“ADA39” di Cosimo Lupo, secondo estratto

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di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39” (e, no, non è il nome di un agente segreto). Ve ne propongo sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

[Leggi o ascolta il primo estratto].

Da ADA39

1.2.2

[Classe: il MAESTRO, 1990]

Il 7 dicembre del 1990, alle 9:44:00, Antonio Tomelli salì nella cabina di regia del suo teatro e decise che non ne sarebbe disceso mai più.
Il 7 dicembre del 2007, alle 9:44:00, Elena guidava un’automobile un po’ lunga, non colorata [1], in direzione del Passo dell’Aprica dove avremmo praticato lo sci fondo. Nel nastro bituminoso posato davanti sotto e dietro di noi, la sabbia, quella giusta e necessaria, mista a ghiaia di grana media, equilibrava correttamente la mescola; discreto, solcato senza disagi da rare crepe disegnate da un algoritmo non facile da riconoscere, l’asfalto era steso in grigio tra pendii di montagne spugnose, scure, verdi, sincopate; e organizzava tutto sommato il paesaggio. Un’altra mescola artificiale, quella degli pneumatici invernali, rotolandoci sopra era entrata in simpatia con la prima, ed il suono di risulta, di gomma su asfalto, non ci dispiaceva. Anzi: favoriva la conoscenza del luogo.
Era un suono; veramente [1].
Greggi addestrati (non sono certo se dall’uomo o dall’entropia) di case monofamiliari, chiazzavano le superfici inclinate dall’orogenesi alpina. Mai del tutto monolitiche: nel tentativo di marcarne l’unicità Sisifo lavorava sempre a una piccola variante, un vezzo ingenuo: un solaio eccedeva il perimetro del suo piano (il tentativo era goffo, ma bisogna pur farne), una colonna accoppiata realizzava un desiderio coltivato per decenni (e raccontava di un architetto laureato costretto suo malgrado ad occuparsene), una geometria irregolare d’asse o un muro arditamente spiombato segnalavano che con fatica un canone estetico cercava di fare breccia, in quella valle come ovunque, tra le inevitabili incompetenze della mente, e una finestra incomprensibile per posizione diventava l’ultima verità nel tentativo umano di ripararsi dalle intemperie; gli azzardi più coraggiosi, poi, imitavano: Aldo Rossi, i più ossessivo–compulsivi; Mario Botta, ma meno bene (è più difficile da imitare), gli ossessivo–neutrali.
Queste forme cementarmate erano state osservate altrove, pensate, realizzate. Per ciò, se fosse stato vero il desiderio che ne aveva innescato il processo di costruzione, ma non potevo saperlo, avrebbero potuto anche essere belle.
Il cielo, cinegrafato dal lunotto anteriore, si presentava sulla linea sinusoidale (rinoforme) dei monti, leggendolo da sinistra a destra, con gradazioni di giallo di Napoli rossastro pennellato di grigio di Payne, mentre i gialli di cadmio arancio e le ocre gialle seguivano stupefacendosi a vicenda [3] e rimpallandosi palle di luce colpite con poco effetto, a disegnare geometrie difficili; longitudinalmente sfumava verso l’alto un azzurro oltremare con effervescenze di carminio violaceo. Su questa campitura si muovevano cumoli e cumuli in giocosa lotta: bianchi di zinco i primi, laccati a spicchi di garanza permanente scura; bianchi di Titanio i secondi, cui faceva da ombreggiatura un mescolìo distinto di terre di Pozzuoli e Siena (versione bruciacchiata) mentre batuffoli di verde ossido di cromo e poco celeste esprimevano la fruttuosa ricerca di luci e ombre [4].
Io guardavo scorrere il paesaggio e dicevo che bello ma, per dire, una volta dissi che bello anche davanti ad un muro il giorno dopo aver sentito un uomo, uno che così d’istinto mi sarebbe piaciuto avere come padre, dire la stessa cosa.
È così ogni volta che qualcosa mi scorre davanti: penso ad altro. In quel momento l’altro era Karlheinz Stockhausen, morto il giorno prima.
Superammo una curva (D3+) poi un’altra (S2) e un cartello standard ci segnalò l’inizio di una frazione di comune. Non ricordo né l’uno né l’altro [5].
Chiesi ad Elena di fermarsi e si fermò [6].
C’è una leva nella scocca interna di ogni portiera: serve ad aprirla [7]. Cercai e trovai quella della portiera destra e la tirai con la mano destra fino a che non fece un clk (senza la i) metallico, a sinusoide quadra. Spinsi la lamiera curvata fino a che non mi apparve il suolo non asfaltato sotto il pianale; ci posai la para di gomma della scarpa destra che fece strsh. Terminai la discesa dal veicolo (strshtl strshtl) e raggiunsi in trentadue passi un’edicola dove provai a leggere gratis le prime pagine di cinque quotidiani, alla ricerca di un coccodrillo. Scelsi un quotidiano nazionale. Iniziai a sfogliarlo velocemente partendo dal fondo ma abbastanza presto mi fermai, attratto da una fotografia che conoscevo bene e che non vedevo da tempo: un primo piano di Antonio Tomelli. Ciao Antonio. C’ero quando Luciano ti fece quel ritratto; che fatica: fu costretto a scegliere la migliore in un ampio repertorio di smorfie.
Antonio invece si piaceva. C’era il suo faccione ben rasato: il naso, che avrebbe potuto essere di un pugile, era bagnato da una luce ampia, che si propagava anche sulla pelle tesa della fronte e su quella del mento, lungo lungo; gli angoli delle labbra erano spinti all’ingiù, con forza, gli archi sopraccigliari, sempre con forza, in avanti; la criniera era grigia, lunga, feroce come sempre, aggressiva; come sempre. Era uno scatto fatto nel periodo in cui Antonio aveva deciso di morire raggiungendo Pechino a piedi come già fece un monaco gesuita in non so quale periodo del sedicesimo secolo [8]. Una stronzata: tutt’al più lo avrebbe ucciso la tristezza che aggredisce chiunque attraversi chilometri di risaie senza un buon psicoanalista (senza andare troppo lontano, potete farvene un’idea in Lomellina). Naturalmente non partì mai e dopo qualche mese provò a morire in un altro modo.
Lessi tutto l’articolo, un articolo brutto, che parlava di lui come se fosse morto. Era morto. Era morto a Firenze, dove era giusto che morisse un attore che aveva dedicato tutta la sua strana vita allo studio, strano pure quello sia nei metodi che negli obbiettivi, della Commedia di Dante Alighieri.
Per quattro anni ho lavorato con lui e per un intero anno non ho saputo che faccia e voce avesse: chiuso in cabina regia, comunicava lasciando cadere biglietti scritti a mano attraverso un foro praticato nel muro allo scopo di alloggiare l’obiettivo del proiettore di diapositive; per tre metri di caduta libera, la carta volteggiava seguendo le correnti, sempre diverse (ma neanche troppo), dell’aria calda. Contenevano indizi, inviti alla lettura, citazioni, quasi sempre di poeti che avevano a vario titolo frequentato la sala, cui Antonio si riferiva usando solo il nome, come fossero tutti vivi e presenti al mio fianco, pronti in ogni momento a riprendere vecchie conversazioni circolari e indisciplinate: l’Eugenio, il Vittorio, l’Alfonso, il Giuseppe, l’Andrea, l’Attilio, il Clemente, il Giovanni. Ma si: anche il Mario [9]. In particolare l’Eugenio era presente in tutte le conversazioni e l’Andrea le chiudeva sempre, come un sigillo. Ma in quel teatro non c’era nessuno. L’unica presenza, al piano di sotto, era uno scultore; si chiamava Alik Cavaliere. Dalle finestre del teatro, quando si aprivano per favorire il ricambio d’aria, vedevo il suo studio, in parte coperto in parte no, dove sostavano alcune opere, terminate e no. Erano per lo più gabbie o alberi, di bronzo. Gli alberi non troppo spogli. Alcuni per niente. Non era quasi mai solo, e non era facile distinguere gli allievi, dagli amici, dai colleghi. Una volta in particolare conversò tutto un pomeriggio con un uomo, in piedi, come se questi stesse per andare via ma gli ultimi appassionati discorsi ne tardassero ad oltranza il congedo; l’uomo si chiamava, ed era, Alberto Ghinzani.
– Dove sono le nevi di un tempo? – gli chiese Alik Cavaliere.
Tornai alla macchina in otto passi lenti. Occupai il mio posto e piegai il quotidiano. Perfettamente. Lo infilai nello zainetto con la stessa mano con la quale cercai trovai e presi un Cubo di Rubik Shengshou Aurora che mescolai e risolsi col metodo a strati: il più lento. Rivolsi un sorriso ad Elena, che me lo restituì in maestà. Ripartì.
Il pallone ad elio, in tanto pensare, mi ha portato a duemila metri di altezza.

——————

[1] Brutta.
[2] Tutta qui, la bellezza?
[3] Ooh!
[4] O forse il cielo era tutto azzurro con due nuvolette bianche, non ricordo.
[5] Mi dispiace.
[6] Grazie Elena.
[7] Non mi dire.
[8] Chiedetelo a Franco Battiato, lui dice che lo sa.
[9] E le donne?

2 Risposte to ““ADA39” di Cosimo Lupo, secondo estratto”

  1. gianni Says:

    E’ interessante, fa venire voglia di leggere ancora- Mi domando se un editor prima ancora che un editore possa giudicare valido il valido testo.

  2. Ulriche Mainoffe Says:

    Sempre meglio, il secondo estratto meglio del primo: impubblicabile.

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