“ADA39”, di Cosimo Lupo / Primo estratto

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di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39” (e, no, non è il nome di un agente segreto). Ve ne proporrò sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

Da ADA33

1.1.1

[classe: IL MURO, 1984]

Nella centrale termoelettrica di Torrevaldaliga Nord, un elettrone, la cui mediocrità non era mai stata un problema né per sé né per la natura, balzò d’istinto nell’orbita ellittica di uno ione positivo. In tanto, 61 chilometri e 571 metri a sud–est, Thierry Vigneron, l’ultimo atleta del Novecento, nulla sapendo di lui, oscillava. L’asticella rossa era stata appoggiata, parallela alla terra e senza fermi, a cinque metri e novantuno centimetri di altezza su ritti omologati, distanti quarantuno passi esatti e non uguali dalle sue scarpette chiodate, bianche, allacciate bene.
La stessa oscillazione del capo, sagittale, di piccola elongazione e bassa frequenza, muta come un pendolo, si stava propagando per simpatia in tutti i trentatremiladuecentoventuno spettatori paganti dello Stadio Olimpico, generando un moto ondoso a nastro, ellittico, inclinato nelle curve ai nodi dell’asse maggiore, come su parabolica. I pixel monocromi rossi di due grandi display posizionati alti, poco oltre i fuochi dell’ellisse, rappresentavano lo scorrere del tempo, allineato a sinistra; ore 22:39. Come si poteva leggere su un biglietto di ingresso obliterato, finito per sventura del proprietario nel canale di scolo di un gradone della Tribuna Monte Mario, dietro la scocca polimerica di una seduta anatomica, era il 31 agosto del 1984.
Quel balzo, l’elettrone, non lo spiccò senza accumulo di una piccola quantità di emozione, tanto che, trovata un’altra orbita vana lì accanto, vi si fiondò quasi senza esitare, aggiungendo così, senza incrementi esponenziali ma comunque con significativo mutamento di umore, emozione ad emozione. E due parti di emozione, per quanto piccole, sono comunque il doppio di una: si sentono. Ecco perché fu difficile resistere ad un terzo cambiamento di sede, allorché si venne a liberare, in uno ione adiacente, un’orbita che poteva godere di una più invidiabile vicinanza, un sciocchezza naturalmente se vista da lontano, al bulbo di vetro cosparso di terre rare dove ogni elettrone desidera andare almeno una volta nella vita.
Da lontano tutto sembra una sciocchezza, ed è per questo che io Cosimo Lupo, oggi 31 agosto 2014, a trenta anni esatti dai fatti che sto narrando, mi sto facendo portare da un pallone sonda, disimpegnato l’ufficio stampa, fino all’altezza di trentanovemila metri: per guardare il mondo da molto lontano e dire che sciocchezza; e poi lanciarmi giù, in caduta libera, fino a superare la velocità del suono, quindi: quella della musica.

Thierry oscillava, contraendo ora più ora meno, con la regolarità di chi sta costruendo un’attesa [1], il terzo muscolo lombricale della mano destra, al quale opponeva con la sicurezza data dall’abitudine l’abduttore breve del pollice, ottenendo così una pressione ora giusta ora no sull’impugnatura, scandalosamente alta, di un’asta in fibra di vetro: la più lunga che un’azienda semispecializzata di Rouen avesse mai prodotto fino a quel momento.
Al quarto salto di orbita il piacere dell’elettrone era già tale da poter essere percepito chiaramente da ogni suo omologo adiacente il quale, spinto da desiderio naturale regolato da legge naturale si predisponeva a sua volta al salto, naturale, per emulazione: chi non emula nessuno non diventa nessuno. Accadde così che molti elettroni si procurarono un po’ di piacere ciascuno saltando nelle orbite degli ioni via via lasciate vacanti e che questi molti elettroni furono seguiti da altri ancora, fino a formare un flusso di corrente la cui direzione veniva efficacemente regolata dal desiderio bruciante di raggiungere un tubo di scarica preparato con mercurio, ioduri di sodio di tallio e indio e dotato di un bulbo di vetro asperso di terre rare capaci di permettere una migliore distribuzione spettrale della luce.
Giusta o non giusta che fosse di volta in volta, la pressione di quel piccolo muscolo lombricale destro coinvolgeva per propagazione di tensione e concorso di intenti (si trattava di completare la mappa fisiologica del gesto preparatorio al salto), una cascata di muscoli tutti esattamente percepiti e nominati a fior di labbra da Thierry: il muscolo flessore radiale del carpo, il brachioradiale, il brachiale, il tricipite, il bicipite, il deltoide, il trapezio, il grande dorsale, il grande pettorale, gli addominali alti, medi, bassi e obliqui, il grande gluteo, il sartorio, il retto femorale, il bicipite capo lungo e quello capo breve, il vasto laterale, il tibiale anteriore, il gastrocnemio, il soleo, fino agli estensori delle dita e da qui, sempre per propagazione e concorso, a sessantaseimilaquattrocentoquarantuno masseteri facciali di trentatremiladuecentoventuno spettatori paganti [2] e quattro milioni di muscoli responsabili dell’espressione di meraviglia di due milioni di spettatori televisivi conteggiati con sistemi analogici.
Il flusso di elettroni, nel quale il nostro viaggiava ormai indistinguibile dagli altri e felice un po’ di più ad ogni salto d’orbita (sebbene con incremento proporzionale di felicità di volta in volta sempre più piccolo), scorreva copioso sul cavo di rame appeso all’elettrodotto. L’allineamento funzionale dei tralicci della centrale termoelettrica di Torrevaldaliga Nord rapidamente si allontanava ed il cavo, atteggiandosi a sinusoide musicale [3], tracciava amache tutte uguali mentre il cielo impastava volumi d’aria e fotoni e pigmenti caldi ininterrottamente fino a Cerveteri. E ancora oltre, fino a raggiungere la Stazione Ricevitrice, dove il flusso elettrico fu ridimensionato da un enorme autotrasformatore non nuovo ma ben manutenuto [4]; l’elettrone fu inserito in un gruppo più piccolo e quindi invitato ad entrare, su cavi isolati in gomma etilenpropilenica, nella cabina primaria di trasformazione alta tensione/media tensione alla periferia ovest di Roma, non lontano dal green di un campo da Golf dove undici persone, anche curvandosi, cercavano inutilmente di annettere una pallina bianca al proprio sistema di istinti e desideri e dove il flusso elettrico di cui il nostro elettrone era parte fu ulteriormente ridimensionato e quindi immesso nei cavi della rete sotterranea per essere condotto fino alla cabina secondaria di media tensione del villaggio olimpico e qui organizzato tanto quanto basta per essere avviato al contatore dello stadio. Finalmente, su un cavo di rame, l’elettrone raggiunse l’ultimo traliccio sud est, robusto tanto da sorreggere una batteria da dodici di lampade ad alogenuri metallici allineate in tre file da quattro; nella terza lampada della seconda fila (tutto in Europa si legge da sinistra verso destra) entrò, prima nel tubo di scarica dove incontrò gli elettroni degli atomi di mercurio e degli ioduri di sodio di tallio e indio, poi nel bulbo di vetro dove conobbe i componenti del disprosio, l’olmio, il tulio e il cesio. E qui, nel punto esatto dove ogni elettrone vorrebbe arrivare almeno una volta nella vita, l’elettrone sentì di essere cambiato, sentì che il viaggio non era stato innocuo; fotone tra fotoni capì di avere un obbiettivo: doveva andare a rimbalzare sull’epidermide di copertura di un muscolo lombricale, e doveva raggiungerla ad una velocità che fino a quel momento non aveva mai raggiunto. Fu proiettato fuori dall’ampolla e in dodici millisecondi raggiunse il corpo molle, sul quale facilmente rimbalzò. Quel rimbalzo illuminò, direttamente a trentatremiladuecentoventidue spettatori paganti, indirettamente, attraverso un circuito videotelevisivo, al mondo e a me, il dito di Thierry Vigneron stretto sull’asta da salto, il dito dal quale sarebbe partito dopo pochi secondi l’ultimo gesto atletico del Novecento.
Tutto questo produsse una piccola quantità di emozione. Alla quale presto un’altra ne sarebbe seguita.
Mentre penso a questo, il pallone ad elio mi ha portato già a mille metri di altezza. Sono già molto in alto, e siamo soltanto all’inizio.

—————

[1] Consapevolmente? Inconsapevolmente? Boh.
[2] Si, uno sorrideva da un solo lato.
[3] O a mare di cartone.
[4] Sei sono gli uomini che di mestiere manutengono l’autotrasformatore.

* * *

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4 Risposte to ““ADA39”, di Cosimo Lupo / Primo estratto”

  1. Ernst Hechinger Says:

    Piuttosto bello: non sarà pubblicato.

  2. kaddishvincenzo todesco Says:

    Molto bello. Una intelligenza folgorante e uno sguardo visionario che coglie l’inverosimile realtà fisica del mondo. Affascinante, corroborante. Ho letto e ascoltato con profondo piacere. Grazie Cosimo!

  3. EMANUELA ROTTA Says:

    una scrittura lucida, di cose e non di parole. nessun vagheggiamento, alcun compiacimento stilistico. insomma, bello

  4. Pensieri Oziosi Says:

    E qui, nel punto esatto dove ogni elettrone vorrebbe arrivare almeno una volta nella vita, l’elettrone sentì di essere cambiato, sentì che il viaggio non era stato innocuo; fotone tra fotoni capì di avere un obbiettivo:[…]

    Secondo me si è confuso: è dal momento che ha lasciato Torrevaldaliga, anzi dal momento che la turbina ha fatto spostare quell’elelttrone che gli altri fotoni lo hanno strappato via, fotone tra fotoni, e da lì, reincarnandosi di elettrone in elettrone, è giunto fino allo Stadio Olimpico.

    [Fuor di allegoria, in una rete in corrente alternata è la perturbazione del campo elettromagnetico che viene trasmessa lungo i cavi dell’alta tensione: sono perciò i fotoni a viaggiare, non gli elettroni]

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