“Guasti”, di Giorgia Tribuiani

by

di Claudia Grendene

Guasti di Giorgia Tribuiani è un romanzo d’esordio che non potrà lasciare indifferenti.

Racconta la storia di Giada, una giovane donna, che si trova a dover elaborare il lutto per il compagno in una situazione che le rende impossibile distaccarsi da quel corpo inanimato. Ciò che impedisce la separazione tra Giada e il compagno -in vita un fotografo di notevole fama- è il fatto che egli abbia scelto di donare il proprio corpo al dottor Tulp per farsi plastinare da cadavere e diventare un’opera d’arte.

Ci avevano riso su, lui e Giada, nessuno credeva che la morte potesse arrivare così presto.

Questo corpo, che diventa l’importante pezzo di una mostra, genera l’ossessione della protagonista, la quale decide di passare le giornate a vegliare il cadavere, pagando l’ingresso quotidiano alle sale dell’esposizione e trascorrendo le ore immersa in una bolla fatta dal miscuglio tra gli ansiolitici, i ricordi, i dialoghi col morto e con i diversi personaggi, in particolare con il “il guardiano del piano di sotto”, e la compagnia degli altri pezzi immortalati dal dottor Tulp.

Mentre i cadaveri posano inerti, immobili, a servizio dell’arte, gli oggetti e i luoghi sembrano animati, come le scale mobili che partoriscono le teste delle persone che salgono, come le porte del bar che ingoiano e rigurgitano gente, o guaiscono, o infine come i bagni, che parlano della vita attraverso rumori e odori e tramite un cartello dalla scritta “guasto”. Questo tratto stilistico rende in maniera perfetta come ciò che è morto e ciò che è vivo acquista e perde consistenza soltanto nella mente della protagonista. Il guasto del bagno diventa simbolo di tutto ciò che è guasto in questa storia. Il guasto è un blocco, un passaggio ostruito: dalla vita alla morte, dalla morte alla dissoluzione, dall’ossessione alla libertà, dal lutto al ricominciare a vivere; dall’ombra alla luce.

Il guasto è il meccanismo inceppato nella mente di Giada. Come riparare? Su questo si arrovella la protagonista, interrogandosi sull’opportunità di affermare la propria rinascita attraverso un gesto finale che tiene il lettore in sospeso fino all’ultima riga.

Addentrandosi nel testo, si smarriscono sempre più i confini tra la realtà esterna e l’interiorità di Giada. Il limite tra il dentro e il fuori si mischia, si confonde, fino al punto in cui tutta la realtà sembra diventare una produzione dell’io della protagonista.

In questo, la scrittura di Giorgia Tribuiani ricorda lo Schnitzler de La signorina Else. C’è una certa abilità narrativa nel destreggiarsi tra il racconto in terza persona, i monologhi in prima e i dialoghi col morto in seconda persona.

L’intelligenza dell’autrice evita l’insidia dello scivolamento nel macabro e nel morboso, spostando l’attenzione dai cadaveri come oggetti all’effetto che essi producono su chi resta, sui vivi. Merito di questa storia è quello di condurre il lettore dal territorio del dramma a quello popolato da alcune domande fondamentali.

Che cos’è arte e cosa non lo è? Fino a che punto un’esposizione artistica fatta di “cadaveri” si legittima sul piano etico? Cosa può produrre nella mente di un essre umano l’avere una persona cara esposta come pezzo plastinato in una mostra? E ancora. E’ possibile amare senza uccidere l’amato? E’ possibile ritrarre senza imprigionare in un istante -che diventa eterna dannazione- il soggetto ritratto?

Cosa significa morire? E lasciare che i morti possano essere morti?

La letteratura non ha il compito di dare risposte, o insegnamenti, o di distribuire verità sotto forma di finzione, ma una storia che riesce a muovere queste domande di sicuro merita di essere letta.

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Una Risposta to ““Guasti”, di Giorgia Tribuiani”

  1. Guasti – Giorgia Tribuiani – claudia grendene Says:

    […] https://vibrisse.wordpress.com/2018/06/08/guasti-di-giorgia-tribuiani/ […]

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