“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Quarto fallimento: “Alter ego”

by

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo, il secondo e il terzo fallimento. gm]

Vanes, pittore di poca fama, racconta all’avvocato il suo rapporto con Nicole, modella autolesionista

Potevo fare qualcosa per Nicole? Potevo evitare ciò che le è accaduto? Non lo so. Forse sarebbe bastato cercare Nicole nei giorni successivi, farle sapere che per lei c’ero, che non era sola. E invece non ho fatto niente, e la verità è che se anche avessi saputo cosa fare, se anche avessi avuto la certezza del risultato, non avrei fatto niente. Se avessi fatto il bene di Nicole avrei potuto in qualche modo riscattarmi da tutto il male che in passato ho agito. E io sono contro il riscatto.

Io voglio continuare a sanguinare. Io non lascio correre, non dimentico. Io conservo pianti, sorrisi, carezze, insulti, baci, disprezzo. Io non taglio corde, non spezzo catene. Io ripenso alle cose, le giro, le apro, le rivolto e non permetto alle ferite di rimarginarsi. Le mie ferite non devono rimarginarsi mai.

No, Angela: non sono masochista. Non godo nella sofferenza. Io soffro della sofferenza. Però ne ho bisogno. Cammino sopra una lastra di vetro sottile e ho imparato a starci in equilibrio. Questa capacità mi permette di essere quello che ho sempre desiderato essere. La mia vita è questa, è come la vedi: il mio studio, le mie tele, i miei colori, la mia arte, l’odore dei solventi. Nient’altro. Non ho nient’altro. Può apparire una vita grottesca, e forse lo è, però è la vita che ho sempre desiderato vivere ed è costata talmente tanto dolore che non intendo esaminare e concedere possibilità a nessun altro tipo di vita.

Sono un uomo mediocre: un uomo che spende un mare di parole per dire una cosa sola, al massimo due, qualche volta nessuna. Sono mediocre, consapevole, sicuro di me. Sicuro di essere sicuro di niente. Ma se tornassi indietro con la mente, davvero molto indietro nel tempo, troverei un uomo che credeva in un mucchio di cose. Ero sempre io, solo che avevo più capelli. Peccato che i capelli a me caschino insieme alle certezze.

Mi sono sposato certo di potere amare Luce per tutta la vita, sicuro di poterla amare e onorare fino alla morte, di poterle essere fedele, sempre: nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. Beh, mi sbagliavo. Potevo amarla fino alla morte, questo sì; di questo ho assoluta certezza. Non potevo però onorarla e esserle fedele sempre, non al prezzo dell’onore e della fedeltà che devo a me.

Non sono cattivo. Non lo sono mai stato. Ho cercato di vivere questa mia sciocca esistenza senza fare del male. Un tempo, quando i capelli li avevo ancora tutti, sono persino stato capace di fare del bene. Io avrei voluto fare solo il bene. Non perché sia generoso, probo, altruista: tutto il contrario. Faccio colazione con un grazie, pranzo con un sorriso, ceno con l’amore. Esisto soltanto attraverso l’amore che ricevo e ho votato la mia vita all’arte nel tentativo di poter vivere per sempre nel cuore di coloro che grazie alla mia arte ameranno me, meglio ancora l’arte stessa. Purtroppo, non sempre ho fatto del bene; spesso, quasi sempre, proprio quando più avrei voluto esserne capace, non l’ho fatto. A volte mi sono illuso di fare del bene e, invece, con le mie azioni ho ottenuto effetti strambi, bislacchi, grotteschi, distorti, contrari alle intenzioni. A volte, addirittura, ho creduto di fare del bene, e invece ho fatto l’esatto contrario del bene: ho ferito, nuociuto, offeso, umiliato. Sono sempre stato maldestro: con i miei atteggiamenti ho creato scompiglio, ho procurato dolore, ho dato vita a sofferenze che continuo a portarmi appresso, perché chi sbaglia, quasi sempre, porta con sé l’errore e non solo le cause e le conseguenze dell’errore.

Nicole poteva essere la mia occasione di riscatto. Attraverso Nicole la mia anima avrebbe potuto tornare bella. Avrebbe ricominciato a conoscere il bene, avrebbe smesso di piangere, avrebbe ricominciato a sorridere, a sorridere anche degli sbagli che avrebbe ricominciato a fare. Perché la verità è sempre un sorriso. La verità salva l’uomo dal termometro della giustizia e dell’arbitrio, la verità vive di tutto il nostro essere, così come esso è, non conosce giudizio, anche se io sono di nuovo qui a giudicarmi, mentre vorrei smettere di farlo. Vorrei smettere di giudicarmi e vorrei provare a vivere, perché se tornassi a vivere potrei essere meno mediocre. Forse potrei persino tornare a essere bello. Sarebbe una bellezza fatta di difetti, errori, abbracci, litigi, sorrisi, violenza; una bellezza capace di innamorarsi e fare a botte con sé stessa.

Non voglio tornare a essere bello. Per anni ho desiderato tornare a essere bello, ma ora non più. Per sette lunghissimi anni, non ho saputo nulla di Luce: dov’era, con chi era, cosa faceva, come stava. Era un’incoscienza dolorosa, molto molto dolorosa. Nei primi tempi ci sono state delle notti nelle quali trionfava lo sconforto; notti durante le quali piangevo e non mi davo pace. Erano lacrime stupide, le mie; inutili e stupide: stava accadendo quello che doveva accadere, quello che io avevo permesso accadesse, c’era poco da piangere e nulla da recriminare. Poco alla volta lo sconforto ha lasciato spazio alla rassegnazione e l’incoscienza ha fatto il resto: le gocce della mia flebo di dolore continuavano a circolarmi nelle vene, ma la speranza, per quanto latente, non mi abbandonava: un giorno potrò tornare ad essere bello, mi dicevo. Poi, lo scorso anno, un corriere mi recapita un pacco anonimo, lo apro, dentro c’è una busta, dentro la busta ci sono un mucchio di fogli e una busta più piccola. Apro la busta più piccola, c’è un brevissimo messaggio. Leggo: sei riuscito a rendermi talmente imperfetta, talmente sbagliata, che persino Dio ha provato ribrezzo e si è rifiutato di accogliermi. Non ti perdonerò mai.

Io sono stato bello, molto bello; tanto tempo fa, troppo tempo fa ero bellissimo. Non tornerò più a esserlo e non me ne dispiaccio. Ora sono sporco e brutto, merda e piscio, una latrina incrostata. Ma così come sono – laido, lercio e incrostato – comprendo meglio l’ostinazione con la quale ho assegnato valore al giusto senza fuggire lo sbagliato; ora so che la bellezza, la bellezza che ho sempre cercato in me e negli altri, altro non era che un dosaggio centrato di giusto e di sbagliato; ora so che la bellezza di un altro essere umano non la infiliamo nei nostri sacchi di giusto e di sbagliato. La bellezza di un altro essere umano, e in fondo anche la nostra, possiamo solo pregare di comprenderla e di saperla amare. Senza paura e senza giudizio.

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...