“Quattro fallimenti” di Simone Salomoni / Secondo fallimento: “Memento mori”

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[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo fallimento. gm]

Secondo, figlio dell’imprenditore edile Settimo Schiavi, racconta la morte di Vanes Percassi

«Non capisco come si fa a piangere così…», mi dici.

Guardo Sergio. Nemmeno al funerale dell’amato nonno, mio fratello era sembrato tanto inconsolabile. Sì, aveva pianto parecchio, ma mai quanto oggi. Chissà, forse perché il nonno gli aveva dato il tempo di abituarsi alla morte. Il nonno era stato malato a lungo. Cancro ai polmoni. Fumava come una ciminiera, il nonno. Nonostante gli ammonimenti della nonna e della mamma aveva sempre fumato come un turco.

Il nonno lo avevamo visto deperire giorno dopo giorno, attaccato a un respiratore, in un letto di ospedale. Lo avevamo visto pronto a convertirsi al buddismo dopo che un inserviente indiano gli aveva spiegato che i buddisti non muoiono, ma si reincarnano in una nuova vita. Proprio lui, quel nonno che spesso chiedeva alla nonna di passarle il lunario di Frate Indovino solo per il gusto di trovare un nuovo santo da bestemmiare; lui, sempre pronto a maledire Dio, la Chiesa e tutti gli Dei di tutte le chiese, sembrava pronto a convertirsi sulla base di tre stronzate inventate da un inserviente indiano, pur di credere che non tutto fosse prossimo a finire per sempre e per davvero.

Nonno, in qualche modo, aveva dato a Sergio il tempo per prepararsi. Vanes no. La morte di Vanes era arrivata violenta, una sassata dal cavalcavia. Venerdì scorso dirigeva il suo cantiere; oggi, sei giorni dopo, è dentro la cassa di mogano che il prete si appresta a benedire. In mezzo: un bizzarro incidente. Anzi: nemmeno un incidente. Un caso, un accidente, una fatalità difficile da credere vera. Una morte assurda, quasi sciocca per uno come Vanes. Vanes è morto mentre lavorava, come forse avrebbe voluto. Però non è morto in uno dei suoi amati cantieri, come avrebbe certamente apprezzato. E dire che Vanes si è sempre preso i suoi rischi in cantiere.

Mentre entravamo in chiesa hai ricordato quella volta – la CoopSette era ancora EdilSette, c’era da fare un ripristino su una grondaia al decimo piano di uno studentato – in cui per eseguire il lavoro in sicurezza sarebbe stato necessario chiamare un camion con il cestello dal momento che il ponteggio era stato da poco smontato. Hai ricordato l’espressione sveglia di Vanes e la malizia con cui aveva guardato la grondaia sbeccata prima di guardare il vuoto, senza tremare. Hai ricordato la sicurezza con cui aveva indicato un asse di legno da quattro centimetri e ti aveva detto: «tienimi su l’asse capo, così quando arriva l’ingegnere gli facciamo firmare il collaudo e chiudiamo il cantiere». Tu ti eri cacciato a ridere – pensavo scherzasse – avevi raccontato. Invece Vanes era serissimo. Venti minuti dopo aveva effettuato l’intervento ed era rientrato dalla finestra. Ti aveva tastato il bicipite e aveva detto: «sai capo, quando ti chiamano Cacciavite io rispondo sempre che qui c’è del nervo».

Non era spericolato Vanes. Conosceva i propri limiti e quelli dei suoi uomini. Lavorava con i guanti e l’elmetto per dare l’esempio, non avrebbe mai messo a repentaglio la sicurezza di un operaio. I miei occhi gli hanno visto fermare un cantiere senza pensarci un minuto. Dovevamo scavare per posare in profondità una condotta fognaria. Il capo cantiere non ci aveva fatto armare lo scavo. Vanes, arrivato da un altro cantiere, ci aveva imposto la sospensione dei lavori e aveva ordinato gli armascavi. Avremmo ricominciato a lavorare il giorno dopo, in totale sicurezza.

Vanes era così: risoluto, ma prudente. Anche per questo è difficile accettare che sia morto mentre ciappinava. Domenica, dopo pranzo, era sceso in garage per riparare la bicicletta di un amico del figlio. Doveva dare qualche punto di saldatura ai braccetti che uniscono le ruote al telaio. Aveva acceso la stufetta: era un lavoro di cinque minuti e ormai che si trovava in garage Vanes aveva cominciato a cartare un vecchio Malossi recuperato in un cantiere vicino ad Argelato. Lavorandoci la domenica, ma solo se figli e moglie non avessero avuto altre esigenze, lo avrebbe rimesso piano piano a nuovo. Alle sette non era ancora rientrato in casa, non aveva risposto alle telefonate della moglie. Francesca non si era preoccupata: mentre lavorava suo marito difficilmente sentiva il telefono. Alle sette e mezza, però, non avendo ancora ricevuto risposta, era scesa in garage. Vanes era lì, in terra, la carta abrasiva ancora in mano. Sembrava addormentato. Sorrideva, come sempre. Sembrava sognante, felice del lavoro che lo teneva impegnato, incurante del monossido di carbonio che intanto avvelenava la stanza. Francesca si era precipitata, aveva aperto la basculante, ossigenato l’ambiente, ma per Vanes era tardi.

No, non capisci davvero come si possa piangere così. Nemmeno io lo capisco. Guardiamo Sergio. Ha la testa riversa fra le braccia di Luce, sua moglie, singhiozza senza tregua. Ci vuole dignità durante un funerale, come sempre del resto. Certo: Sergio era molto legato a Vanes. E Vanes era molto legato a Sergio, lo aveva visto nascere, diceva sempre che Sergio era stato il primo bambino che aveva tenuto in braccio. Quando Vanes veniva a cena da noi passava ore a giocare con mio fratello. Giocavano persino con il camion e l’escavatore. A chiunque altro, soprattutto a te, Sergio diceva: «no, via, blutto camon».

Per questo, in estate, mandavi Sergio adolescente in cantiere con Vanes. Speravi che la pazienza del tuo amico riuscisse a trasmettergli l’importanza del compito che la vita gli avrebbe presto assegnato: portare avanti il lavoro avviato dal padre, assumersi la responsabilità delle quattrocento persone che dovevano il salario alla CoopSette di Settimo Schiavi. Speravi che guardare le mani di Vanes, crepate dal vento e dal cemento, le unghie annerite da qualche martellata fuori centro, potesse aiutare Sergio a comprendere cosa ci fosse dietro i vestiti che indossava, la benzina che metteva nel motorino, le vacanze a quattro stelle durante le quali persino tu sembravi dimenticare la miseria della tua infanzia contadina.

Invece no, Sergio non ha mai capito niente e nella vita non ha fatto altro che rifugiarsi dietro quello che gli piace fare, per il quale si sente votato, così da liberarsi di ogni responsabilità. Come se il piacere o le inclinazioni personali fossero variabili sufficienti a giustificare ogni scelta. Come se l’opportunità non contasse niente. Come se il senso di responsabilità non contasse niente.

Tornato dal viaggio di nozze, Sergio si è licenziato e ha rifiutato, di nuovo e per sempre, ogni responsabilità. Tu questo non puoi perdonarglielo. Non glielo perdonerai mai.

Tuo figlio non ha diritto di piangere in maniera tanto sguaiata. Non ha diritto di piangere la morte di uomo che avrebbe dato la vita per l’azienda che lui ha sempre rifiutato, per le opportunità che lui ha sempre scansato, neanche fossero merde di cane.

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7 Risposte to ““Quattro fallimenti” di Simone Salomoni / Secondo fallimento: “Memento mori””

  1. Fiammetta Palpati Says:

    Grazie Simone. Confermo quello che ho già detto ieri, sebbene, come dici tu, si tratta di una voce nettamente distinta dalla precedente. Ma quindi qui Secondo si rivolge a suo padre (oltre che, mi è parso, anche a sé stesso)? E che cosa significa “ciappinare”?

  2. mariagiannalia Says:

    Grazie a Simone del racconto (bello) e grazie a Fiammetta che ha fatto la domanda che volevo fare io.

  3. Simone Salomoni Says:

    Grazie, Fiammetta.
    Grazie, Maria.
    Secondo – il narratore – racconta la storia di suo padre, rivolgendosi direttamente a lui. Provo a spiegarmi riportando l’incipit del secondo fallimento: “Memento mori, ti dirà un giorno il maggiore dei tuoi figli. Tu reagirai dicendogli di non parlare inglese […]”.
    Ciappinatore è colui che manualmente sa fare un po’ di tutto (muratore, idraulico, meccanico), in piccola misura (esempio: può tirare su un muro, non una casa); non necessariamente in maniera compiuta e professionale.

  4. C.P. Says:

    Molto riuscite le voci dei narratori di questi primi due estratti, complimenti, spero si possa leggere presto integralmente.

  5. “Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Terzo fallimento: “Adeste fideles” | vibrisse, bollettino Says:

    […] ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo e il secondo fallimento. […]

  6. Simone Salomoni Says:

    Grazie per avere letto, C.P. Sono contento che tu abbia trovato convincenti le prime due voci.

  7. “Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Quarto fallimento: “Alter ego” | vibrisse, bollettino Says:

    […] ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo, il secondo e il terzo fallimento. […]

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