Come sono fatti certi libri, 32 / “Fratelli d’Italia”, di Alberto Arbasino

by

di giuliomozzi

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie o parzialissime, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Prima edizione, Feltrinelli 1967, 532 pp.

Tascabile, con modifiche, 536 pp.

Seconda edizione,
Einaudi 1976, 663 pp.

Edizione Adelphi, 1993, 1371 pp.

Tascabile, identica
alla precedente

La prima edizione Feltrinelli reca in sovracoperta, come di consuetudine per la collana, una fotografia dell’autore. La prima edizione tascabile (modificata nell’ultimo capitolo) reca l’immagine stilizzata, e direi ironica, del Vittoriano) simbolo irrimediabilmente kitsch dell’Italia-Patria. Nella seconda edizione, presso Einaudi (molto aumentata, più per il carattere piccolo che per le tante pagine) la copertina reca un dettaglio da un celebre quadro di Nicolas Poussin:

Nicolas Poussin, Il Trionfo di Nettuno o La nascita di Venere

L’edizione Adelphi, aumentata fino ad assumere una consistenza monumentale, reca ancora un Poussin:

Nicolas Poussin, Rinaldo e Armida, 1629



L’ultima edizione, che tascabilizza quella monumentale senza (per quel che ne so) variazioni, si ritorna all’immagine della prima: l’autore. Come se si chiudesse un circolo. Ma, chissà, lo scherzetto di un’edizione postuma…

* * *

Nel quotidiano La Repubblica, il 2 agosto 1991, apparve questo articolo di Alberto Arbasino:

OXFORD Com’era bella tredici anni fa la mostra dei dipinti di Nicolas Poussin allestita da Pierre Rosenberg e Jean Lemayrie a Villa Medici… E com’è bella attualmente a Villa Medici la mostra di Fragonard e Hubert Robert con disegni di vedute romane ove la mano pare a tratti la stessa, però mai, mai si potrebbe confondere con le manine degli altri di fianco… Ma altrettanto affascinante appare adesso questa prima squisita esposizione dei disegni di Poussin dalle collezioni inglesi, organizzata da Sotheby’s presso l’Ashmolean Museum oxfordiano, a cura di Hugh Brigstocke. (E frattanto, due episodi capitali: I primi anni di Poussin a Roma, presso il mirabile Kimbell Art Museum di Fort Worth; e la serie completa dei Sacramenti e Baccanali poussiniani riuniti a Edimburgo nell’ormai lontano 1981…).

Fu Poussin un insoddisfacente disegnatore? ci si domandò in epoche assai smorfiose, davanti alla magnificenza del suo tratto, abbagliante non per nitore di penna o sanguigna, ma per vertiginoso chiaroscuro di inchiostri acquarellati rapidissimi. Si limitava infatti a fissare veloci appunti sotto una svelta ispirazione che benché Intuizione Pura Siccome un Angelo produceva risultati (per i più schizzinosi) meno poetici o meno brillanti delle tele accuratamente rifinite? O addirittura, compulsando quei vecchi cataloghi, si trova che perfino le grandi composizioni venivano giudicate come abbozzi solo eccellenti dal Mengs… Sembra ridicolo, ora che è un tale bestseller del Gusto, ricordare che Poussin rimase quasi sempre misconosciuto in Italia, da vivo e da morto, anche quand’era già promosso a gloria tardiva francese; e benché sia vissuto per quarant’anni nei paraggi di via del Babuino, si commentava generalmente a Villa Medici, davanti a quei Coriolani, quegli Endimioni, quegli Adoni, quei Bacchi, quelle Galatee, quelle Veneri, quelle Vergini: a Roma è rimasto poco o niente. E i quadri cult più goderecci, Veneri distese e protese come bambinacce di Balthus sotto Adone, Anfitriti in tripudio con gran velo fragola, Rinaldi in bermudas color mango, ninfe zoccole a cavalcioni di satiracci, bisogna andarli a trovare a Dulwich, a Dresda, a Kassel, a Filadelfia, a Fort Worth.

Sottotesa però alla mostra romana, questa antologia di disegni (o bozzetti? o ricordi?) eseguiti a Roma può sollecitare di foglio in foglio delle curiosità eleganti. Il gusto italiano di Poussin era già abbastanza definitivamente formato sui manieristi di Fontainebleau e su qualche stampa da Raffaello o da Giulio Romano, quando lascia la Francia a trent’anni per scoprire la Farnesina e Tiziano, Pietro da Cortona e Domenichino, l’archeologia e la luce? O questo stile forte composito da un eclettismo di fonti armonia classica, movimento barocco, Grecia, Veneto, colore, sole, pathos, geometria, concettismo, Colonna Traiana, Ovidio incomincia a svilupparsi quando il giovane artista viene scoperto a Parigi proprio dal Cavalier Marino? Sarà stato un Pigmalione, il Cavaliere? Alla scoperta della campagna… Chi sarà mai questa specie di Dafne, che alza braccia berniniane e frondose, mentre le si sviluppano i capelli in un cespuglione da bal de têtes boschereccio, però un balletto d’ancelle sta cavandole un piccino interrogativo dall’utero? Richard Strauss ci cova? Ma andiamo, è Mirra che sta dando alla luce Adone, vedi Le Metamorfosi. Il vero problema sarà piuttosto se trattasi di un originale (inadatto e unprofessional per la riproduzione tecnica: un Adone o un Ovidio illustrato), o se di una copia barocca-gonfia di un originale perduto ancora manierista-secco!…

E queste battaglie, che riempiono il foglio fino a tracimare di troiani o sabini o volsci che paiono piuttosto l’esercito di Flaxman contro l’armata di Füssli? Studi da sarcofagi, già di proprietà Cavalier Marino, indi Elisabetta II, per dipinti di proprietà Caterina di Russia! Ecco le folies: trionfi erotici-erettili di Pan, Sileno, Bacco, Ercole, preparazioni per Baccanali talora sconfessati dagli attribuzionisti anche per alibi di moralità poussiniana, benché in un ambiente ove (secondo certe Satire Pittoriche) gl’impudichi Carracci ed i Tiziani Con figure di cazzi han profanati I palazzi de’Prencipi cristiani.. .(Chissà se al probo normanno Poussin; autore di Baccanali Richelieu e di Sacramenti Chantelou, e studioso dei più delicati effetti di sopracciglia per distinguere l’Admiration da l’Estime e la Vénération dal Ravissement, saranno mai capitati sottomano certi couplets alla Karl Kraus di Salvator Rosa suo contemporaneo a Roma: Sol di femine ignude i Re fregiati hanno i lor Gabinetti, e quindi nasce che diventino anch’essi effeminati… Dove la Terra e il Ciel lega e discioglie il Vicario di Dio, staranno esposte e Natiche, e Cotali, e Culi, e Coglie… Prima ch’esser Pittor, sia fitto in forno Prima ch’esser Pittor, il Cul m’impegoli Prima ch’esser Pittor, M’impali un Corno… È possibil, Maestro, egli dicea che chi solo ha per norma il bello e il buono habbia un’Anima poi sì brutta e rea? …).

Ed ecco la nascita soavissima del Paesaggio: quando (raccontava Mario Praz) il Poussin e Claude Lorrain cavalcavano di buon mattino con Joachim von Sandrart, artista e memorialista tedesco, alla scoperta della campagna nella cosiddetta Valle del Pussino, presso l’Acquatraversa, al di là di Ponte Milvio. E la scena terrestre appariva come una coppa fatta per ricevere la luce del cielo. Altro che The Sheltering Sky. Soltanto il cielo vuoto, vuoto fuorché di quella luce calda e trasparente che nessuno, prima, s’era sognato di prendere a soggetto principale d’un quadro… Poi, nei Ratti delle Sabine e negli altri episodi da Tito Livio, sarà sempre più complesso slacciare il ginocchio di A dal gomito di B: così come appare virtuosistico, nell’arte della composizione, combinare la precisione storica di un teatro in costume con una coreografia concettuale che sta già facendo del pre-neoclassicismo. Ma che grande regista in bianco e nero, quando più che il disegno gli importano il movimento e la luce.

* * *

Ma queste tre edizioni, l’una più grande dell’altra, e l’ultima colossale, in che cosa differiscono? Nella scrittura, quasi solo nella scrittura. Qui ne offriamo un saggio, proponendo le tre pagine iniziali.

* * *

Capitolo primo

Siamo qui a Fiumicino aspettando due amici di Antonio che arri-vano adesso da Parigi, un francese e un americano; e non abbiamo ancora avuto un momento per parlare della nostra estate. Appena arrivato a casa sua a Roma (ha un appartamento nuovo in via Giulia, tutto foderato di finto-legno come una scatola di sigari, e io starò lì in questi giorni), ho fatto appena in tempo a lasciar giù le mie robe. Una doccia, svelta. A dormire: erano le quattro della mattina, lungo la strada m’ero fermato a fare dei giochi nelle pinete di Pisa, con un buon odore di pioggia e di caprifoglio fiorito, splendido. Un’altra doccia; e subito, prima ancora di mezzogiorno, abbiamo dovuto ributtarci in strada per venire a prendere questi qui. In due macchine separate, per di più, dato che tutti e due abbiamo macchine a due posti, e con le valigie pronte dietro perché si va a Na-poli direttamente senza ripassare per Roma.
Sono sicuro che anche questa estate finirà improvvisata e insensata, come al solito. Sempre saltano fuori all’ultimo momento degli imprevisti suoi. L’anno scorso doveva essere una cosa di Tangeri e Marocco, proprio fino a pochi giorni prima, e siamo finiti in Grecia per la Callas. Due anni fa dopo tutto un gran parlare di tornare in Olanda, a vedere per la terza volta di seguito se i miracoli si ripetono o no, è scomparso in America per sei mesi, col pretesto di una borsina di studio. E lì non ci arrivo ancora, per adesso. I miei non hanno voluto, con tutti gli esami che dovevo dare. Quest’anno però senza far storie anche se la laurea la rimando ancora di una sessione (ma praticamente gli esami li ho finiti) la MG nuova me l’hanno pigliata lo stesso, bianca-latte, deliziosissima. Come del resto è anche giusto: mio papà ha più di un miliardo e in casa siamo pochissimi. Un boccone di pane non dovrebbe mancare mai.

Il colore non è quello giusto, e forse neanche il modello.
Volevo solo dare un’idea

* * *

Capitolo primo

I.

Siamo qui a Fiumicino senza colazione aspettando due amici di Andrea che arrivano adesso in ritardo da Parigi, si mangerà un pesce se si farà in tempo sul molo, in un bel posto degli anni scorsi che forse però quest’anno non va già più bene; e non abbiamo ancora avuto un momento per parlare della nostra estate. Appena arrivato a casa sua a Roma (ha questo nuovo appartamento nuovo in via Giulia tutto foderato di finto-legno come una scatola di sigari, e starò lì in una stanza dell’elefante con tappezzeria tropicale tutta-uccelli), ho fatto appena in tempo a lasciar giù le mie robe. Una doccia svelta. A dormire: erano le quattro della mattina, lungo la strada m’ero fermato a fare dei giochi nelle pinete nere di Pisa, molto sportivi, e già quasi estivi, tutti, e così vanesii, così narcisi, con un buon odore di pioggia sul nudo e di caprifoglio appena fiorito, splendido. Un’altra doccia e un coffee rapido; e subito, prima ancora di mezzogiorno, abbiamo dovuto ributtarci in strada per venire a prendere questi qui. In due macchine separate, poi, dato che tutt’e due le abbiamo a due posti, e siccome si va giù a Napoli direttamente senza ripassare per Roma, con le valigie pronte dietro sul rack.
Ma ho paura che anche questa estate finirà improvvisata e insensata, come le altre. Sempre saltano fuori all’ultimo momento degli impegni imprevisti suoi. L’anno scorso doveva essere tutto un bagno fra Tangeri e Marocco, proprio fino a pochi giorni prima, e siamo finiti in Ellade per la Callas, con un caldo, ma un caldo; e naturalmente a Bisanzio! a Bisanzio! ma a Bisanzio naturalmente in nave, partendo dalla Giudecca nel tramonto dorato, e arrivando appena finita la rivoluzione militare, quindi non bene. Due anni fa dopo tutto un gran progetto di un gran ritorno agiato e facoltoso in Olanda, a vedere per la quarta o quinta volta di seguito se veramente i miracoli in quel luogo di sogno continuano a ripetersi o no, se ne è andato in America con una specie di borsina di studio: praticamente scomparso per dei mesi. E là non ci arrivo ancora, per adesso. I miei non hanno voluto, con tutti gli esami che dove-vo dare. Quest’anno però senza troppe storie anche se la laurea si rimanda ancora di una sessione (ma praticamente gli esami li ho finiti tutti), la MG nuova me l’hanno presa lo stesso, celeste-pervinca come i miei occhi, deliziosissima. Come del resto è anche giusto: tanto, mio papà ha più di dieci milioni di franchi e in casa siamo pochissimi. Il boccon di pane non dovrebbe mancare mai.

* * *


* * *

FIUMICINO

Siamo qui da un’ora all’aeroporto senza colazione aspettando due amici di Antonio che arrivano adesso in ritardo da Parigi; si mangerà un pesce se si farà in tempo sul molo, in un bel posto degli anni scorsi che forse però quest’anno già non va più tanto bene; e non abbiamo ancora avuto un momento per parlare della nostra estate, che ormai è qui.
Appena arrivato a casa sua a Roma (ha questo appartamento nuovo in via Giulia foderato di finto legno «come una scatola di sigari!», e starò lì in una stanza dell’Elefante con tappezzeria tropicale tutta-uccelli), ho appena fatto in tempo a lasciar giù le mie robe. Una doccia svelta. A dormire: erano le quattro della mattina, lungo l’Aurelia m’ero fermato a far delle piogge nei pineti neri tra Viareggio e Pisa. Fratte, ginepri, mirti, giochi molto sportivi. E già quasi estivi, tutti; e così vanesii, così narcisi… «Tante coccole? molto aulenti? certe magari aulentissime?»… Macché, botte da urbi et orbi, e un gran buon odore di gocciole e sventole sulla pelle: un after-shave di caprifoglio appena fiorito, splendido.
Un’altra doccia e un coffee rapido; e subito, prima di mezzogiorno, ancora in strada per venire a prendere questi qui. In due macchine separate, poi, dato che tutt’e due le abbiamo a due posti; e siccome si va a Napoli direttamente senza ripassare per Roma, con le valigie pronte dietro sul rack.
Ma ho paura che anche questa estate finirà improvvisata e insensata, come già altre. Sempre all’ultimo istante saltano fuori degli imprevisti indimenticabili, suoi. L’anno scorso doveva essere tutto un bagno “moussant” fra Colonne d’Ercole e portaerei – Tangeri! abbiamo tutte le camicie giuste per Tangeri? – e siamo finiti non in una medina ma in Ellade per la Callas con un caldo, ma un caldo… E perché? Via dalla pazza massa, via da queste Olimpiadi a Roma! E dove? Ma naturalmente a Olimpia, a Olimpia deserta!… E poi ovviamente a Bisanzio, a Bisanzio!… Ma a Bisanzio naturalmente per mare: dunque salpando in un tramonto molto foscarino e vendramino dalla Giudecca, «dorato!» («e i mirti?», «divini!»), e però arrivando appena finita una rivoluzione militare, quindi non bene per la décadence e le flâneries.
Gita al vecchio Faro? Ma mi faccia il piacere! Si faranno venti, trenta gite a tutti i faretti che riescono a entrare in cinque o sei settimane sfrenate… Due anni fa, tutto un elaborato progetto di un grande ritorno stavolta facoltoso in Olanda – «Descartes in Amsterdam, baby!» – a veder per la terza o quarta volta di seguito se davvero i miracoli moderni continuano a ripetersi in quel Classico di bagni e di sogni… «E dove sennò come i Romani alle Terme, Catullo mio?»… Ma poi se ne è andato negli Stati Uniti con una specie di borsina di studio: scomparso per mesi, fra vortici di cartoline da Cape Cod. E fin là non ci arrivo ancora, per adesso. I miei non hanno voluto, per colpa degli esami che dovevo dare. Qust’anno però senza troppe storie anche se la laurea si rimanda ancora di una sessione (ma praticamente gli esami li ho finiti tutti), la MG nuova me l’hanno presa lo stesso, celeste-pervinca come i miei begli occhi, deliziosissima. Come del resto è anche giusto: tanto, mio papà ha più di dieci milioni di franchi al Crédit Suisse, e in casa siamo pochissimi. Il boccon di pane non dovrebbe mancare mai.

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2 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 32 / “Fratelli d’Italia”, di Alberto Arbasino”

  1. Fiammetta Palpati Says:

    Grazie, Giulio.
    Intanto una ola per Gassman (e per D’Annunzio, of course). Poi. M’è venuto da fare classifiche (e non è bene dopo una sola lettura). Veniva fuori che la prima edizione aveva la preferenza per la freschezza e l’immediatezza che vanno perdendosi nei preziosismi successivi. Poi credo d’aver colto il senso di quel suo tornare su ogni passaggio e specificarlo, esplorare le potenzialità semantiche. E ho invertito la classifica. Grazie ancora.

  2. Stefano Trucco Says:

    Pensare a un momento culturale in cui un romanzo come questo, con la sua immensa quantità di riferimenti culturali (già nella prima versione, più breve e ‘semplice’), potesse avere un suo pubblico ed essere considerato un lavoro importante…
    Anni dopo Umberto Eco fece appena in tempo ad avere successo ma per sentirsi in seguito rinfacciare continuamente di essere ‘erudito’ e ‘arido’ e ‘nozionistico’…

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