“ADA39”, di Cosimo Lupo / Quinto estratto

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di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39”. Ve ne propongo sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

Da ADA39 di Cosimo Lupo

4.4.6

[classe: IL CONCERTO, 2014]

La sera era mite; le terminazioni ultime dei termorecettori epiteliali recepivano rari buffi d’aria, estesamente; e si spingevano con grazia nella pelle, tra i cheratinociti granulosi. I piccoli venti involontari esercitavano uno sfioramento rotatorio sui muscoli piloerettori, emozionando l’epidermide, che orripilava eccitata, offrendosi micropuntinata al tatto, come fosse d’oca. Da otto giorni avevo accorciato i capelli, per la lunghezza di una falange, quanto basta perché la fronte rimanesse esposta e sensibile, le tempie leggere. Lasciavo che la catapulta lancia spore, odorose e no, colpisse le narici decontratte.
L’attacco del secondo tempo del “Samstag aus Licht” avrebbe dovuto rompere un silenzio puro, che non si presentò, non subito; un tappeto sonoro galleggiava instabile, screziato di suoni fricati, che ascoltai e diventarono memoria. Li riposi, in buon ordine, a uso futuro.
Attesi ed ascoltai attendere.
Tutti attesero, non immobili.
Poi, il propagarsi ipnotico delle onde sonore contigue semiellittiche alternate sembrò cessare. In quel punto esatto udii l’attacco del primo di ventiquattro esercizi per flauto: una teoria tibetana di elaborazione del lutto, inaccessibile a qualunque europeo, Stockhausen incluso, ma, per chi avesse srotolato braccia a bastanza, Stockhausen incluso, affascinante.
L’organico in partitura prevede sei percussionisti, e quelli scritturati per il primo allestimento, di cui stavo ascoltando la registrazione, sapevano, sapevano fare, sapevano essere [1]. Per cinque di loro il compito era, se non facile, almeno comprensibile: significavano la vista, il tatto, l’olfatto, l’udito, il gusto. Il sesto non poteva lavorare senza imbarazzo: doveva significare il sesto senso; che era, secondo Stockhausen, il pensiero [2]
.
Quando si riutilizza una classe di oggetti, o un incapsulato di segni, è perché è già divenuto patrimonio comune e ha popolato la memoria collettiva. O perché è già servito a qualcosa. Ci si rende disponibili, usando un’istanza di una classe, a veicolare un pezzo di vita già cominciato altrove, da altri. Ne sono oggetto i vizi capitali, le virtù teologali, le stagioni, i mesi, i segni dello zodiaco, o anche i miti greci e romani, i lemmi dell’indice delle Metamorfosi d’Ovidio. Così quando Karlheinz Stockhausen decide di utilizzare i cinque sensi, pur personalizzandoli con un sesto, non fa che costruirsi un settore di un nuovo teatro della memoria. In fondo, niente di complicato.
C’è una bara (un pianoforte senza gambe), una flautista e sei percussionisti–sensi. Stockhausen legge il libro tibetano dei morti, viaggia a Bali dove assiste a riti locali, certamente molto emotivi ma difficilmente decrittabili per lui, e senza naturalmente studiare a fondo cose troppo lontane dalla sua cultura, le utilizza superficialmente. Ma in tutta questa superficialità c’è qualcosa di condivisibile: i 24 esercizi servono ad evitare la reincarnazione, e con essa l’idea che ogni vita viene giudicata da qualcuno che ne decreta il giusto proseguimento, servono ad accettare la morte per quello che è: luce. La vita, che da corrente elettrica si trasforma in fascio luminoso. L’elettrone che diventa fotone. Lucifero, stella del mattino e della sera, rinasce continuamente, non accetta di finire. Procrastina continuamente il suo compito. Il suo lavoro.
E c’è tanta luce qui, a ventiduemila metri.

—————-

[1] Ma che bravi.
[2] Mannaggiatté Karlheinz.

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Una Risposta to ““ADA39”, di Cosimo Lupo / Quinto estratto”

  1. Ulriche Mainoffe Says:

    Stockhausen o Kegel, i toni sono quelli.

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