Note di lettura: “Prima che te lo dicano altri” di Marino Magliani.

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“Uno è il posto dove si nasce” disse. “Poi ti innestano.” Cosi il protagonista di Prima che te lo dicano altri, ultimo romanzo (Chiarelettere, Milano, euro 11,50) di Marino Magliani, in libreria in questi giorni, identifica la sua vicenda umana, la sua personale parabola esistenziale. Magliani, fedele alla convenzione per cui se vuoi essere universalmente capito devi scrivere del tuo microcosmo fisico ed emotivo, compone qui un altro capitolo, forse il più importante per potenza narrativa e per densità di significati, di una sua personalissima epica personale. L’ambientazione si delinea, almeno parzialmente, su fondali abituali per i suoi lettori, in primis quel lembo estremo di Liguria di ponente, più monte che mare, visto comunque quasi sempre di lontano e a volte come per sbaglio, così spesso presente, come singolare pietra di paragone tra passato e presente, nei suoi libri.
Diverso il coacervo di emozioni che riserva l’Argentina, scenario della seconda parte del libro, luogo di incantamenti e di violenze, difficile da capire e farne parte di sé: così era del resto apparsa già in altre opere precedenti, soprattutto in La spiaggia dei cani romantici (Instarlibri), del 2011. L’autore, dopo alcune opere di incerta classificazione, sospese come sono tra memoria e rimpianto, tra nostalgia e flusso di riflessioni che le cose suscitano, soprattutto Soggiorno a Zeewijk (Amos editore, 2014) e Il canale bracco (Fusta editore, 2015), ma anche, in un contesto più apertamente narrativo, il più recente L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exòrma Edizioni, 2017), ritorna con una prova di maggior respiro, appoggiata su una trama arricchita da azione e colpi di scena. Si tratta di una forma di narrazione che peraltro aveva già dato prova di padroneggiare sapientemente in alcuni romanzi della sua prima produzione narrativa, con il notevole picco di La tana degli Alberibelli (Longanesi, 2009).
Della vicenda narrata, articolata com’è anche su agnizioni e colpi di scena, è bene non rendere conto in ogni dettaglio; è invece doveroso in sede di recensione evidenziarne la ricchezza di motivi che la sostengono e la arricchiscono. La storia si svolge su due piani narrativi, tra il 1974 e un distopico 2024, termine temporale futuro che dimostra come il fascio di sentimenti tra i più intensi che si possano provare difficilmente tolleri un preciso termine di scadenza.
Nel 1974, Leo Vialetti è un bambino di otto anni che vive con la mamma in un paesino della ligure Val di Prino, dove conosce tutti e tutti si conoscono. E’ senza padre, e per questo esposto ai commenti ed anche ai dileggi degli altri bambini del paese. Rimandato in italiano all’esame di seconda elementare, viene avviato dalla madre a ripetizione da un giovane italo argentino, Raul Porti, che vive solitario in una villa già allora un po’ fané, e legge e scrive traduzioni dallo spagnolo.
E’ un’estate senza fine, come tutte quelle degli scolari dell’epoca, che Leo trascorre alternando le lezioni di italiano con innocue chiacchiere nella penombra fresca del carruggio e lunghi vagabondaggi per il paese e per gli immediati dintorni con qualche coetaneo. Le ore passate alla villa contengono però ben di più di monotoni ripassi e letture di testi elementari. Raul sembra avere una cura particolare per quel bambino, gli fa fare ginnastica, gli insegna l’arte dell’innesto sulle piante che ha nel podere, lo porta con sé al mare per insegnargli a nuotare o in qualche terreno adiacente alla villa, da cui ancora si può vedere il mare in lontananza. Una di queste lezioni sul campo si trasforma in profezia: “Sul colle di Bastera si fermano, scende prima Leo, Raul Porti mette il cavalletto. «Perché ci siamo fermati?» «Lezione di geografia, Leo. La valle si trasforma… Ricordati questa data, estate 1974, colle di Bastera. Tutto quello che vedi da Dolcedo, Ripalta, Asinelli e Isolalunga e fin qui e poi fin giù al mare, un giorno sarà una scalinata di case”.
Molti anni più tardi, Leo potrà constatare ogni giorno in che misura la previsione si sia avverata: la valle è tutto un susseguirsi di costruzioni, accanto a vecchi borghi ristrutturate si sono negli anni assiepate schiere di villette che occupano quasi per intero i fianchi dei colli. Speculazioni edilizie ben mirate hanno colmato di cemento quelle valli, deturpandone la scabra bellezza, e attirando d’altro lato un turismo che ai tempi dell’infanzia di Leo si manifestava in forme di gran lunga meno invasive.
Alla fine dell’estate, Raul rivela al suo allievo che sta per partire per l’Argentina, dove intende dedicarsi a nuove attività in campo immobiliare. Leo non lo rivedrà più, e si rinchiuderà di nuovo in se stesso, come a difendersi dai pregiudizi e dalle piccole cattiverie che si indirizzano ad una figura “diversa”, un sanza paje, non omologabile rispetto ai canoni in uso tra i suoi compaesani.
Passano cinquanta anni, trascorsi dentro un angusto orizzonte fisico e psicologico, delimitato dalle sponde di montagna che incombono sulla valle, in un continuo e a volte forzato incrociare le stesse facce, spesso più sopportate che amate, coltivando qualche oliveto dalla magra rendita, e cacciando, regolarmente ma anche di frodo. La villa Porti, ormai abbandonata e priva di proprietari, viene messa all’asta dal Comune. E’ allora che Leo decide di comprarla, e per essere sicuro di avere abbastanza denaro liquido per farlo, vende alcuni suoi terreni a Christel, un’agente immobiliare olandese, con la quale abbozza (o piuttosto immagina) una relazione, subito abortita. Alla villa, ora sua, Leo dedica ogni attenzione, impegnandosi in una faticosa opera di bonifica del giardino dell’orto, per liberarli da infestanti e rampicanti. Ritrova, così, inquietanti reperti di un’archeologia vegetale appartenente solo a loro, il piccolo Leo e Raul il professore: “I calli delle piante e le cellule nuove, gli anelli sui cerchi vecchi, un albicocco Montclar, un arancio a polpa bionda, un fico domestico propagato tramite pollone radicato, un nespolo del Giappone: non s’era salvato nulla. Un nulla senz’anima e mineralmente vivo, eterno… I resti delle piante trasformate in sgorbi, con innesti che avevano causato nanismi o ipertrofie, la morte di sole parti aeree, con deformazioni di ogni tipo, gigantismi. Erano le chimere: la linfa a un certo punto non aveva più circolato e le piante erano morte da sole, per conto loro, solo all’apparenza soffocate dai rampicanti.”
Ritrova anche tracce di una corrispondenza di cinquant’anni prima tra Raul e l’Ambasciata italiana in Argentina: “fu quel giorno … che si decise definitivamente e cominciò a pensare al viaggio in Argentina, come se in qualche modo glielo stesse chiedendo il vuoto attorno alla villa che aveva sostituito un ingombro.”
Leo parte dunque per il Sud America, inseguendo il ricordo di quel simulacro di figura paterna esistito per lui solo in quella remota estate del 1974, roso dal rovello di essere ancora figlio a quasi sessant’anni. Attraversa l’Oceano (“la pozzanghera” come lo chiama Raul) e inizia una ricerca apparentemente senza speranza. Di Raul non ci sono notizie, solo un’ipotesi abbastanza verosimile che ne associa il destino a quello dei “desaparecidos” .
L’Argentina che percorre Leo si mostra sonnacchiosa, a volte sorridente, altre infida, le sue lande sconfinate lasciano filtrare un senso di immobilità che impregna le cose, riempiendo gli occhi degli uomini ed ottundendone a volte la coscienza.
Il viaggio di Leo è un susseguirsi di attese inconcludenti, incontri falliti o inutili, ricerche di informazioni che non si trovano, e di persone che non si manifestano (o forse non esistono). Ma le attese di Magliani non sono mai inutili, sono invece gonfie di osservazioni, che si susseguono senza posa, come incatenate l’una all’altra. E’ una polluzione ininterrotta, che arricchisce la macchina narrativa allestita dall’autore, rende ragione della ricerca di senso esistenziale che segna implicitamente il racconto.
Già in Liguria i tempi morti liberavano in Leo una sorta di bulimia: un desiderio incontenibile di appropriarsi dei dettagli delle cose per trarne significati ulteriori rispetto alle apparenze. In Argentina tutto ciò che appare agli occhi di Leo appare come rallentato, avvolto in un senso di sospensione metafisica, circonfuso da un’indistinta diffidenza, un’implicita attesa dell’imboscata che cambi per sempre il corso delle cose.
Per Magliani le pause nell’azione sono intimamente integrate nel flusso della narrazione. Così scorre anche la vita di ognuno, nell’alternarsi quotidiano di attività ed inerzia. Il tempo dell’attesa può colmarsi, in un brulichio ininterrotto di descrizioni e pensieri. Le difficoltà di resa narrativa di un simile intento di rappresentazione psicologica sono evidenti. Solo in una scrittura di eccezionale compattezza espressiva come quella di Magliani non si avvertono cesure nel trascorrere continuo da paesaggio ad emozioni: “Il sole, enorme e rosso, si abbassò fin quasi sull’orizzonte. A quel punto la luce vibrava, tesa da elastici che la spostavano, indecisi su chi doveva vincere e da che punto farla tremare ancora un po’. Non era come certe sere a Rocca dell’Altare o alle Schiarite, ma in qualcosa che forse dipendeva solo dagli occhi di Leo si assomigliava tutto. Poi quel residuo di silenzio finale si preparava una buca e si sotterrava, il peso del cielo schiacciava il tempo dietro il mondo e restava la mano di quel padre sul collo.”
Ma l’Argentina per Leo si rivela anche un ricettacolo di rancori irrisolti, un luogo in cui l’odio germina su altro odio, e il tempo si cristallizza e non allevia, come dovrebbe, le ferite dell’anima, né attenua lo strazio di ricordi immedicabili. L’antica violenza praticata sui “desaparecidos” chiama altra violenza ancora nel presente, e un omicidio, compiuto secondo modalità di particolare efferatezza, segna tragicamente il viaggio di Leo. La sua ricerca, allora, si trasforma di colpo in fuga, con la complicità affettuosamente consapevole del ritrovato Raul.
Di nuovo attese, e nuovi silenzi rivelatori di emozioni nascenti nel profondo dei due uomini, in un incontrarsi che è un riconoscersi, fino al rocambolesco ritorno in Italia di Leo. L’epilogo è aperto: mentre Raul, sulla sua auto in sosta su una strada argentina si prepara ad affrontare alcuni uomini (poliziotti, vendicatori…?) che lo seguono, resta aleggiante nel ricordo del lettore la decisione dei due di non scriversi più: “Non cercarci mai più, amico mio, ma sentirci solo attraverso il silenzio. Perché non è mai lo stesso. Credimi, Leo, il silenzio forse è l’unica cosa che si può ricordare.” Tutto il dicibile in fondo è stato detto di una paternità mancata, dispersa tra un passato privo di memoria comune ed un futuro senza più tempo da passare insieme.
Pochi autori (forse nessuno?) oggi raccontano la propria terra come Magliani. Innerva su tracce ben visibili di Biamonti una sua originale scontrosa ruvidezza, di cui si serve per descrivere il rapporto che lega paesaggio e moto dell’animo, e che pare nella sua prosa il calco di quella certa inclinazione all’understatement propria dello spirito ligure.
L’attenzione verso la natura, estensione oggettiva dell’idea di terra natale che domina la poetica di Magliani, è anche qui ampiamente presente, senza peraltro alcuna inclinazione verso derive ingenuamente idilliache. Si concentra invece sui movimenti esperti di Leo intento a gesti contadini vecchi di secoli. Non c’è contemplazione, né rimpianto, per modi di vivere più vicini alla natura, risalta piuttosto la cura posta nella sapiente incisione dell’innesto, nel cogliere i segnali del tempo e dello srotolarsi lento delle stagioni.
Leo, certo più per bisogno che per amore, è dentro l’ambiente che accudisce, ne fa parte come elemento che con la coltivazione degli ulivi e la caccia contribuisce inconsapevolmente al ciclo vitale che la natura compone in quel lembo di terra tra mare e montagna. Il rapporto con l’ambiente non è però asettico, completamente oggettivo, neanche per un uomo come Leo povero di emozioni, segnato da una condizione infantile di emarginato, e che perciò si trascina dentro una pervicace opacità nell’intrattenere rapporti umani profondi. Certi gesti, certe decisioni non sono casuali, hanno origini remote, a volte razionalmente poco spiegabili. La fortuita distruzione dei vegetali mineralizzati che Leo scopre falciando l’incolto sotto la villa Porti risveglia echi rimasti silenti per decenni, decidendolo ad attraversare la pozzanghera, a tentare di raccogliere il lembo di sé che il taglio delle piante gli ha svelato di aver perso.
Magliani, nelle sue opere precedenti, ha dimostrato una peculiare capacità nello scandagliare le distanze, geografiche e temporali, individuando le ferite dell’anima che ne derivano, le contraddizioni tra aneliti al ritorno e attenzione scrupolosa al presente, fino quasi ad universalizzare l’alternarsi di sentimenti circa uno stato esistenziale che caratterizza la nostra contemporaneità: non ci sono pause nel desiderio di essere altro, né acquietamento nella propria condizione, si desidera sempre un altrove, si rincorre sempre un ricordo, un’occasione mancata, o la possibilità tardivamente percepita di essere altro.
Qui, in Prima che te lo dicano altri, questa somma di emozioni si circoscrive e si precisa, ed il senso di inquietudine che trapela dalle pagine del romanzo si calibra non sulla distanza geografica, ma su quella temporale. Leo, dopo cinquant’anni, si scopre ancora abbarbicato a una suggestione, immaginata tramite qualche evanescente filamento di affetto filiale, e a modo suo incline al rimpianto per una condizione di figlio non vissuta, ma solo sfiorata, fortemente immaginata e sperata. Per lui, ma un po’ per tutti, le svolte nella vita, soprattutto quelle subite, sembrano avere conseguenze inavvertibili o di poco momento. E’ la distanza nel tempo a rivelarne tutto il peso. A volte, però, è tardi.

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3 Risposte to “Note di lettura: “Prima che te lo dicano altri” di Marino Magliani.”

  1. Note di lettura: “Prima che te lo dicano altri” di Marino Magliani. — vibrisse, bollettino | l'eta' della innocenza Says:

    […] via Note di lettura: “Prima che te lo dicano altri” di Marino Magliani. — vibrisse, bollettino […]

  2. marisasalabelle Says:

    Bellissimo romanzo, e scritto in una lingua magnifica

  3. Nerodiseppia Says:

    Concordo con marisasalabelle. Un’emozione unica.

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