Smettere (anche solo provvisoriamente) di essere scrittori. Su Giulio Mozzi e “Fiction 2.0”

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di Luca Fiorentini

[Questo articolo di Luca Fiorentini è apparso nel numero di aprile del mensile L’indice dei libri del mese. Ringrazio per l’attenzione. gm]

Nella Breve notizia collocata in apertura di Fiction 2.0 (Laurana, 2017), Giulio Mozzi dedica qualche riflessione, com’è naturale, alla prima edizione del libro, apparsa presso Einaudi nel 2001 e intitolata semplicemente Fiction. I toni sono quelli che Mozzi impiega usualmente quando illustra il proprio lavoro: molto secchi; Fiction è descritto fra l’altro come l’opera di un narratore ormai “prossimo alla fine”. Che questo giudizio non sia frutto di una riflessione a posteriori, ma che anzi qualifichi il libro fin dalle sue origini, è dimostrato da un’email che Mozzi inviò nel novembre del 1999 all’editor che lo seguiva presso Einaudi. Ampi estratti del messaggio sono oggi disponibili in Vibrisse, bollettino; uno, in particolare, merita di essere citato: “Tu sai che io ho sempre condiviso molto dei miei personaggi. Questa prossimità con i personaggi è sempre stata il mio rischio più forte o uno dei miei rischi più forti. Se alcuni dei miei racconti rasentano la cattiva letteratura, o sono cattiva letteratura tout-court, è perché questa prossimità è eccessiva o mal governata. Ora, i personaggi che parlano in questi racconti nuovi non hanno nessuna prossimità con me. Possono appartenere alla mia stessa parrocchia o abitare nella piazza del mio quartiere, ma non c’è nessuna prossimità”. L’email si chiude con l’annuncio di un cambiamento di ordine esistenziale (“Faremo grandi cambiamenti, benché non sappia ancora ben quali”); e l’ultima frase recita: “E finalmente, spero, smetterò di scrivere”.

Fiction si delineava perciò dall’inizio come un’opera di congedo. A riscontro, solo due prove narrative sono seguite al volume einaudiano: i ‘diari’ di Sono l’ultimo a scendere (Mondadori, 2009) e le Favole del morire (Laurana, 2015), libri assemblati a partire da testi che avevano già avuto una qualche circolazione. A ciò si sono affiancate tuttavia pubblicazioni di natura diversa: una raccolta di poesie, due pamphlet, numerosi libri dedicati all’insegnamento della scrittura (e in particolare della scrittura narrativa). Da alcuni anni Mozzi sta inoltre ripubblicando con Laurana, in una versione riveduta, il suoi lavori principali: Il male naturale e La felicità terrena, usciti rispettivamente nel 2011 e nel 2012, e oggi Fiction, il testo che ha subito i rimaneggiamenti più estesi, tanto da aver mutato parzialmente titolo.

Questi, sommariamente, i dati. Si comprende ad ogni modo che le parole conclusive dell’email del novembre 1999 corrispondono a realtà. Dopo la pubblicazione di Fiction, Mozzi non ha smesso produrre testi, ma ha certamente sospeso, o quanto meno ridotto in misura sensibile, la produzione dei testi che ci si attendono da uno scrittore, privilegiando piuttosto l’attività di custode delle proprie scritture passate – e, con un impegno assai maggiore, delle scritture presenti di altri. A distinguere i due momenti è appunto Fiction, libro cui è stata riconosciuta da Mozzi stesso una funzione liminare, senza tuttavia che a questo riconoscimento corrispondesse, né potesse corrispondere, alcuna indicazione circa quello che sarebbe venuto dopo.

Si sarebbe quindi tentati di leggere Fiction non solo come un testo di congedo dalla scrittura, ma anche come il testo in cui è oggettivato, per così dire, questo congedo; e che di conseguenza presuppone un’idea particolarmente forte di ciò che sta per smarrirsi. La domanda alla quale il lettore di Fiction è chiamato a rispondere può essere formulata, in definitiva, in questi termini: qual è l’idea di scrittura ricavabile in negativo da Fiction? O più precisamente: quali sono gli spazi di rappresentazione che Mozzi considera tipici della propria scrittura e che in Fiction appaiono non più percorribili, o tutt’al più percorribili solo in modi radicalmente nuovi rispetto al passato?

Il libro ha una struttura bipartita. La prima parte è occupata da sette racconti scritti in prima persona, la seconda da pezzi retoricamente eterogenei (ancora monologhi, poesie annotate, un saggio, un racconto ‘tradizionale’), firmati nella maggioranza dei casi da autori immaginari: Giovanna Melliconi, Carlo Dalcielo e Franco Brizzo nella versione Einaudi, Giovanna Melliconi, Carlo Dalcielo, Massimo Adinolfi (che non è immaginario) e Mariella Prestante nell’edizione Laurana. A fare da spartiacque – più che da elemento di congiunzione – tra le due sezioni è il brano più bello e impressionante del libro, Narratology: una lunga e dolorosa interrogazione sui motivi per cui negli ultimi duemila anni nessuna pagina è stata aggiunta agli scritti ispirati da Dio.

Come Narratology, anche i pezzi della prima parte di Fiction restano intatti nel passaggio alla seconda edizione, e a un primo sguardo non hanno nulla di sostanzialmente nuovo rispetto ai racconti del Male naturale e della Felicità terrena. A prendere parola sono personaggi la cui presenza nel mondo è vacillante. Un giovane parrocchiano che riconosce nella fede l’unico ponte tra sé e la realtà, e che uccide il proprio parroco quando questi inizia a dubitare che tra le attività umane e il pensiero divino possa esistere una forma di relazione. Un marito avvelenato dalla moglie, e dunque esposto alla certezza di morire in un tempo breve, che scrive di sé anzi che provare a mettersi in salvo. Un uomo che invia ai direttori dei principali quotidiani del suo paese una lettera nella quale minaccia di bruciarsi vivo se il suo messaggio non sarà pubblicato integralmente entro pochi giorni; e così via. Pur nella varietà di modulazioni, in tutti i monologhi raccolti della prima parte di Fiction si avverte il riverbero di un unico processo, che è poi, come accennato, il processo normalmente restituito nei testi Mozzi. Il nucleo fondamentale dei racconti coincide con la serie di operazioni svolte da individui che tentano di scongiurare la minaccia di un crollo. Quest’ultimo può essere determinato dal sopraggiungere di un contenuto emozionale che appare intollerabile (La fede in Dio, Del matrimonio) oppure dalla disperata percezione degli ostacoli che impediscono al flusso incontrollato degli accadimenti e delle passioni – in altre parole, al divenire vitale – di trascendere in valore (Lettera ai direttori, Lettera di conforto).

I personaggi di Mozzi impiegano da sempre la stessa lingua, una lingua cartesianamente limpida nel descrivere tanto la catastrofe quanto le immaginazioni, non di rado apertamente deliranti, che alla catastrofe dovrebbero porre rimedio. Lo stesso avviene in Fiction, dove la sostanza del dramma è affidata a una grammatica che rasenta talvolta l’astrazione: “Mia madre restò in rianimazione, in terapia intensiva, per sei giorni, fino a mercoledì undici giugno, poi rimase a disposizione del magistrato, che dispose l’autopsia”. È nell’incrocio tra la materia delle storie e il tono quasi assente di chi le narra che risiede, evidentemente, il potere di questa scrittura: quasi sempre, i racconti di Fiction generano nel lettore un sentimento di paura.

Eppure i ‘casi’ raccolti da Mozzi in Fiction si distinguono da quelli assai più vividi e conturbanti attorno cui si sviluppavano le narrazioni del Male naturale e della Felicità terrena: nel senso che in Fiction si percepisce un netto movimento verso l’esagerazione, che non di rado tende a lambire la caricatura. La novità più significativa riguarda però la funzione dei monologhi, che esplicitamente si rivela all’esterno di essi, nella sezione di ‘allegati’ che accompagna ognuno dei pezzi della prima parte del libro: documenti di varia natura – per lo più notizie di cronaca, ma non solo – che descrivono nella loro obiettività i fatti da cui muovono le elaborazioni dei narratori. Il confronto tra gli uni e le altre permette di apprezzare l’alterazione, spesso clamorosa, cui la verità è sottoposta da chi prende parola. A volte la distanza tra verità e finzione è tale da rendere incomprensibili le ragioni che hanno motivato la seconda; e anche ciò, in un buon numero di casi, risulta spaventoso.

Dove non è possibile far interagire cronaca e deformazione fantastica, Mozzi opta per un’altra via: quella di trattare i suoi personaggi come gli oggetti di una distaccata analisi testuale. È il caso della “Bianca” di Lettera di conforto, figura ricorrente “nella produzione narrativa di Giulio Mozzi”, inafferrabile quanto alle vicende che ne motivano le riapparizioni ma perfettamente definita quanto al ruolo: al nome di Bianca corrisponde sempre “un personaggio caratterizzato dall’impossibilità”, per chi a lui si rivolge, “sia di immaginarlo separato sia di immaginarlo unito a sé”, tanto che “il ricordo dell’esistenza di Bianca” sembra essere “l’origine stessa della potenzialità narrativa dell’autore” (si cita da Bianca: un catalogo, allegato di Lettera di conforto). Nei pezzi della seconda parte del libro, con l’eccezione dello splendido racconto finale, Dalla scatola, è replicato più o meno lo stesso meccanismo.

Che “l’origine stessa della potenzialità narrativa dell’autore” si riduca a una simile, gelida disamina (a un “catalogo”), rivela evidentemente molto di quello che è lo spirito generale di Fiction. Manca in effetti, come scrive Mozzi nell’email citata in apertura, il senso di prossimità alla materia delle narrazioni: e l’assenza di prossimità è compensata da un atteggiamento che si direbbe quasi giocoso, se non fosse che il gioco travolge il nucleo più intimo della scrittura di Mozzi, quel lucido e terribile “parlare delle persone che si sono perse nella vita o di quelle che sono uscite dalla vita, oppure delle cose che si sono perse nelle nostre vite” (così in Coro, dal Male naturale). Al sentimento integrale della perdita è sostituita l’immaginazione di una perdita possibile – un’ipotesi narrativa. Ma è chiaro che l’invenzione, con il suo portato di vitalità, non basta a estinguere la nostalgia di ciò che non è più: anzi, in un certo senso, la acutizza.

Il venire meno della prossimità alle storie narrate potrebbe intendersi, in ultima istanza, come l’esito di una progressiva perdita di passività. Quando in Narratology è evocata l’immagine tradizionale del calamus Spiritus Sancti (“Perché vantarsi di essere una penna retta dalla mano divina?”), sembra che nient’altro possa aggiungersi al senso che tale immagine reca con sé. Narrare è “essere un docile strumento, creta tra le mani del vasaio”; l’accordo tra la “scrittura del dio” e la vita di ognuno può darsi solo se la scrittura del dio, come la vita, si offre nel suo trascorrere. È forse questo il pensiero più radicale contenuto in Fiction, il pensiero cioè di una scrittura che trova il suo significato nell’essere eco del mondo assai più che nell’essere creazione di mondi; e che si fa dunque creazione di mondi solo in quanto l’eco del mondo si è improvvisamente dileguata.

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