“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Terzo fallimento: “Adeste fideles”

by

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo e il secondo fallimento. gm]

Sergio, ex marito di Luce, racconta la campagna elettorale del piccolo comune in cui è tornato a vivere

Dio, se solo avessi una macelleria! Gliela farei vedere io ai macellai di Loiandoro, li sfiderei io, ma io non ce l’ho una macelleria e la gara di Smaialando e svinando la puoi fare solo se hai una macelleria, neanche ci volesse l’iscrizione all’ordine mondiale dei macellai riuniti per disfare un maiale. A Loiandoro di macellerie ce n’è tantissime, ci sono più macellerie che banche, più macellerie che bar, e il 3 febbraio, il giorno di San Biagio, invece che festeggiare il Patrono, a Loiandoro si festeggia il maiale: «non ha mai fatto niente contro la zizzania quel buono da niente d’un santo!», si sente bestemmiare a Loiandoro il 3 Febbraio. E il giorno di Smaialando e svinando, c’è proprio una sfida fra le macellerie, ma mica solo fra le macellerie di Loiandoro, nooo, il 3 febbraio arrivano norcini da ogni dove per partecipare alla gara di Smaialando e svinando, arrivano da fuori provincia e da fuori regione, è famosa la festa di Smaialando e svinando, ormai è la festa più importante che c’è a Loiandoro.

È stato il Sindaco che fa adesso il sindaco a volere organizzare Smaialando e svinando, dieci anni fa, subito dopo che l’avevano eletto, e nove anni fa, quando c’è stata la prima edizione di Smaialando e svinando, non era mica come adesso che c’è della gente che arriva da chissà dove, nove anni fa, alla prima gara di Smaialando e svinando, partecipavano solo le macellerie di Loiandoro, la gente che partecipava alla festa era tutta gente di Loiandoro, la giuria era una giuria di Loiandoro, non come adesso che la gente arriva in pullman e la giuria è una giura di esperti presieduta da qualcuno di famoso che di maiale non sa niente.

Io, la mattina della prima edizione di Smaialando e svinando, abitavo ancora in città, sono arrivato in piazza alle cinque del mattino – magari c’è qualche macellaio che mentre prepara lo stand si accorge che nella sua squadra sono in pochi, magari si è ammalato qualcuno, magari uno non si è presentato – pensavo. Io, quella mattina là, avevo delle speranze di entrare in una qualche squadra, avevo delle speranze sì, mentre aspettavo che arrivassero i macellai a montare gli stand, alle cinque del mattino, a nove grandi sotto zero, ero il nipote di Scheggia, il più grande Norcino di tutti i tempi, perché non dovevo avere delle speranze. E invece niente. Alle sette, quando i macellai sono arrivati in piazza per allestire gli stand, fra le zigate dei maiali – che i maiali lo sanno quando gli tocca di crepare, non sono mica cucchi i maiali – non si era ammalato nessuno, erano tutti presenti, non c’era neanche uno con un po’ di mal di testa, non c’era nessuno mezzo ubriaco dalla sera prima, stavano tutti da Dio, era un freddo cane, ma stavano tutti d’un bene che non erano mai stati così bene in vita loro. Per forza stavano bene, sarei stato bene anch’io a dover scannare il maiale, per forza erano tutti felici e sorridenti, erano pronti per far della salsiccia, della pancetta, delle lombatine e dei zampetti, sarei stato contento anch’io a sapere di dover fare quelle cose lì, sarei stato contento anche senza buttar giù nessuna grappa, io. È che c’era un clima quella mattina là, c’era un clima nel centro di Loiandoro, che a me, mentre i macellai dissanguavano i maiali, un colpo solo, secco, al cuore, mi sembrava di stare bene anche a me, mi era anche passato il nervoso per non essere in nessuna squadra, per non essere lì, anch’io, a dare dei colpi precisi ai cuori. C’era un’aria quella mattina là, tutti che ridevano, contenti, intanto cavavano le setole ai maiali – bolliva l’acqua, fumavano i paioli – c’era un’aria che a me mi era venuto un caldo, mi ero anche tolto il giaccone, poi il maglione, poi la camicia. Non c’era un raggio di sole. Il cielo era bianco, faceva luce, sembrava un neon, dava fastidio a guardarlo. L’aria ti prendeva a schiaffi, le correnti s’incanalavano nelle stradine del centro di Loiandoro, fra le case, ti arrivavano addosso, come il rinculo agli autoscontri. C’erano degli odori: di carbonella che bruciava, di pentoloni che bollivano, di sangue che sfrigolava, c’erano degli odori che io non lo so; io giravo in mezze maniche fra i macellai che disossavano i quarti, staccavano prima le teste, poi sbragavano le ossa delle costole, poi quelle dello sterno, io li guardavo, stavo in mezze maniche e guardavo, era impossibile avere freddo a guardare quelle lame che tagliavano le bestie, longitudinalmente, attentissime a non lacerare la cistifellea, che se esce la bile va’ tutto a Caronte. C’era un movimento: gli scherzi degli aiuti macellai che nascondevano gli attrezzi, le carcasse aperte, le interiora fumanti, lì, pronte a diventare concime. Che se c’era ancora mio nonno Scheggia, le interiora vedevi se finivano a concime, teneva anche le budella mio nonno, teneva anche il cuore, il fegato e i reni Scheggia, li usava per la salsiccia matta, li usava assieme alla milza e al polmone, mica come nelle salsicce matte che fanno a Smaialando e svinando dove, al massimo, ci vanno in mezzo i ritagli della lingua, della testa e del cuore – le interiora imputridiscono in fretta, non si possono usare – dice il regolamento. Dovevi dirlo a mio nonno quel regolamento lì, dovevi dirgli di fare della salsiccia matta senza il fegato e il polmone, dovevi dirglielo sì, poi te li sentivi arrivare contro i cancri che prendevi, mentre nonno buttava giù un paio di Vecchia Romagna, te li sentivi arrivare contro come un cartone in mezzo al grugno.

Quella mattina là, la mattina della prima edizione di Smaialando e svinando, i macellai di Loiandoro non si lanciavano nessun cancro mentre sezionavano in quattro le carcasse, scherzavano con i vicini, se uno aveva il seghetto giù di lama gli prestavano la pietra per affilare l’attrezzo, dandosi di gomito, dicendo: «tienilo pure e affila ben bene lo scannino stasera, prima di andare a letto, che le mogli vanno tenute battute». Tutti ridevano insieme, scherzavano, alzavano i bicchieri e buttavano giù un brulé. Sì perché in tutti gli stand, intanto che i macellai sudavano e disossavano con cura anteriori e cosci, il calderone di vin brulé bolliva d’un continuo e gli aiutanti dei macellai offrivano di tutto ai passanti: salsiccia passa, pane e prosciutto, ciccioli. In tutti gli stand il pentolone di brulé era sul fuoco; è una regola di Smaialando e svinando, è febbraio, è freddo, bisogna bere per scaldarsi, non si può non avere il brulé sul fuoco. I macellai di Loiandoro, per Smaialando e svinando, se qualcuno prova a pagare il brulé si offendono, se insisti a voler pagare il brulé ti offendono, se tiri fuori il portafogli ti guardano male, ti fanno vedere il destro, per scherzare, mica per davvero, prima ti fanno vedere il pugno chiuso, poi ti abbracciano, sudati, ti bagnano di sangue e di sudore, così impari a voler pagare il brulé. Solo se rifiuti di berlo, il brulé, i macellai si offendono davvero, non devi mai rifiutare il brulé, devi berlo, anche se non ti va, anche se non ti piace, persino se sei astemio: «che il brulè non è mica un alcolico», devi berlo: «è febbraio, è freddo, non fa mica balla», ti dicono i macellai o gli aiutanti dei macellai, prima di passare le cotiche nel tritacarne. E un brulé, almeno uno, bisogna berlo in ogni stand, e se ripassi da quello stand, devi berne un altro e se non fanno più il brulé, ma si sono messi a fare il punch, devi bere quello, anche se ti fa schifo, anche se ti dà la nausea, a me il punch mi dà alla nausea, è troppo forte il punch, mi fa schifo, è troppo forte, però a Smaialando e svinando devi berlo lo stesso, a Smaialando e svinando devi bere finché non sei sfondo, finché stai in piedi: «combatti se sei un uomo!», ti urlano i macellai, e anche i loro aiutanti, se vedono che guardi il punch e lo interroghi dubbioso, invece che buttarlo giù in massimo due sorsi come un uomo.

Tag:

3 Risposte to ““Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Terzo fallimento: “Adeste fideles””

  1. Fiammetta Palpati Says:

    E sì, hai ragione Simone. Qui, la tua lettura così espressiva e marcata, è proprio quello che ci vuole. Più che negli altri brani scelti. Smaialando Svinando è forte, e rende. Grazie

  2. Simone Salomoni Says:

    Grazie a te per tutti i puntuali interventi, Fiammetta.

  3. “Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Quarto fallimento: “Alter ego” | vibrisse, bollettino Says:

    […] quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo, il secondo e il terzo fallimento. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...