Note di lettura: “Sesso e apocalisse ad Istanbul” di Giusepppe Conte.

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di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte è poeta di lungo corso e di sicuro valore, accertato dalla critica a partire dalla prima raccolta L’Oceano e il Ragazzo, uscita in Italia nel 1983 e ristampata nel 2002, e costantemente manifestato nella successiva produzione in versi, raccolta nella sua (provvisoria) completezza in Poesie (1983-2015), con introduzione di Giorgio Ficara. Già nel 1994, in sede di prima rendicontazione della produzione letteraria del Novecento, Spagnoletti (Storia della letteratura italiana del Novecento) lo segnalava come “uno dei migliori talenti introspettivi della lirica nuova”. Autore anche di saggi e traduzioni (da Blake, Shelley, Whitman e Lawrence), e di due importanti antologie internazionali di poesia, Conte ha compiuto negli anni diverse incursioni nel territorio della narrativa (Il terzo ufficiale, La casa delle onde, L’adultera, Il male veniva dal mare). L’ultima di esse è questo recente Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti, 2018), inaspettato romanzo d’azione, almeno in apparenza, che dei modelli del genere richiama l’attitudine ad animare piani narrativi divergenti, con conseguente piena padronanza nella scansione delle varie sequenze in si articola l’intreccio.

La scrittura piana e priva di fronzoli ne sorregge inoltre l’intento di costituire, nel dipanarsi di una vicenda drammatica, una puntuale registrazione delle inquietudini che più frequentemente assillano i nostri giorni.

Il romanzo prende le mosse dal viaggio ad Istanbul di Giona Castelli, che si lascia alle spalle per l’arco di un week end lungo l’amarezza per la forzata chiusura della sua libreria a Genova, vittima indiretta delle ondate successive delle crisi economiche e sociali degli ultimi anni. La breve vacanza è in realtà una fuga d’amore, perché sul Bosforo lo raggiungerà Veronica Solari, detta Vero, con la quale ha da qualche tempo una infuocata relazione amorosa. Moglie di un importante uomo politico, ricca di famiglia, la signora è straordinariamente affascinante ed assai disinibita. Appassionata lettrice di  romanzi, è grazie ai comuni interessi letterari i due amanti si sono conosciuti e frequentati tra discreti scaffali colmi di libri: “il loro universo comune era l’eros. La passione senza freni, ma anche senza legami, senza radici, senza terra, senza una sostanza che non fosse quella stessa del loro piacere. Lì Vero apriva, aprendo il suo corpo, le pieghe più segrete, buie, disperate della sua anima. Giona Castelli viveva tutte le emozioni esercitando su di esse il controllo della ragione, almeno sinché era possibile. Vero no. I suoi slanci erano feroci, senza limiti.”. A lei Giona, prima di chiudere, aveva venduto l’ultimo libro, Sottomissione di Houellebecq: solo un caso, o un auspicio, o piuttosto un avvertimento del destino? I due non viaggiano insieme per non destare sospetti nel marito di lei, peraltro assai distratto, e Giona è ad Istanbul un giorno prima dell’arrivo dell’amante. Lì incontra in un’allegra e piuttosto disinibita rimpatriata tutta maschile il vecchio amico scrittore Ilhan Durcan e Khaled Nejim, traduttore in arabo di Henry Miller. La serata si chiude con un giro di appuntamenti con prostitute procurate da un torbido individuo incontrato casualmente. Il giorno dopo, Giona vede un vecchio amico compagno di scuola, Giuseppe Maria Rizzi, detto Ritz, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. L’arrivo di Vera, che all’ uscita dall’aeroporto si imbatte casualmente in Yunus, giovane senza radici che incrocerà il cammino dei due amanti nel giro di un fine settimana, dà il via alla progettata vacanza d’amore: sono lunghi momenti di totale abbandono allo sfrenarsi ingordo di una cospicua varietà di fantasie sessuali, generate dal desiderio di trattenere fino all’estremo l’estasi amorosa, forse nella consapevolezza della limitatezza del tempo e dalla precarietà delle circostanza.

Ma per Giona l’auspicata e completa smemoratezza di sé non si avvera: i due amici che hanno condiviso con lui la prima serata di vacanza vengono entrambi uccisi, la polizia lo interroga in cerca di qualcosa che lo accomuni ai due omicidi, mentre l’amico Ritz, un tempo infaticabile predatore sessuale, gli confida il suo amore per un prete cattolico, poco dopo aggredito per strada da fanatici religiosi. Nel frattempo, Yunus si svela per essere anch’egli originario di Genova (Jacopo Lavagna), un giovane sopravvissuto non senza tare psicologiche ad una infanzia terribile: prima convertito all’Islam e poi simpatizzante per una cellula fiancheggiatrice dell’Isis, è ad Istanbul per dare prova della sua determinazione con un atto che lo renda degno di appartenere all’armata del Califfato. Incrocerà di nuovo Vero, che in lui crede di individuare lo sconosciuto che da mesi è al centro delle sue immaginazioni erotiche, e conoscerà Giona: il loro successivo incontro presso l’albergo della coppia si rivelerà tragicamente decisivo per il destino di tutti e tre: di tutto quanto segue, considerata la virata poliziesca dell’ultima parte della vicenda, non è opportuno riferire in sede di di recensione.
“Io è un altro”: questa citazione da Rimbaud posta ad esergo del romanzo può indirizzare nella ricerca del suo significato remoto. Invita ad individuare l’altro celato dietro lo schematismo della classificazione delle figure rappresentate, in apparenza quasi archetipiche del nostro presente: la ricca borghese annoiata, l’intellettuale sconfitto dalle crisi, e scarsamente volitivo, il terrorista schiacciato da un passato personale terribile e perciò inasprito contro il mondo. La necessità di fronteggiare eventi imprevedibili riesce, per alcuni di essi, a svelare un’umanità diversa, ben più articolata di quanto la superficialità del luogo comune in cui ognuno è rinchiuso dal giudizio altrui consenta di cogliere: così la crudeltà subita può trasformare la passionalità in generosità, l’assorta chiusura in se stessi in solidarietà verso gli altri. E’ questa forse l’apocalisse (assunta qui nell’accezione originaria del termine di svelamento) a cui allude il titolo. A Istanbul, d’altro lato, si incontrano, come da cliché consolidato, Occidente ed Oriente, lì maturano reciproche diffidenze.

Agli occhi dell’occidentale Giona, che pure ama ritenersi espressione di una cultura di massima tolleranza verso l’altro, è scarsamente comprensibile la pervasività della religione nella società islamica (per non parlare ovviamente delle patologiche derive di cui si nutre l’Isis). Agli occhi di Yunus, neofita della cultura orientale, ed in quanto tale ancora più oltranzista, l’Occidente è decadenza, incapacità di credere in valori condivisibili e d difenderli: ne è segno evidente per lui la vacanza di Giona, tesa alla consumazione dell’atto sessuale fine a se stessa, da disprezzarsi come imperdonabile debolezza, salvo a cadere anche lui in tentazione, travolto dalla irrefrenabile sensualità di Vero. Il sesso, ancora, per certi versi almeno, tabù dell’Occidente, nonostante le tanto proclamate liberazioni che hanno percorso gli ultimi decenni, è causa della prima ed ancora confusa resipiscenza di Giona, inopinatamente suscitata dal suo arrovellarsi su che cosa Vero potesse aver provato durante l’amplesso forzato con Yunus.
Ancora amore e morte, dunque, dopo il definitivo accertamento della loro inscindibile coesistenza nella vita di tutti consacrato dal Romanticismo, di cui in fondo siamo ancora figli, declinata e declinabile in tutte le modalità immaginabili, secondo l’avvolgersi del tempo e delle consuetudini, binomio adattabile a diverse contingenze storiche, e quindi anche alla nostra, anche a questo progressivo allargarsi, a cui assistiamo forse troppo distratti, del solco che pure da millenni separa Occidente ed Oriente.

 

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