“10”, di Dario Voltolini

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[Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’introduzione alla nuova edizione del romanzo 10, di Dario Voltolini, per la Collana Laurana Reloaded].

di Demetrio Paolin

Dario Voltolini è uno scrittore d’occasione e di trasparenze. So che questo sembra un incipit facile e a effetto, ma sono queste due tra le caratteristiche migliori della sua prosa e della sua opera, che in particolar modo in 10 si trovano riunite.

Ora ovviamente il lettore vorrebbe capire perché io abbia usato queste due categorie per descrivere la prosa dello scrittore torinese, ma mi si permetta, in omaggio al modo un po’ svagato di procedere di Voltolini stesso, di raccontare un piccolo fatto personale.

Io sono un giocatore di calcetto e una persona che scrive; e quando uscì il libro di racconti di Voltolini fu per me una specie di piccola rivelazione. 10 sanciva la possibilità di scrivere di calcio in un modo totalmente nuovo. La scrittura sul calcio in Italia aveva sempre significato Brera, Arpino e Viola; e guardando fuori i cantori del calcio erano sudamericani (Osvaldo Soriano su tutti). La principale caratteristica di questi narratori, soprattutto delle triade italiana, era costituita da una certa coloritura linguistica, che va dalla barocchismo gaddiano di Brera, al tono neorealistico di Arpino, alla vaga ironia ariostesca di Viola, per non parlare dell’epicità che si respira nei testi di Soriano. Ecco questo tipo di modo di raccontare il calcio era dominante, anche per chi, come me, dovendo pagarsi l’università scriveva di sport sui giornali provinciali e parrocchiali, redigendo cronache di scontri in terza categoria simili a resoconti da poema omerico.

La lettura di 10 e dei pezzi che Voltolini andava pubblicando sul quotidiano La Stampa furono una scossa benefica; in 10 non trovate i soliti luoghi comuni del racconto sul calcio, ma più facilmente sarete imprigionati in una fitta ragnatela di rimandi (la prosa di Voltolini se dobbiamo rimanere in ambito calcistico è simile al tiki taka del Barcellona) che vi stregherà e non vi permetterà di uscire.

10 è un libro, quindi, che rompe un canone, certo quello minimo delle narrazioni di/sul calcio, ma è questo uno marchio e una caratteristica continua dell’opera dell’autore torinese; ovvero quello di prendere le forme più abusate e normali di narrazione (in questo caso uno sport tra i più praticati e visti al mondo) e trasformarle in qualcosa di totalmente nuovo; una tendenza questa che, guardando l’opera di Voltolini nella sua interezza, lo fa sembrare ai nostri occhi uno degli autori contemporanei più stravaganti.

E quindi torniamo all’inizio di questo scritto, perché Voltolini è uno scrittore d’occasione? Da un lato il riferimento a questa categoria chiarisce la nascita materiale del testo in questione. Infatti 10 ha come nucleo generativo dieci racconti brevi, riguardanti dieci decenni, che vanno dalla fondazione della Juventus al suo appunto centenario, scritti per La Stampa e pubblicati a cadenza di due al mese. La libertà del testo è massima, ovvero non era necessario parlare di Juventus, ma bastava raccontare un momento o un episodio calcistico legato al quel decennio. E quindi si va della vittoria del primo scudetto del Genova, al racconto che omaggia la nascita di Brera,  al ricordo del Grande Torino, ad un racconto su Platini etcetc.A questi si aggiungono alcuni testi più lunghi in cui la tematica del calcio e del numero 10 è sempre presente, ma in maniera più sotterranea.

Da questa descrizione si potrebbe pensare quindi a un testo scritto “con la mano sinistra”, un’opera minore, appunto uno scritto d’occasione. Nella realtà basta leggere uno solo di questi racconti, ad esempio quello su Grande Torino, per capire che come sempre a destare l’interesse immaginativo di Voltolini non è tanto il fatto in sé, ma il “come” raccontarlo. È un modo straniante, come appunto è il mondo del filosofo torinese, protagonista del testo, che scrive il suo grande saggio in cui crede di essere riuscito a legare in maniera stretta cuore e ragione, sentimento della storia e vita quotidiana. Quando poi apre la finestra per godersi il fresco e guardare fuori – in Voltolini il guardare dalla finestra è un vero e proprio topos– nota una donna che fuori sul balcone piange. Quel pianto, che lui lo sappia o meno, infrange tutto ciò che è andato a comporre, perché significa l’intrusione della tragedia in una realtà che il filosofo aveva descritto come logica e consequenziale; la tragedia è appunto quella del Grande Torino. In questo racconto breve la storia della grande squadra e la sua drammatica fine sono descritte in assenza; non abbiamo lo schianto, non abbiamo nessun accenno all’incidente, non abbiamo descrizione delle vite spezzate dei giovani eroi, ma semplicemente una donna che piange e un uomo che per alcune pagine prova a mettere ordine a tutto l’esistente. Ecco la prospettiva da cui Voltolini guarda il calcio è proprio questa: sghimbescia, quasi svagata, noncurante di quello che sia il fuoco narrativo. Proprio questo deciso spostamento dell’asse della narrazione – ti dovrei raccontare la tragedia del Grande Torino, tu lettore te l’aspetti in un certo modo e io invece ti scrivo un testo che ti suggerisce tutt’altro – produce un effetto di nuovo e di particolare. La capacità di uno scrittore, in fin dei conti, è quella di fornire di ogni realtà, anche della più conosciuta, una visione nuova e tutt’altro che pacificata, rimanendo in ambito calcistico è il movimento innaturale di Garrincha nel dribblare l’avversario.

Quindi l’occasione è appunto la capacità di cogliere nell’usato, nel solito qualcosa che produce una visione differente. Se vogliamo in questo contesto la parola “occasione” è declinata alla maniera del secondo libro di Montale; anche nel caso di Voltolini assistiamo a uno scarto prodotto dalla scrittura tra la quotidianità dell’accadimento che la suscita e il risultato estetico che produce. E questa tensione introduce il tema della trasparenza di qui parlavamo all’inizio.

Credo che uno dei sogni di Voltolini come scrittore, uno dei suoi desideri, sia di produrre nella suoi libri quell’effetto cinematografico che molte volte non notiamo, ma che è utilizzato con molta frequenza ovvero quello della trasparenza. Sullo schermo abbiamo due scene che possono avvenire in momenti diversi, ma che ci appiano contemporaneamente perché appunto una è sullo sfondo e l’altra in primo piano, ma in trasparenza così da mostrarci l’altra. Se ci pensate è un effetto ottico banale; al cinema quante volte abbiamo visto una scena in cui mentre il protagonista scrive una lettera d’amore nello sfondo intravediamo la destinataria della stessa che o legge la lettera o sta facendo tutt’altro, a seconda se il regista voglia dare a questa scena un risvolto romantico o comico o tragico. Ecco tale effetto ottico è praticamente impossibile in scrittura, se non attraverso un qualche trucco grafico (una stessa pagina divisa a metà, dove avvengono due cose contemporaneamente).

Voltolini, però, desidera produrre nel lettore questo effetto, questo passaggio aeriforme da una scena all’altra e da questa a quella di prima, tramite la scrittura. Credo che qui per la prima volta ci riesca, ne è un esempio il racconto che apre la raccolta e che si intitola Attacchi di memoria. In questo caso la trasparenza sta nelle transizioni tra i fatti,che paiono apparentemente slegati, ma in realtà avvengono all’interno della mente del protagonista. In questo caso i passaggi tra gli episodi del racconto avvengono tramite le descrizioni dei passaggi. Ad un tratto siamo focalizzati sul protagonista che guarda dalla finestra il giardino dove alcuni ragazzi giocano al calcio; sullo sfondo vediamo tre giovani che suonano a un citofono e subito dopo il nostro occhio si focalizza sui cognomi e il narratore inizia a raccontare dei tre giovani e si concentra su di loro. Il tutto avviene nel giro di poche parole, con una naturalezza che ci fa smemorare il nostro precedente punto di vista e il protagonista che stavamo seguendo. Questo tipo di movimento, quasi un’onda – un altro dei topos descrittivi di Voltolini scrittore -, avviene diverse volte in questo racconto che è il più lungo, che volutamente è quello dove meno si parla di calcio, dove il gioco del calcio è appunto un’occasione per raccontare gli strani percorsi di una persona che soffre di uno strambo disturbo attraverso il quale ciò che ricorda non è solo semplice memoria depositata nel suo cervello, ma è proprio un rivivere quei fatti dal punto di vista dei diversi protagonisti, sentendone i loro più reconditi pensieri; una sorta di empatia patologica rivolta al passato.

Questo breve excursus ci dice che 10 è molto di più che un libro di racconti su uno sport popolare: è la possibilità di usare Plotino e le sue Enneadi per raccontare una partita di calcio, è un modo di narrare il terrorismo senza nominarlo; è infine un modo di attraversare un secolo il 900 con una strana disinvoltura e grazia.La scrittura di Voltolini è appunto una grazia così simile al cavaliere dell’apologo di Kafka, a cui basta indossare una scopa e un secchio per infine volare.

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Una Risposta to ““10”, di Dario Voltolini”

  1. Fiammetta Palpati Says:

    Molto molto interessante la scelta del testo per la collana, il testo annunciato (che mi riprometto di leggere) e l’introduzione. Grazie Demetrio Paolin.

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