi di un canto, si sarebbero proposti nella ipotetica forma di 33 canti+33canti+33canti, risolvibili nella imbarazzante combinazione 6-6-6. Non so quanto uno scritto del genere avrebbe fatto piacere al Sommo Pontefice che presumibilmente, proprio come Dante, conosceva bene la ghematriah.

  22. marcocandida Says:

    Fabio, il post al quale ti riferisci è rintracciabile su Vibrisse, e riguarda all’asimmetra tra i 34 Canti dell’Inferno, e i 33+33 di Purgatorio e Paradiso. La cosa che trovo interessante è che Dante abbia inserito l’asimmetria in corrispondenza dell’Inferno. Avrebbe potuto farlo nel Paradiso. Invece l’ha fatto nella Cantica del Regno del Peccato e dell’Errore.

    Sulla qabbalistica, sì ho presente questi discorsi avendo un amico terrapiattista che da anni mi riempie la testa anche di queste faccende. Del resto, nella Bibbia sono stati decriptati messaggi in codice inerenti eventi catastrofici come l’11 settembre o la questione della Corea del Nord mediante il metodo della sequenza di lettere equidistanti. Da romanziere, chissà, forse un giorno non escludo che potrei anche servirmi di queste informazioni per scrivere una storia. L’emozione che mi suscitano questi discorsi, però, si ferma lì.

    Vibrisse è un bollettino di letture e scritture. Scrivere un post su Dante che inserisce un’asimmetria nella struttura della Cantica dell’Inferno eccetera può essere interessante per far notare il grado di padronanza assoluta a cui si può arrivare scrivendo. Il fatto che un libro oggi a noi così misterioso come la Bibbia possa invece essere regolato da un principio unico eccetera può credo risultare interessante per chi legge e scrive. In più, ammetto che questo genere di lettura riguardando un testo sacro e non Conan Il Barbaro o Topolino, e avendo moltissime implicazioni, mi genera forte, forte emozione.

    Perché, vedi, in questi anni si sta attentando a tutto quello che ci hanno detto di credere. Ci hanno detto di studiare, e poi è stato tutto inutile. Ci hanno detto di sognare, e poi ci siamo risvegliati in un incubo. Ci hanno iscritti al catechismo e poi ci hanno detto che Dio è un alieno di nome Jahvé Comandante in Capo di un Esercito di Elohim e che il Paradiso è un Presidio Militare.

  23. fabio painnet blade Says:

    Sollevi questioni molto importanti e complesse da non sottovalutare. Cercherò di riprendere la più grave di esse, per capire se condividi l’urgenza di un’ analisi seria rispetto atteggiamenti mentali votati alla presunzione di travalicare il buon senso (matematico) delle cose e , alla supponenza di possedere qualità divinatorie concesse in grazia, che in passato, col pretesto di ‘tradurre’ ai poveri mortali la volontà del grande ideatore del firmamento, ha generato disastri.

  24. marcocandida Says:

    Aspetto altro materiale, Fabio. Riguardo al tema del Trinitarismo, che ho rivisitato sulla base di un principio unico che ordina la narrazione (“Non avrai altro Dio all’infuori di Me”), ho scritto nei miei appunti che Gesù è necessariamente Dio quando a Lui si sostituisce, ad esempio per “chiarire meglio” alcune leggi i cui severi custodi erano i Farisei. D’altra parte, come sempre nella Bibbia, e in tutta quanta la Bibbia, dato un principio rigido questi diventa lo strumento per mettersi al posto di Dio. Allora, lo stesso principio narrativo che impone, in un certo senso, che Gesù sia Dio quando “chiarisce meglio” il Verbum Dei, è da intendersi dinamicamente, quando Gesù viene crocifisso. Sulla Croce è il Figlio, e non il Padre a esserci. Sarebbe patripassianismo sostenere il contrario: un’eresia. Depoteziando la figura del Padre, verrebbe meno la logica unitaria dell’intera narrazione. Perciò, nei miei appunti dico che Gesù è Dio per far capire che solo Dio può sostituirsi a Dio; ma sempre per lo stesso principio Dio non può mai soggiacere a chi Dio non è. Ecco, allora la necessità del Figlio e della separazione Trinitaria Padre-Figlio-Spirito Santo.

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