Come sono fatti certi libri, 26 / “Il Maestro e Margherita”, di Michail Bulgakov

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Una copia dattiloscritta (samizdat)
de Il Maestro e Margherita

di Luca Tassinari

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

“Com’è che qui da voi,
di qualunque cosa si parli,
non c’è mai niente?”
(Il Maestro e Margherita, cap. iii)

Il Maestro e Margherita è l’esito di una catena di eventi che ha del miracoloso. Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940) dedicò a questo romanzo gli ultimi dodici anni di vita. Una prima versione fu bruciata dall’autore nel 1930, in un momento di sconforto per il pesante ostracismo a cui l’avevano condannato i censori sovietici. Dopo la sua morte restò impubblicato per ventisei anni e a un certo punto rimase in circolazione un solo manoscritto che passava clandestinamente di mano in mano. Una versione pesantemente censurata fu pubblicata a puntate sulla rivista “Mosca” tra il 1966 e il 1967. La versione integrale continuò a circolare clandestinamente in Unione Sovietica come samizdat e a partire dallo stesso 1967 fu pubblicata in numerosi paesi europei. La prima versione russa integrale è del 1973.

La rivista Mosca con un estratto
de Il Maestro e Margherita

Insomma, Il Maestro e Margherita è un libro che evidentemente doveva esistere a dispetto di tutti i tentativi di estinguerlo, ed è la prova fattuale di quella che è forse la frase più citata del libro stesso, “i manoscritti non bruciano” (cap. xxiv).

La trama è arcinota e facilmente reperibile (si veda per esempio l’ottima sinossi sul blog di Stefano Fiorucci), ma qui ci basta una sintesi. Nel libro si svolgono due vicende parallele: a) la visita del diavolo Woland a Mosca, accompagnato da un buffo istrione di nome Korov’ev e dal gatto Behemoth, in un periodo imprecisato ma identificabile coi primi anni Trenta del XX secolo; b) la storia di Ponzio Pilato, quinto procuratore della Giudea, che dopo aver condannato a morte un certo Jeshua Ha-Nozri e tentato invano di salvare la vita a un certo Giuda di Kiriat vive in profonda inquietudine.

Gli stagni del Patriarca a Mosca, scena di apertura del romanzo. Le silhouette sul segnale (che ogni tanto viene rubato da qualche fan, e poi ripristinato) sono Woland, Korov’ev e Behemoth. Il cartello dice “Запрещено разговаривать с незнакомыми”, “È vietato parlare agli estranei”, allusione al titolo del primo capitolo “Non parlate mai con gli sconosciuti”

Le due storie sono intrecciate da un doppio filo: 1) la vicenda di Pilato è narrata in un romanzo scritto dal Maestro e rivelato a puntate durante lo svolgimento dell’altra vicenda (capp. ii, xvi, xxv, xxvi); 2) le due vicende si svolgono in un lasso di tempo di poche giornate a ridosso della Pasqua (ebraica in un caso, ortodossa nell’altro), cioè a ridosso del primo plenilunio di primavera.

All’interno della parte moscovita si svolgono tre vicende, a loro volta strettamente intrecciate: a.1) la storia dell’amore clandestino tra il Maestro e Margherita, durante la quale viene composto il romanzo su Pilato; a.2) la storia di Ivan Nikolaevič Ponyrëv detto “Bezdomnij” (senza casa) e della sua metamorfosi da poeta fallito, e per sua stessa ammissione “indiscutibilmente ignorante”, a seguace del Maestro; a.3) le imprese del diavolo e del suo seguito a Mosca, che si incaricano di raccordare e risolvere gli intricati legami tra le altre storie.

Un recente ritratto di Ponzio Pilato e Jeshua Ha-Nozri (di spalle)

La trama è complessa e complessa è la rete dei riferimenti letterari. Il Maestro e Margherita è innanzitutto figlio del Faust di Goethe, a cominciare dall’epigrafe che è una citazione diretta: “Chi sei tu dunque? Sono parte di quella forza che eternamente vuole il male e eternamente opera il bene”, dove il “tu” è Mefistofele. I richiami al Faust sono poi ricorrenti in tutto il romanzo: il patto fra Faust e Mefistofele avviene la notte di Pasqua, stesso periodo in cui si svolgono le due linee narrative principali del romanzo di Bulgakov; Mefistofele appare nelle sembianze di un cane nero di dimensioni innaturali, e di dimensioni innaturali è il gatto nero Behemoth che fa parte del seguito di Woland; Margherita è l’amante infelice di Faust e Margherita è l’amante infelice del Maestro.

Oltre alla radice faustiana ci sono molti riferimenti alla letteratura e alla cultura russa: Puškin, cioè il padre della letteratura russa moderna, Gogol’, cioè la matrice di tutti i racconti (come da celebre motto di Dostoevskij “siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’”), ma anche le Rusal’ki, cioè le ondine delle antiche fiabe slave, e le canzoni popolari.

Alcune Rusal’ki in un momento di relax (foto di Viona Ielegems)

Ma il riferimento più esplicito e sviluppato è certamente quello alla comunità artistica e letteraria sovietica da cui Bulgakov era stato brutalmente espulso con una cattiveria che ancora oggi sembra quasi incredibile. In una lettera del 28 marzo 1930 al governo sovietico in cui chiedeva di poter espatriare, Bulgakov ha lasciato un repertorio di infamie ricevute che fa letteralmente rabbrividire:

Analizzando i miei album di ritagli, ho contato nella stampa dell’Urss, nei dieci anni della mia attività letteraria, 301 menzioni che mi riguardano. Di esse, 3 sono elogiative e 298 ostili o ingiuriose. [Sono stato presentato come] un individuo «posseduto da canina senescenza». Han scritto di me come di «un addetto alle pulizie della nostra letteratura», intento a raccogliere gli avanzi «sputazzati da almeno una dozzina di commensali». Han scritto questo: «Miška Bulgakov, il compare mio, fratellino, che razza di grugno ci hai tu… Io sono una persona delicata, sai, sicché pigliarlo bisognerebbe, e sbattergli ben forte la tempia contro la tazza del cesso… D’un piccolo borghese noialtri non ne abbiamo proprio nessun bisogno, un po’ come la cagna non ne ha di un reggiseno… Guardalo lì com’è saltato fuori, questo figlio di cagna».

Alcuni intellettuali sovietici si apprestano a recensire un’opera di Bulgakov

Il risultato di “menzioni” come queste fu che a Bulgakov fu impedito di pubblicare e lavorare per riviste e teatri, riducendolo di fatto in miseria. Nel romanzo la società artistica e letteraria è parodiata nella MASSOLIT (associazione della “letteratura di massa”) capeggiata dal professor Michail Aleksandrovič Berlioz. Considerando la violenza con cui era stato trattato Bulgakov, non sorprende che Berlioz perda la testa dopo essere stato investito da un tram e che la testa venga rubata dalla bara e infine usata nel gran ballo di Woland come coppa per suggellare il patto fra il diavolo e Margherita. Il contenuto della coppa, naturalmente, è il sangue dello stesso Berlioz tramutato in vino per l’occasione.

Fatte le dovute premesse, va detto che in Il Maestro e Margherita niente è come sembra e tutte le citazioni, allusioni e riferimenti a fatti e altre narrazioni, vangeli compresi, sono intenzionalmente travisati e in molti casi apertamente parodiati. Limitandosi a qualche esempio: Jeshua Ha-Nozri, che di primo acchito sembrerebbe proprio Gesù di Nazareth, ha ventisette anni contro i trentatré attribuitigli dalla tradizione cristiana; ha un solo discepolo, Levi Matteo, che lo segue senza mai smettere di scrivere quel che dice e fa, come un solerte evangelista, ma che secondo Jeshua è del tutto inattendibile:

Mi segue dappertutto con la sua pergamena di capra e trascrive di continuo le mie parole. Ma una volta ho dato un’occhiata a quella pergamena e sono rimasto inorridito. Di tutto quello che c’era scritto, non avevo detto una parola. L’ho supplicato: «Brucia la tua pergamena, ti prego!» Ma me l’ha strappata di mano ed è fuggito. (cap. ii)

Alla celeberrima domanda di Pilato “Cos’è la verità”, Jeshua risponde: “La verità è che hai mal di testa”, risposta naturalmente non attestata nei vangeli; la croce del supplizio non viene mai citata e al suo posto vengono usati “pali e traversine”; non c’è traccia del santo sepolcro.

E anche quando si passa ai riferimenti faustiani la situazione non cambia: nel romanzo di Bulgakov è Margherita a stringere il patto col diavolo, e lo fa peraltro verso la conclusione della vicenda, mentre nel Faust è dal patto che scaturisce la vicenda; il diavolo medesimo è Satana in persona e non un suo inviato; il patto non viene siglato in un momento di frustrazione e sfiducia nella vita, come nel Faust, ma nel momento di massima speranza in un esito positivo; nel Faust Mefistofele alla fine è sconfitto, mentre in Il Maestro e Margherita Woland è vittorioso.

Faust ci prova con Margherita (illustrazione di Eugène Delacroix)

Quanto alla letteratura e alla cultura russa, Puškin è costantemente parodiato: contro il suo monumento si sfoga la frustrazione di un altro poeta fallito, tal Rjuchin; brani del Cavaliere avaro (una delle sue Piccole tragedie) vengono letti nel corso di uno strano processo sognato da un amministratore di condominio e trafficante di valuta straniera, che peraltro usa il poeta nelle sue quotidiane imprecazioni:

Nikanor Ivanovič non conosceva minimamente le opere del poeta Puškin, ma conosceva benissimo l’uomo e ogni giorno pronunciava più volte frasi come: «E l’affitto, lo paga Puškin?» oppure «La lampadina della scala, l’avrà svitata Puškin!», «La nafta, è Puškin che la compera?» (cap. xv)

Aleksandr Sergeevič Puškin, piuttosto perplesso per il trattamento riservatogli dai personaggi di Bulgakov

Stesso trattamento parodistico è destinato alla canzone popolare Glorioso mare, santo Bajkal che gli impiegati di una filiale di un’associazione culturale cantano ripetutamente in coro, senza riuscire a smettere, perché vittime di un incantesimo di Korov’ev, che per l’occasione veste i panni di maestro di cappella.

Per scoprire tutta l’intricatissima rete di riferimenti al potere e alla comunità artistica letteraria sovietica non basterebbe una monografia voluminosa, che peraltro ovviamente esiste, ma altrettanto ovviamente in russo: Борис Соколов, Тайны «Мастера и Маргариты», Эксмо, Москва 2006. (Boris Sokolov, I segreti di «Il Maestro e Margherita», Exmo, Mosca 2006). Per approfondire, come si dice, basta andare qui e sapere il russo o sperare, come io spero, che la traduzione automatica non sia troppo balzana. Qui basti dire che secondo Sokolov anche una battuta apparentemente estemporanea come quella del gatto Behemot sui sillogismi (“I miei discorsi sono una sequela di sillogismi ben concatenati che sarebbero stati apprezzati degnamente dai conoscitori”, cap. xxii) sarebbe la parodia di un discorso di Trotzkij.

La maggior parte dei riferimenti alla Russia sovietica è quasi indecifrabile per i lettori occidentali, ma resta chiarissima la satira feroce che demolisce una “repubblica delle lettere” fondata sull’invidia, la delazione, la censura e la sudditanza al potere politico. La satira si estende dalla comunità letteraria all’intera società sovietica e all’ideale di “uomo nuovo” propagandato dal regime, cioè l’uomo interamente razionale, buono, onesto, integro e incorruttibile.

Nel mondo a rovescio del romanzo, a sostenere l’ideale sovietico dell’uomo integralmente buono è Jeshua (“non esistono uomini cattivi”, cap. ii), che viene messo a tacere, mentre la visione di un mondo in cui non solo bene e male convivono, ma il bene nasce necessariamente dal male (come da epigrafe faustiana) è interpretata da Woland-Satana, il vittorioso, che con il suo seguito si incarica di smascherare l’ipocrisia della propaganda rendendo pubblici i vizi privati dei presunti uomini nuovi, e offrendo una salvezza che passa obbligatoriamente da un’iniziazione al demoniaco: per liberarsi dalle catene dell’ipocrisia e raggiungere la pace eterna Margherita deve bere nel cranio di Berlioz e trasformarsi da annoiata moglie di un luminare a splendida e terribile strega.

L’idea che non esistano uomini cattivi in una interpretazione dei nostri giorni (clicca e leggi)

Lo smascheramento, citato esplicitamente al capitolo xii, è una delle chiavi di lettura dell’intero romanzo, e forse la più convincente. Un’altra è quella simbolica e classica della ricerca della verità, di un mondo ideale, un’utopia, in cui gli uomini possono essere finalmente sé stessi e fare a meno del potere e delle sue conseguenze nefaste: invidia, ambizione, avidità e, soprattutto, vigliaccheria (“la viltà è il vizio più grave”, cap. xxxii). L’utopia di Bulgakov, peraltro, è forse l’aspetto meno complesso di tutto il libro. È semplicemente un mondo in cui un fatto è un fatto, e il male sta tutto nei tentativi di negarlo e occultarlo.

S’è avverato tutto, non è vero? – continuò Woland guardando la testa negli occhi. – La testa tagliata da una donna, la riunione che non ha avuto luogo e io che abito nel suo appartamento. Questo è un fatto. E un fatto è la cosa più ostinata del mondo (cap. xxiii).

Ed è un fatto che questo romanzo sopravvissuto al rogo e ai tentativi di censura, oggi, a novant’anni dal suo concepimento e cinquanta dalla sua epifania, è uno dei romanzi più letti della letteratura russa del Novecento, tradotto in decine di lingue, oggetto di trasposizioni teatrali e cinematografiche nonché citazioni pop come Sympathy for the devil dei Rolling Stones. Tutto sommato è andata meglio di quanto Bulgakov aveva prefigurato nel libro: del romanzo su Ponzio Pilato non rimane traccia sulla terra, e viene completato solo nell’aldilà in cui il Maestro e Margherita trovano finalmente la pace:

«T’addormenterai con addosso il tuo berretto lurido ed eterno, t’addormenterai con il sorriso sulle labbra. Il sonno ti darà forza, comincerai a ragionare con saggezza. E non potrai più scacciarmi. Ci sarò io a custodire il tuo sonno». Così parlava Margherita andando col Maestro in direzione della loro casa eterna, e al Maestro pareva che le parole di Margherita fluissero come fluiva e sussurrava il ruscello che era rimasto alle loro spalle, e la memoria del Maestro, inquieta, la memoria trafitta di aghi cominciò ad acquietarsi. Qualcuno stava liberando il Maestro come egli stesso aveva appena liberato l’eroe da lui creato. Quest’eroe se n’era andato nel baratro, se n’era andato senza ritorno, perdonato nella notte fra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato (cap. xxxii).

Michail Bulgakov

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14 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 26 / “Il Maestro e Margherita”, di Michail Bulgakov”

  1. Michela Says:

    Bello, comprensibile, illuminante, chiaro, solido e spiritoso. Che si vuole di piú? Mi sa che vado a rileggermelo!! Grazie!

  2. Fiammetta Palpati Says:

    Grazie, Luca Tassinari: una descrizione per me eccellente e godibilissima. Grazie anche per l’apparato iconografico che, in questa rubrica, fa una gran parte.

  3. Bartolomeo Di Monaco Says:

    Complimenti, Luca.

  4. Many Kazem Goudarzi Says:

    Che bei ricordi! Lo lessi venticinque anni fa e nello stesso anno lessi anche La bestia umana, iniziai l’università e un grande amore finì.

  5. rossana v. Says:

    Hai scritto di uno scrittore che per me è un culto assoluto, Master Y Margarita l’ho letto, credo, una decina di volte, Cuore di cane e Le uova fatali forse altrettante. Con le immagini, gm, sei stato all’altezza dell’ironia calda e meravigliosa del Maestro. E trovare ironia in un russo, a parte Fjodor e Gogol e Cechov, non è facile… 😀 Grazie, grazie, grazie. Me lo rileggerò per l’undecima volta, e come sempre mi sorprenderà. Però, che tenacia, Bulgakov: c’è solo da imparare, i manoscritti non bruciano. E le chiavette?

  6. Giulio Mozzi Says:

    Le immagini, tranne la prima e l’ultima e quella di Puskin e quella della trivolumetrica bibliografia, sono state trovate e didascalate da Luca Tassinari.

  7. Luca Tassinari Says:

    Grazie a tutti per i commenti, a Giulio per l’ospitalità e, perché no, anche a Michail Afanas’evič Bulgakov per aver scritto uno dei libri più belli del mondo.

  8. Elianda Says:

    Grazie per la generosa abilità nel raccontare uno dei romanzi più belli e più complessi del 900. Soprattutto di aver aperto alcuni spiragli nei riferimenti ben mimetizzati della società russa e delle “umane lettere”, allora come ora dis-umana.

  9. gialloesse Says:

    Grazie davvero per avermi fatto conoscere meglio questo grandissimo scrittore. Credo che “il maestro e margherita” di Bulgakov e “viaggio al termine della notte” di Celine siano in assoluto i più grandi ed importanti romanzi mai scritti.

  10. rossana v. Says:

    Bravo il Tassinari (anche se ho sempre il dubbio che sia tu sotto mentite spoglie… :-), ma grande anche l’articolo, meritevole di riletture. Parafrasando Frank McCourt, Giulio Mozzi è come il purè di patate, non ti basta mai.

  11. Carlo Maria Pozzan Says:

    Lo rileggo

  12. Luca Tassinari Says:

    E, niente, volevo solo dire che sapere che qualcuno leggerà o rileggerà il libro dopo questa noterella, o anche solo gli è venuta voglia di farlo, è una cosa, come dire: commovente. Grazie.

  13. virginialess Says:

    Troppa modestia! La “noterella” è una corposa e intrigante nota. Sono una fan di Bulgakov, l’ho davvero apprezzata.

  14. Ernst Hechinger Says:

    I fatti sono fatti per essere negati e occultati, cioè narrati.

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